NOTRE ENNEMI, LE CAPITAL!

Per Carlo Lottieri il saggio di Jean-Claude Michéa Notre ennemi, le capital, uscito poche settimane fa per le edizioni Flammarion, «interpreta alla perfezione l’antiliberalismo di destra e sinistra che porta a esaltare qualunque filippica contro il profitto e a invocare ogni forma di nazionalismo economico e regolazione autoritaria». Non ho letto il libro di Michéa, ma a giudicare da quello che sono riuscito a trovare sul Web di e su lui, credo che il giudizio di Lottieri non sia poi così infondato, tutt’altro. Tra l’altro, la sua esibita simpatia per Jean Luc Mélenchon e Marine Le Pen («sono gli unici due candidati a distinguersi, ciascuno a loro modo, dal discorso mediatico ufficiale sui benefici della globalizzazione e del libero scambio») la dice lunga sulla sua concezione – ultrareazionaria! – della società, e conferma quanto vado dicendo a proposito del cosiddetto populismo di “destra” e di “sinistra”: gli estremi politici si toccano perché condividono lo stesso terreno di classe – borghese, nell’accezione storico-sociale del concetto. Per questo la sempre più stucchevole diatriba intorno al valore della vecchia divisione “novecentesca” sinistra-destra è del tutto priva di senso se intanto non si chiarisce il terreno su cui insiste (almeno come ipotesi) quella divisione, la quale dalla prospettiva autenticamente anticapitalistica appare interamente confinata dentro lo status quo sociale vigente in tutto il pianeta.

Definisco «prospettiva autenticamente anticapitalistica» la posizione teorico-politica che si batte 1. per l’eliminazione dei rapporti sociali capitalistici (e quindi per l’eliminazione del denaro, della merce, del lavoro salariato e di quant’altro presuppone e pone sempre di nuovo lo sfruttamento sempre più scientifico degli individui e della natura) e 2. per il superamento della dimensione classista della comunità umana – e quindi per il superamento dello Stato e della stessa politica come espressione degli antagonismi di classe. Lo so, sto riassumendo, malamente, il programma comunista di Marx, ma non ho mai detto di avere in testa un pensiero originale.

Ma qui non è di me né di Michéa che intendo parlare. Vorrei piuttosto commentare i seguenti passi di Lottieri: «Dopo le prediche in favore della decrescita di Serge Latouche e quelle sull’eguaglianza di Thomas Piketty, dalla Francia ci viene quindi l’invito a convogliare tutti i ceti popolari contro il comune nemico (il capitale), superando ogni distinzione tra progressisti e conservatori. Va subito detto, però, che si tratta di una lezione assai strampalata: fin dal titolo. Sostenere che il capitale è un nemico significa considerare intrinsecamente negativa la ricchezza e, in particolare, quel tipo di ricchezza non consumata immediatamente, poiché il suo impiego è differito al fine di realizzare in un secondo momento progetti di ampio respiro. Quale che sia la struttura giuridica ed economica che si vuole adottare (collettivista oppure no), una società che non voglia rinunciare alle risorse e neppure voglia vivere solo nell’istante, deve allora fare i conti con il capitale e valorizzarne la funzione». Questo è vero sulla base del Capitalismo, ed è un dogma di fede solo per chi non concepisce altra ricchezza sociale che non abbia le sembianze del denaro e della merce. L’orizzonte concettuale di Lottieri è confinato dentro il cerchio stregato – e feticistico – del Capitale: al di là della produzione e della distribuzione che esso rende possibile, nella sua forma liberista (che il Nostro predilige) oppure in quella statalista (che egli invece detesta e che maldestramente concepisce come “socialismo” o “collettivismo”) non può che esservi  la società in grado di «vivere solo nell’istante», e quindi destinata a estinguersi rapidamente, o comunque sempre a rischio di estinzione perché in balia delle circostanze più o meno avverse. Per dirla con Marx, il mondo di Lottieri deve necessariamente essere, per natura o in virtù di una non meglio individuata magagna antropologica, il mondo in cui il valore di scambio domina sul valore d’uso: che tristezza!

