DONALD TRUMP COME SINTOMO

0cb0005bc6e18fbf94e4c6da7d83e5f8-klce-u432701176838726q-1224x916corriere-web-sezioni«Un manifesto del peggior populismo»: così ha commentato a caldo la «storica cerimonia» (Trump) tenutasi ieri a Washington Massimo Teodori, fra i massimi conoscitori della storia degli Stati Uniti d’America del nostro Paese e fervente “americanista”. È la stessa impressione che ho avuto anch’io ascoltando il discorso di insediamento di Donald Trump, al netto però dell’aggettivo, probabilmente perché personalmente non faccio alcuna distinzione, almeno per ciò che ne costituisce la sostanza (sociale), tra i diversi populismi. Ma questi sono dettagli.

Tutti gli analisti politici del pianeta concordano nella valutazione del discorso trumpiano: trattasi appunto di populismo allo stato puro, o brado, come sostengono alcuni; i più giudicano la cosa un pessimo segnale, lanciato al Paese e al mondo (soprattutto all’Europa e alla Cina); altri, una minoranza tutt’altro che sparuta, non stanno letteralmente nella pelle ed esaltano la coerenza trumpiana: Trump Presidente dice di voler fare ciò che prometteva nella sua qualità di candidato. Tutto quel parlare di Popolo («potere al popolo», nella sintesi giornalistica che oggi si trova su tutti i quotidiani) ha certamente ubriacato gli italici populisti/sovranisti di “destra” e di “sinistra”, questi ultimi forse toccati anche dal pugno chiuso mostrato alle “masse” dal miliardario newyorkese. La nostalgia, a volte, gioca brutti scherzi… «Da oggi il potere torna al popolo e ci saranno due regole da seguire: comprate americano e assumete americano»: che dolce poesia per il populista/sovranista!

Rinvio ai miei ultimi post dedicati al “fenomeno Trump” per ciò che concerne (l’apparente?) paradosso che vede gli “ultimi”, gli strati sociali più attaccati dalla crisi economica, dal processo di globalizzazione (capitalistica) e dal processo di ristrutturazione tecnologico e organizzativo in atto in ogni settore dell’economia (dall’industria alla logistica, dal commercio ai servizi finanziari) dare fiducia a un protagonista non secondario del mondo che li ha precipitati nel baratro dei licenziamenti, della sottoccupazione, della precarietà e della povertà.

«Il merito di Trump», scrive Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, «è aver capito che il discrimine oggi non è tra destra e sinistra, ma tra il sopra e il sotto della società». C’è del vero in questa tesi, che però dal mio punto di vista va completata “criticamente” come segue: «destra e sinistra» hanno rappresentato due modi diversi di servire lo stesso dominio sociale, quello capitalistico. Oggi le vecchie forme della politica e le vecchie ideologie (tutte funzionali al mantenimento dello status quo sociale) faticano a tenere il passo delle contraddizioni sistemiche e del processo sociale mondiale che rimodella la nostra esistenza in forme spesso inedite. Di qui, ciò che chiamiamo “populismo”, il quale cerca di mettere insieme, in una guisa più o meno creativa, contraddittoria e originale, cose di “destra” e cose di “sinistra”, e può farlo appunto perché non c’è mai stata una sostanziale (radicale) differenza tra quelle due posizioni: entrambe, lo ripeto, hanno servito e servono lo stesso padrone. Ecco perché tipetti come Trump e Putin fanno battere molti cuori tanto a “destra” quanto a “sinistra”.

