TRUMP E ALTRO. A PROPOSITO DI POST-VERITÁ

20161119_ldd001_0«Il presidente statunitense Donald Trump, ospite di una delle trasmissioni di punta dell’emittente Fox News, pressato dalle domande del conduttore, Bill O’Reilly, ha affermato di rispettare il suo omologo russo, Vladimir Putin. Quando il giornalista ha domandato al Tycoon come lui possa nutrire stima per il presidente russo, ex ufficiale del Kgb accusato di aver fatto uccidere numerosi oppositori politici, Trump ha risposto: “Putin un assassino? E noi? Pensa che siamo poi così innocenti?”, aggiungendo: “ci sono stati e continuano ad esserci un sacco di assassini anche negli Usa”» (Notizie Geopolitiche). Chi può sostenere il contrario, con qualche pur minima probabilità di successo, è pregato di farsi avanti.

In un editoriale il Wall Street Journal ha fatto dell’ironia sulla dichiarazione di Trump, sostenendo che «questo tipo di equivalenza morale metterebbe in difficoltà perfino Jane fonda in una manifestazione di estrema sinistra contro la guerra». Non stento a crederlo. È esattamente l’esibito politically incorrect trumpiano che disturba molto chi oggi negli Stati Uniti contesta il nuovo inquilino della Casa Bianca non, beninteso, nella sua qualità di massimo rappresentante politico-istituzionale degli interessi della classe dominante statunitense, o quantomeno di una sua parte (com’è noto, solo contro i lavoratori i padroni si coalizzano fra loro facilmente), nonché dei giganteschi interessi (economici, geopolitici, ecc.) che fanno capo alla prima potenza del pianeta, bensì perché il miliardario newyorchese appare ai loro educati occhi troppo brutale, volgare, cattivo, razzista, fascista e quant’altro. Quanto ridicoli, meschini e servi sciocchi mi appaiono tutti quegli intellettuali, tutti quegli artisti (più o meno pseudo), tutte quelle star della musica, del cinema e della televisione che oggi affettano pose di superiorità politico-antropologica nei confronti di Trump e del suo elettorato, e che si disperano perché il Paese a stelle e strisce non ha al comando il bastone da essi desiderato! «Il mio Presidente non è Donald Trump!». E chi se ne frega! Per questi servi sciocchi fa dunque una bella differenza cantare o recitare in onore di questo piuttosto che di quel padrone, pardon: Presidente; e ciò che ai miei occhi appare più odioso è che essi esprimono l’orientamento della cosiddetta opinione pubblica americana, diversamente collocata sul piano politico ma unita al cospetto dei sacri interessi nazionali.
I “sinistri” americani temono che con Trump il buon nome della super potenza statunitense possa appannarsi agli occhi del mondo. A questo proposito scriveva qualche giorno fa Giuseppe Cucchi su Limes: «L’approccio del primo presidente afro-americano e quello del magnate newyorkese all’apparenza non potrebbero essere più diversi. Eppure la priorità di entrambi è la stessa: conservare il primato statunitense». E fin qui c’ero arrivato pure io. La continuità del dominio sociale attraverso i cambiamenti che si registrano nella sfera politica è qualcosa che sfugge a chi non riesce ad andare oltre la schiuma del processo sociale.