Che una Comunità umana possa generare ricchezza sociale (“beni e servizi”) senza l’ausilio del Capitale è cosa che agli «economisti borghesi» è sempre apparsa una bestemmia che può stare solo nella bocca di qualche utopista avvinazzato. E qui il pensiero corre nuovamente e come sempre in direzione dell’alcolista di Treviri, il quale spiegò a suo tempo in maniera semplice semplice (l’ho capito perfino io!) che il Capitale non è una cosa; non è una tecnologia economica socialmente neutra, ossia buona per tutte le epoche storiche e assolutamente indispensabile per una società che voglia godere di alti standard di civiltà: esso è in primo luogo l’espressione sintetica di un peculiare rapporto sociale di dominio e di sfruttamento. «È soltanto l’abitudine della vita quotidiana che fa apparire come cosa banale, come cosa ovvia, che un rapporto di produzione sociale assuma la forma di un oggetto, cosicché il rapporto fra le persone nel loro lavoro si presenti piuttosto come un rapporto reciproco fra cose e fra cose e persone». (K. Marx, Per la critica dell’economia politica).

Il pluslavoro e il conseguente plusprodotto solo nella società capitalistica generano plusvalore, fondamento del profitto (in ogni sua declinazione) e della rendita – fondiaria, finanziaria, ecc.; solo nel Capitalismo una parte del plusvalore che assume la forma di profitto industriale deve alimentare il motore dell’accumulazione, ossia della produzione su una base sempre più larga. Ma può benissimo esservi un plus di lavoro, dedicato ad esempio alla creazione di scorte, alla manutenzione ordinaria o straordinaria dei mezzi di produzione, ecc., che non assuma la natura di plusvalore, la cui esistenza, è bene precisarlo nuovamente, presuppone e pone rapporti di sfruttamento tra chi produce direttamente la ricchezza sociale (i lavoratori salariati, “manuali” o “intellettuali” che siano) e chi la incamera in quanto proprietario dei mezzi di produzione e distribuzione – che non sono altro che capitale in esercizio. Ovviamente il discorso non muta di un bosone se la proprietà capitalistica fa capo ai singoli o allo Stato, una tesi, questa, che lo statalista sinistrorso non capirà mai.

Perché una comunità organizzata umanamente dovrebbe produrre “beni e servizi”, ossia ricchezza sociale, solo in vista dei bisogni del giorno? Perché essa non dovrebbe o non potrebbe pensare, e poi agire di conseguenza, anche per il giorno successivo, o per il mese successivo e così via, secondo il razionale “calcolo” dei bisogni umani? Intanto diciamo che il “calcolo” dei bisogni umani diventa razionale non grazie all’ausilio della scienza e della tecnica, come ci insegna l’irrazionale economia capitalistica, ma solo nella misura in cui gli uomini riescono a padroneggiare l’intero processo di produzione e di distribuzione della ricchezza sociale, cosa che presuppone appunto il superamento della dimensione capitalistica della vigente produzione-distribuzione. Qui razionalità e umanità sono le facce di una (splendida) medaglia. Nella Comunità umana «Gli uomini sbrigheranno ogni cosa in modo assai semplice, senza l’intervento del famoso “valore”» (F. Engels, Antidühring). Solo chi attribuisce (di fatto!) proprietà magiche al Capitale è incapace di concepire come possibile, anche solo in linea teorica, una produzione/distribuzione di ricchezza sociale che non assuma le disumane sembianze del denaro e della merce. Si può invece benissimo ritenere possibile, se non proprio auspicabile (non è comunque il caso di chi scrive!), la produzione e la distribuzione di meri valori d’uso senza per questo nutrire il dubbio di aver concesso qualcosa al pensiero magico.

