LE RAGIONI DELLA COREA DEL NORD…

Raggio di sole che ci guida!

Pensavo che a difendere il carcere a cielo aperto chiamato Corea del Nord fossero rimaste in Italia due sole persone: lo stalinista incallito Marco Rizzo e il comico-statista Antonio Razzi. Rizzo & Razzi. Mi sbagliavo! Eccone le prove: «Dal canto suo, la Corea del Nord ha sempre ribadito che per garantire la propria sicurezza occorre destinare almeno il 30% del Pil alla spesa militare, sviluppare un forte programma di investimenti nei settori della ricerca scientifica e dello sviluppo tecnologico, integrare programmi nucleari civili e militari, non consentire a chicchessia di mettere in discussione l’integrità territoriale e la stabilità politica degli Stati emergenti sullo scenario internazionale, pretendere una relativa reciprocità nel quadro dei rapporti bilaterali in base ai principi della non-ingerenza e della coesistenza pacifica». Ma certo, difendiamo con tutti i mezzi necessari la sovranità del carcere-caserma, anche a costo di comprimere al lumicino le condizioni di vita e di lavoro delle “larghe masse”: per la sopravvivenza del “Socialismo con caratteristiche nord-coreane” e, in generale, per la difesa della sovranità nazionale di qualsiasi Paese questo e pure altro! L’antimperialismo (sic!) non è mica un pranzo di gala!

Ecco adesso un po’ di bieca propaganda al servizio dell’Imperialismo Amerikano: «Il regime di Pyongyang ha mandato più di cinquantamila persone a lavorare all’estero in condizioni simili al lavoro forzato, secondo i criteri delle Nazioni Unite. È quanto denunciato da Marzuki Darusman, relatore speciale dell’Onu per i diritti umani in Corea del Nord, durante una conferenza stampa. Il governo nordcoreano ricava ingenti somme di valute straniere fornendo migliaia di operai ad aziende all’estero: da 1,3 a 2 miliardi di euro ogni anno, secondo stime del 2012 di North Korea Strategy Center, un’organizzazione di Seoul che lavora con i nordcoreani fuggiti dal regime. Il sistema di esportazione della manodopera permette a Pyongyang di aggirare le sanzioni imposte al paese dalle Nazioni Unite e finanziare così le forze militari e il programma nucleare nord coreano. […] L’ultimo rapporto di Darusman presentato all’assemblea generale spiega che i lavoratori nordcoreani, impiegati soprattutto in Cina e in Russia, devono affrontare turni lunghi fino a venti ore, con solo uno o due giorni di riposo al mese, e che non ricevono cibo a sufficienza. Inoltre sono tenuti sotto la costante sorveglianza di guardie nordcoreane. Alcuni vengono pagati (non più di circa 130 euro al mese in media), ma in generale è il regime di Kim Jong-un a guadagnarci: le aziende che assumono gli operai nordcoreani – soprattutto imprese di costruzioni, del legname, tessili o minerarie in più di quaranta paesi – prendono accordi direttamente con Pyongyang» (Internazionale). Soprattutto la Russia (si parla di 30.000 lavoratori), la Cina (alcune decine di migliaia), la Mongolia e il Qatar (circa 3.000 lavoratori impiegati nell’edilizia) sfruttano nel modo più intensivo la forza-lavoro esportata dal regime Nordcoreano. Anche il dinamico e aggressivo capitalismo sudcoreano sfrutta a dovere i lavoratori che hanno la fortuna (trattasi di macabra ironia!) di esser nati nell’ultimo Paradiso Terrestre con caratteristiche Nordcoreane: «A Kaesong c’è un parco industriale gestito congiuntamente dal Nord e dal Sud. Le 124 aziende e la tecnologia sono di Seul, la mano d’opera è fornita da Pyongyang. Le paghe basse invitano gli imprenditori sudcoreani a investire; il governo nordista incassa buona parte degli utili prodotti da circa 53 mila operai. Ora a Pyongyang hanno deciso un aumento del salario minimo: da 70 dollari e 35 centesimi al mese a 74. Ma quei 3,65 dollari in più non sono piaciuti agli industriali del Sud: contestano la decisione unilaterale» (G. Santevevecchi, Corriere della Sera).

Detto en passant, oggi la società Sudcoreana è attraversata da una crisi sistemica (economica, politica, istituzionale, morale) che ha trovato nell’elezione di Moon Jae-in una sua prima espressione “sovrastrutturale” significativa: «Il nuovo presidente della Corea del Sud è stato eletto per il suo programma di riforme interne, ma dovrà dare la priorità alle sfide regionali: provare a dialogare con Kim Jong-un, riavvicinarsi a Pechino, capire cosa vuole Trump» (M. Milani, Limes). Vedremo come se la caverà.

Sia come sia, per il già citato Eros Barone «la Repubblica Popolare Democratica di Corea rappresenta un esempio di lotta antimperialista», come sostenne peraltro Ernesto Che Guevara il 6 gennaio 1961 in un discorso alla televisione cubana che il Nostro ha cura di ricordare nel suo articolo – forse per punzecchiare qualche compagno guevarista che pensa che il regime di Pyongyang sia indifendibile: «Sembra quasi di trovarsi tra le pagine del romanzo distopico per eccellenza “1984” di George Orwell», scrive su Notizie Geopolitiche Manuel Giannantonio disegnando il profilo «dell’ultima grande dittatura comunista». Non essendo stato mai un simpatizzante del mitico Che, la punzecchiatura di Barone su di me non ha effetto alcuno.