In ogni caso, e in ossequio al detto che dal male può anche venire il bene (come dalla tragedia può anche scaturire la farsa), la “sinistra” americana è pronta a «pensare in grande», almeno a dar retta a Christopher D. Cook: «Le proteste e le esplosioni di dissenso sui social media prendono proporzioni enormi. Dobbiamo volgere tutto questo a nostro favore, costruire una ribellione coerente e compatta; una reazione, uno scossone da dare alla classe lavoratrice, e una coalizione intelligente fra le diverse anime costituenti, che mettano insieme la maggioranza progressista di questo Paese, e che portino ad un grande rifiuto del Partito Repubblicano alle elezioni di metà mandato, la vittoria in numerosi Stati, e la nascita di un movimento concreto, progressista e di larghe intese. […] Spingiamo il Partito Democratico verso una direzione indiscutibilmente più progressista, e sviluppiamo delle alternative indipendenti dal panorama elettorale corrente» (Progressive, 27 gennaio 2017). Che si stia verificando ciò che profetizzava Slavoj Žižek alla vigilia del voto “rivoluzionario” dell’8 novembre? «La vittoria di Trump», scriveva infatti l’intellettuale sloveno, «contiene in sé un grave rischio, non c’è dubbio, ma la sinistra sarà mobilitata solo dalla minaccia di una catastrofe. Né Clinton né Trump stanno “dalla parte degli oppressi”, per cui la vera scelta è astenersi dal voto o scegliere tra i due quello che, pur non valendo nulla, apre le maggiori possibilità che si inneschi una nuova dinamica politica che possa condurre alla massiccia radicalizzazione della sinistra». Dichiarazione oltremodo dialettica che si era meritata la pungente e non del tutto infondata (anzi!) ironia di Giuliano Ferrara: «Su Repubblica un testo delirante del delirante filosofo sloveno diceva ieri che ci si può astenere, ma se si vota la scelta è Trump, così la sinistra rivoluzionaria saprà che cosa fare per quattro anni almeno». Mi aspetto qualche sussulto anche da parte del “movimento pacifista”, latitante negli anni del premio Nobel Obama – e della coppia più bella del mondo Putin-Assad (*).

«L’equivalenza morale» tra la Russia di Putin e l’America di Trump denunciata dal WSJ piace invece molto ai sovranisti europei, a quelli di “destra” come a quelli di “sinistra”. A proposito di quest’ultima «equivalenza» politica, il politologo francese Dominique Moïsi ha dichiarato al Corriere della Sera del 6 febbraio quanto segue: «Bisogna capire che sui temi della globalizzazione il Front National oggi è un po’ l’equivalente di quel che un tempo era il partito comunista. Ha un’ideologia anti-capitalista [sic!] molto vicina all’estrema sinistra. I discorsi di Jean-Luc Mélenchone e di Marine Le Pen, sul piano dell’economia e dell’avversione nei confronti del mondo globalizzato, sono abbastanza vicini». Non c’è dubbio. Come ho scritto altre volte, gli estremi si toccano quando condividono lo stesso terreno di classe, per usare un vecchio ma non logoro gergo “critico-radicale”. Ad esempio, rispetto ai “comunisti” di cui parla lo scienziato della politica appena citato chi scrive non è né “più a sinistra” né “più a destra”: è piuttosto altrove, si muove appunto su un diverso e anzi opposto terreno di classe, non importa con quale capacità (davvero minima!) in fatto di dottrina politica e con quale successo (lasciamo perdere…). Ai tempi di Marx e di Lenin i termini “destra” e “sinistra” identificavano la differenza abissale che corre tra reazionari e rivoluzionari, tra oppressori e oppressi, tra sfruttatori e sfruttati; ormai da tempo la politologia e il personale politico che ci amministra li applicano invece ai diversi partiti e movimenti che a diverso titolo e con diverse funzioni sono al servizio dello status quo sociale. Perché, com’è noto, questo regime sociale si può sostenerlo da “destra”, dal “centro” e da “sinistra”: è una gara a chi lo sostiene con maggiore efficacia!

Frattanto, con le parole di Moïsi ci troviamo per l’ennesima volta dinanzi alla castroneria più insulsa, ridicola e menzognera che sia mai uscita dal cervello umano negli ultimi millenni: il “comunismo” concepito alla stregua di un capitalismo nazionalista, protezionista, statalista. Se qualcuno può scrivere senza temere di cadere nel ridicolo che Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen esprimono, sebbene da posizioni politiche diverse, «un’ideologia anti-capitalista», allora è proprio vero che viviamo nell’epoca della post-verità.

(*) «Amnesty International ha accusato il regime siriano di aver impiccato circa 13.000 persone in cinque anni, tra il 2011 e il 2015, in una prigione del governo vicino Damasco, denunciando una “politica di sterminio”. In un rapporto, in cui si riporta l’esito di interviste a 84 testimoni, tra cui guardie, prigionieri e giudici, Amnesty segnala che almeno una volta alla settimana tra il 2011 e il 2015 gruppi fino a 50 persone sono stati presi dalle loro celle per processi arbitrari, picchiati e poi impiccati “nella notte, in totale segretezza”. La maggior parte delle vittime sono civili, percepiti come oppositori del governo del presidente Bashar al Assad» (askanews, 7/02/2017).

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