«Se si immagina la società non capitalista ma comunista, innanzi tutto cessa interamente il capitale monetario, dunque anche i travestimenti delle transazioni che per suo mezzo si introducono [si tratta del velo monetario che risulta impenetrabile alla vista degli economisti borghesi: vedi Lottieri!]. La cosa si riduce semplicemente a ciò, che la società deve calcolare in precedenza quanto lavoro, mezzi di produzione e mezzi di sussistenza essa può adoperare, senza danno, in branche le quali, come la costruzione di ferrovie ad es., per un tempo piuttosto lungo, un anno o più, non forniscono né mezzi di produzione né mezzi di sussistenza, né un altro qualsiasi effetto utile, ma al contrario sottraggono alla produzione totale annua lavoro, mezzi di produzione e mezzi di sussistenza. Nella società capitalistica invece, in cui l’intelletto sociale si fa valere sempre e soltanto post festum, possono e devono così intervenire costantemente grandi perturbamenti» (K. Marx, Il Capitale, II). È sufficiente por mente solo per un istante alla straordinaria potenza dell’attuale tecnoscienza, oggi al servizio del Capitale (ossia di interessi disumani), per capire, o semplicemente intuire, quanto sarebbe a portata di mano il calcolo di cui parlava Marx già un secolo e mezzo fa. «Oggi il progresso verso l’utopia è arrestato dall’enorme sproporzione fra il peso dei prepotenti meccanismi del potere sociale e quello della masse atomizzate. Tutto il resto è un sintomo di questa sproporzione. […] Ora che la scienza ci ha aiutati a vincere il terrore dell’ignoto nella natura siamo schiavi di pressioni sociali che noi stessi abbiamo create» (M. Horkheimer, Eclisse della ragione). Ma chi crea può, volendo, anche distruggere: non siamo insomma vittime di un destino cinico e baro, ma di precisi rapporti sociali che produciamo sempre di nuovo “spontaneamente” e “liberamente”, semplicemente lavorando, consumando e, in generale, comportandoci da “onesti cittadini”.

Solo lo strapotere sociale che non ci lascia vivere umanamente ci impedisce di cogliere col pensiero le eccezionali possibilità di emancipazione che l’attualità del Dominio, al contempo, ci nega e ci offre. Come scrisse una volta qualcuno, oggi è più facile immaginare la fine del mondo che quella del Capitalismo. È ciò che chiamo tragedia dei nostri tempi, alla cui scrittura hanno concorso anche, se non soprattutto, i “comunisti” un tempo devoti a Stalin, a Mao e a qualche altro leader “comunista” impegnato a costruire da qualche parte il “paradiso terrestre”. Hanno costruito l’inferno e lo hanno chiamato paradiso! Non c’è, dunque, di che stupirsi nel constatare il disorientamento e l’impotenza politico-sociale che segnano la condizione dei dominanti.

È nel senso che ho cercato di precisare sinteticamente in questa breve nota che il Capitale è il nostro nemico, e non certo nel senso proposto da quegli “anticapitalisti” la cui idea più “rivoluzionaria” che riescono a concepire è il Capitalismo di Stato: nientemeno!

Scriveva qualche settimana fa Valentino Parlato sul Manifesto: «Dobbiamo capire che siamo a un passaggio d’epoca, direi un po’ come ai tempi di Marx quando il capitalismo diventava realtà. […] Non possiamo non tener conto di quel che sta cambiando: dobbiamo studiarlo e sforzarci di capire, sarà un lungo lavoro e non mancheranno gli errori, ma alla fine un qualche Carlo Marx arriverà». Un qualche Carlo Marx! Ecco, mentre aspettiamo il miracoloso compiersi del messianico Evento, le nuove generazioni non farebbero male, a mio modesto avviso, a compulsare il vecchio Marx per meglio comprendere l’attuale «passaggio d’epoca» – e magari per mettere in discussione certi luoghi comuni intorno al suo pensiero messi in circolazione dai suoi epigoni “statalisti” come dai suoi detrattori “liberisti”.

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2 thoughts on “NOTRE ENNEMI, LE CAPITAL!

  1. Parlato come al solito non ha capito e abbisogna di novità per continuare a non capire – e a dormire il sonno dei giusti:
    a M&E si ritornerà sempre (nulla di ciclico, è che siamo in un empasse) perchè sono stati fra i pochissimi a intravedere dentro il Capitalismo cosa ci potrebbe essere dopo il Capitalismo

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