Per relativizzare la portata innovativa della politica estera annunciata dalla nuova Amministrazione, è forse utile leggere quanto segue: «Nonostante alcuni fallimenti e una certa prevedibilità d’azione, il primo presidente afro-americano degli Stati Uniti ha seguito la ricetta per la supremazia globale: una superpotenza interviene direttamente solo se sono in ballo i propri interessi strategici» (D. Fabbri, Limes). Tracciando un primo bilancio della politica estera dell’Amministrazione Obama, Niall Ferguson, analista geopolitico di orientamento “realista” (Henry Kissinger è un suo amico e maestro), ha definito l’ex Presidente un wilsoniano: internazionalista a parole (anche perché molto attento al quel “politicamente corretto” di marca progressista che tanto piace all’èlite politica europea), isolazionista nei fatti. Nel post Gli Stati Uniti tra “isolazionismo” e “internazionalismo” ho messo in luce i non pochi punti di continuità tra la politica estera praticata dal Nobel per la Pace (della serie: quando la fantasia fa impallidire l’immaginazione!) Obama e quella annunciata dal rissoso Trump. Un analista americano ha oggi definito Jazz, più che populista, l’approccio politico di Trump ai problemi della società americana e alle sfide che il mondo lancia al Paese, volendo con ciò dire che l’imprevedibilità gioca un ruolo importante in quell’approccio. Quel che è certo è che 1) il nuovo Presidente non abbandonerà «la ricetta per la supremazia globale» degli Stati Uniti, e che (2) egli dovrà trovare un punto di mediazione (“di sintesi”) tra i diversi, e non raramente confliggenti,  interessi che oggi si agitano nella classe dominante americana (tanto sul terreno delle pratiche economico-sociali quanto su quello geopolitico), e che la campagna presidenziale ha reso evidente. Si tratta di capire a scapito di chi, sul piano interno e internazionale, verrà ricercata quella «supremazia globale» e sarà trovato quel punto di mediazione: chi saranno i morti e i feriti? Perché, stiamone pur certi, la cosa non sarà affatto indolore. Jean-Marie Colombani, ad esempio, esprime bene le preoccupazioni dei Paesi europei: «Tutto fa pensare che Trump condivida lo stesso obiettivo [di Putin]: indebolire l’Europa», oltre che la Cina, «l’unica potenza che possa rivaleggiare con gli Stati Uniti» (Il Corriere della Sera). A questo punto la Germania, Paese egemone dell’Unione Europea, è chiamata a reagire (magari in alleanza con la Cina “liberista”), a “inventarsi” qualcosa e, d’altra parte, nulla esclude che stiano già scorrendo, a nostra insaputa, i titoli di coda del film intitolato Il sogno europeo. Un pessimo film, peraltro.

A proposito di film! Durante la conferenza stampa d’apertura del Sundance Film Festival Robert Redford, richiesto di dire la sua su Trump, ha dichiarato: «I presidenti vanno e vengono». Il bravo e “diplomatico” attore americano non avrebbe potuto sintetizzare meglio il concetto di continuità del potere, che vale negli Stati Uniti come in ogni parte del mondo.

Slavoj Žižek ha scritto che «Donald Trump è un sintomo di Hillary Clinton, nel senso che l’incapacità del partito democratico di svoltare a sinistra ha creato lo spazio occupato da Trump». Questo è senz’altro vero da un punto di vista politologico, e d’altra parte lo stesso schema si può applicare, mutatis mutandis, anche in Europa. A un livello più profondo si può forse dire che Trump è soprattutto il sintomo di una crisi sociale tutt’altro che superata negli stessi Stati Uniti (nonostante performance economiche che l’Unione Europea guarda con invidia) e di un assetto geopolitico mondiale che attraverso una serie di terremoti cerca un nuovo punto di equilibrio. Naturalmente le due cose si intrecciano, come si dice, “dialetticamente”, e sappiamo bene che soprattutto in epoca imperialista la politica estera è la continuazione della politica interna con altri mezzi, e viceversa.  (Vedi, ad esempio, il nesso tra spesa pubblica finalizzata al militarismo e occupazione, nesso che a suo tempo sperimentò con grande successo anche il “liberista selvaggio” Ronald Reagan). Ribadisco il concetto esposto qualche giorno fa: abbiamo la ventura di vivere in tempi imprevedibili e interessanti. Che culo!

Annunci

One thought on “DONALD TRUMP COME SINTOMO

  1. Pingback: TRUMP E ALTRO. A PROPOSITO DI POST-VERITÁ | Sebastiano Isaia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...