POVERTÁ, ALZATI E RIBELLATI!

unicef-in-italia-13-bambini-su-100-vivono-in-poverta_h_partb«Ah, signor filosofo, la miseria è una gran brutta cosa» (Il nipote di Rameau). E proprio a me vieni a raccontarlo?!

«Dio, innamorato di noi, ci attira con la sua tenerezza, nascendo povero e fragile in mezzo a noi, come uno di noi» (Papa Francesco). Un povero Cristo, insomma. Un Dio umano, fin troppo umano, non c’è che dire.

Che fa un povero proletario quando ascolta o legge frasi del tipo: «Il rimedio è la povertà», pronunciate o scritte da chi povero non è affatto? È ovvio: il malmesso corre subito a impugnare la metaforica pistola nell’intento di sparare a bruciapelo bestemmie e insulti contro il filantropo o il demagogo di turno. È facile fare l’apologia della povertà con la miseria degli altri! «Ma povero è davvero bello? Lo chiediamo a Giuseppe De Rita, fondatore del Censis, che risponde con l’esperienza del sociologo e la saggezza dei suoi 84 anni: “I cantori dei poveri non sono mai i poveri. I poveri non cantano”» (La Repubblica). I poveri, al più, imprecano contro l’altrui ricchezza. Non bisogna essere sociologi di fama internazionale né avere la saggezza del vecchio (pardon, dell’anziano, o del diversamente giovane) per capire come vanno certe cose.

Ma, detto questo, non mi associo neanche un poco a chi oggi sui cosiddetti “social” ridicolizza il cantore della povertà a cinque stelle rinfacciandogli la ricchezza (beato lui!) e le frequentazioni “milionarie” in ville e yacht di lusso (beato lui!): non voglio dare il mio contributo al fiume di frustrazione, risentimento, invidia sociale e altro veleno psicosociale che scorre rigoglioso a Miserabilandia. Personalmente mi arrabbio, diciamo così, anche quando, o soprattutto quando sento esternare certe perle pauperistiche dalla rozza bocca dai miei colleghi di classe. La povertà che non si ribella, o che addirittura “si piange addosso” e si compiace di sé stessa per meglio suscitare le “umanissime” attenzioni di filantropi, pii religiosi («Ricorda e non avvilirti fratello: nel Regno dei Cieli gli ultimi saranno i primi»: che bella prospettiva!) e demagoghi, merita non solo offese e sberleffi, ma anche schiaffi e calci nel sedere – che peraltro arrivano puntualmente, come i sospiri d’umana comprensione emessi dai buoni di spirito. Solo nella ribellione la povertà può trovare riscatto e dignità. Nell’articolo scritto nel 1974, che tanto piace a Grillo, Goffredo Parise scriveva che «I poveri hanno sempre ragione». Salvo, aggiungerei con malizia, quando «i poveri» si mettono in testa di fare la famosa rivoluzione sociale: la proprietà, pardon: la civiltà non si tocca! «I poveri hanno sempre ragione»: è il mantra del vero populista – o poverista. Ribadisco il concetto di cui sopra: «i poveri» avranno ragione (sul terreno del processo storico-sociale) solo nel momento in cui si ribelleranno alla condizione che li rende tali. Tutto il resto è demagogia buona ai fini elettorali o per soddisfare la coscienza degli uomini di buona volontà, i quali hanno fame di giustizia, oltre che di panettoni e di altre leccornie natalizie.

Ribellarsi, dunque, non contro la cosiddetta “casta” (sic!); non contro i politici “corrotti e ladri” (strasic!), come gridano populisti e demagoghi di “destra” e di “sinistra” per catturare la rabbia e il disagio sociale dei famosi “ultimi”, i quali all’avviso di chi scrive potrebbero diventare “primi” hic et nunc, già su questa Terra, tra terra e cielo, per dirla con il poeta, senza aspettare viaggi ultraterreni che potrebbero nascondere brutte sorprese; ribellarsi non contro chi ha fatto del denaro il proprio Dio, come predica un giorno sì e l’altro pure il buon Francesco (1), il Papa “comunista” che ovviamente non può comprendere che la dittatura del denaro presuppone e pone sempre di nuovo l’economia fondata sulla ricerca del profitto, ossia il Capitalismo “nudo e crudo” (o sans phrase, per affettare una cultura che non ho); il nullatenente dovrebbe piuttosto ribellarsi contro gli odierni rapporti sociali vigenti in tutto il mondo, semplicemente perché essi fanno del lavoratore, del lavoro e dei prodotti del lavoro non più che merci e della nostra stessa esistenza una gigantesca e praticamente inesauribile fonte di profitto. «Salario = prezzo della merce. L’attività umana = merce»: è quanto pensava, a ragione secondo me, il Babbo Natale di Treviri a proposito della biomerce chiamata lavoratore. E tutto ciò con assoluta necessità, senza cioè che alle spalle degli individui, soprattutto se poveri, agiscano i famigerati “poteri forti e occulti”: è il Capitale la potenza sociale che ci domina dalla culla (si spera confortevole e alla moda) alla bara (idem).

La ricetta (austerità, decrescita felice, povertà: quale allegria!) che Beppe Grillo, sulla scia – ultrareazionaria – di Enrico Berlinguer (2), Serge Latouche e Goffredo Parise, propone per salvare il “Belpaese” dai disastri provocati dalla globalizzazione e dall’avidità degli speculatori d’ogni tipo, è esattamente ciò che meritano di subire i sudditi di Miserabilandia che pendono dalla barba del comico di successo, e la cui miserabile “utopia” non va al di là dello slogan «Onestà! Onestà! Onestà!». Invogliato dal clima natalizio, oggi voglio essere particolarmente buono, e così al gregge che reclama un padrone onesto e austero, auguro senz’altro di poter esso sperimentare quanto prima l’escrementizio mondo sognato da Grillo e Casaleggio.

Oggi Grillo auspica per l’Italia il ritorno a un Capitalismo “dal volto umano” che è esistito ed esiste solo nella testa di qualche intellettuale che ha cercato in passato e che cerca nel presente di fare i conti con la “modernità capitalistica” (con il “consumismo”, con “il materialismo dei nostri tempi”, con la “mercificazione” e la volgarizzazione della vita, con la massificazione e l’omologazione degli individui, con la crescente disumanizzazione delle relazioni sociali, ecc.) dal punto di vista piccolo-borghese. Anche Pier Paolo Pasolini in diverse occasioni non riuscì a resistere al fascino della critica passatista della modernità borghese, critica che manifesta la disperazione di un pensiero incapace di speranza.

Il fatto che le cose vadano sempre peggio per i nullatenenti e per quel poco di umanità che ancora residua nella nostra esistenza; il fatto che il peggio sembra davvero non conoscere alcun limite, ebbene tutto ciò non autorizza nessuno a presentare il passato come un’epoca migliore, anche perché il disastro di oggi non è opera di un destino cinico e baro, ma è stato preparato dal disastro che ci sta alle spalle e che non pochi ricordano con nostalgia. «Tornare indietro? Sì, tornare indietro» (G. Parise): questa frase è stata ripetuta un’infinità di volte nel corso dei secoli, anzi dei millenni. Con il risultato che sappiamo. «Tornare indietro» non solo non rappresenterebbe un acquisto per l’umanità, ma è semplicemente impossibile, anche perché nella Società-Mondo del XXI secolo ciò che decide del nostro destino è la strapotente volontà del Capitale, degli interessi economici e geopolitici, non certo la volontà degli individui, i quali nei regimi democratici sono chiamati ogni tanto a “scegliere” il cane da guardia che deve pro tempore controllarli/amministrali. A proposito di democrazia! Com’è noto, i grillini amano la “democrazia diretta”; una domanda s’impone: diretta da chi? Per non parlare del mantra grillino della trasparenza, il quale ha molto a che fare con il controllo totale degli individui descritto in molte “utopie negative” già alla fine del XIX secolo. Chiudo la parentesi.

Personalmente non ho mai coltivato chimere passatiste ma ho sempre creduto che se esiste una sola via d’uscita possibile da questa rognosissima situazione, gli individui devono cercarla guardando avanti, e correndo verso il futuro, in direzione, cioè, di un assetto pienamente umano della società. Cosa che, ovviamente, presuppone il superamento di ogni forma di Capitalismo – compreso quello che ci vuole vendere Grillo e chi la pensa come lui (e non sono affatto pochi, anzi!): “responsabile”, “ecosostenibile”, “equo e solidale”, “a chilometro zero”,  “povero”. «Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese» (G. Parise). Ed è subito spaghettata. Viva l’Italia!

(1) Scriveva Parise nell’articolo già citato:«Il denaro non è più uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia». Sulla critica di questa concezione infantile e feticistica del denaro (lungi dall’essere un mero strumento economico socialmente neutro, il denaro è in primo luogo l’espressione di un peculiare rapporto sociale e la sintesi del complesso processo economico dominato dal Capitale) rinvio al PDF Il potere in tasca e agli altri scritti dedicati al neoproudhonismo (un solo titolo: Sul concetto di miseria sociale e sui proudhoniani 2.0).

(2) «Prima ancora di Grillo, quando questi giocava ai quiz televisivi con Pippo Baudo, che ne aveva intuito le capacità felicemente istrioniche, si ispirò a Parise nel 1977 addirittura l’allora segretario del Pci Enrico Berlinguer. Il quale, partecipe ad una maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale con la Dc, sostenendone in Parlamento un governo monocolore presieduto da Giulio Andreotti, in un celebre discorso al Teatro Eliseo di Roma indossò il saio dei “sacrifici” necessari per uscire dalla crisi. Sulla strada di Berlinguer ispirato da Parise marciarono uomini di primo piano della sinistra come Giorgio Amendola e Luciano Lama. Che anche per questo come segretario generale della Cgil si rimediò all’Università di Roma una contestazione rimasta celebre nella storia dei dirigenti comunisti» (F. Damato, www.formiche.net). Sull’austerity berlingueriana rinvio al post Berlinguer, il tristo profeta dei sacrifici.

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4 thoughts on “POVERTÁ, ALZATI E RIBELLATI!

  1. L’ha ribloggato su nicae ha commentato:
    “….Il fatto che le cose vadano sempre peggio per i nullatenenti e per quel poco di umanità che ancora residua nella nostra esistenza; il fatto che il peggio sembra davvero non conoscere alcun limite, ebbene tutto ciò non autorizza nessuno a presentare il passato come un’epoca migliore, anche perché il disastro di oggi non è opera di un destino cinico e baro, ma è stato preparato dal disastro che ci sta alle spalle e che non pochi ricordano con nostalgia. «Tornare indietro? Sì, tornare indietro» (G. Parise): questa frase è stata ripetuta un’infinità di volte nel corso dei secoli, anzi dei millenni. Con il risultato che sappiamo…”

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