Un’altra perla baronale: «I comunisti, gli autentici pacifisti e i sinceri democratici di tutto il mondo, nel riconoscere la funzione giusta e progressiva assolta dalla Corea socialista sia nella politica interna sia nella politica estera, hanno il dovere di schierarsi al suo fianco nella lotta contro l’imperialismo». Cancellate «Corea» e scrivete «Russia» (o «Cina»): avrete il classico documento “antimperialista” e “sinceramente pacifista” che i “comunisti” italiani amavano scrivere negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta…

Ora, dire tutto questo significa forse portare acqua, anche solo “oggettivamente”, al gigantesco mulino della prima potenza imperialistica del mondo? A mio avviso solo un imbecille potrebbe pensarlo. La denuncia dell’attivismo imperialistico degli Stati Uniti (ma anche di quello della Cina, del Giappone e della Russia) nel Mar del Giappone e in tutta l’area del Pacifico Orientale non mi impedisce di solidarizzare con i miei “colleghi di classe” nordcoreani che vivono in una condizione di miseria estrema tanto nei – pochissimi – centri urbani quanto nelle zone rurali. Ovviamente colà è illegale anche solo fotografare la miseria di persone povere o dei senzatetto per non infangare l’immagine della Corea del Nord. Dire questo significa squalificare il regime “Juche” (*) agli occhi dell’opinione pubblica mondiale? Benissimo! Tanto più per chi, come me, si è sempre battuto contro ogni forma di falso «socialismo reale», formula che un tempo si applicava ai regimi politici basati economicamente su un Capitalismo di Stato più o meno in regola con i canoni dell’ortodossia economica. Il «socialismo reale» come la più grande impostura ideologica del XX secolo. Com’è noto, i nipotini di Stalin e di Mao hanno voluto rifarsi il trucco con l’ennesima balla ideologica (in procinto di scoppiare): il chávismo come «Socialismo del XXI secolo». Sostenere questo significa forse tifare “oggettivamente” (è lì che il diavolo imperialista mette la coda!) per la “destra neoliberista” che contende il potere all’attuale caudillo di Caracas? Che qualcuno lo pensi non mi fa, come si dice dalle mie parti, né caldo né freddo: sono del tutto indifferente alle critiche che ricevo da certi “antimperialisti”, che critico solo per cercare di accreditare presso le persone politicamente e umanamente sensibili l’idea che il cosiddetto «comunismo novecentesco» (insomma, lo stalinismo variamente declinato in Russia, in Cina, in Italia: vedi PCI, e altrove nel mondo) non aveva nulla a che fare con un autentico punto di vista critico-rivoluzionario, ma che esso era invece parte integrante dell’ideologia dominante radicata nei rapporti sociali capitalistici. L’impresa appare impossibile, ma ci provo lo stesso!

Ai sovranisti d’ogni colore (vedi Le Pen e Mélenchon!) e agli “antimperialisti” che sono totalmente immersi nella logica della competizione geopolitica fra Potenze e Alleanze imperialistiche ricordo un vecchio slogan del “Movimento”: Il proletariato non ha nazione! Internazionalismo, Rivoluzione! Certi “comunisti” e “antimperialisti” lavorano H24 per dare al proletariato di qualche Paese uno straccio di Nazione: che capolavoro di “dialettica rivoluzionaria”! La classe dominante ovviamente ringrazia.

L’esperienza cambogiana dei Khmer Rossi e, mutatis mutandis, quella albanese di Enver Hoxha dimostrano fino a che punto le preoccupazioni sovraniste generate da una disgraziata collazione geopolitica possano creare le più odiose condizioni sociali per la popolazione. Dal mio punto di vista quelle preoccupazioni non valgono una sola, singola vita umana.

Anche Massimo Fini scende in campo, “da destra”, a difesa di quel che rimane del famigerato «Asse del Male»: «Secondo Furio Colombo, in un articolo pubblicato dal Fatto l’8 maggio e intitolato “La follia come politica del mondo”, i leader dei Paesi che non rientrano nel circolo buono delle Democrazie occidentali propriamente dette, sono dei pazzi o quantomeno dei pericolosi psicolabili. Al primo posto sta, di diritto, il dittatore della Corea del Nord Kim Jong-un. Al secondo Nicolás Maduro, il presidente del Venezuela, al terzo e al quarto, leggermente distaccati, Putin ed Erdogan. Sarò più pazzo di lui ma Kim Jong-un a me non sembra affatto pazzo» (Il Fatto quotidiano). La freccia critica di Fini non può certo centrare un nemico “senza se e senza ma” del «circolo buono delle Democrazie occidentali propriamente dette» quale io sono. Ma, invertendo Marx, si può benissimo essere nemici del regime totalitario senza essere per questo amici del regime democratico: ciò che informa la mia analisi politica (e geopolitica!) è in primo luogo la natura di classe di un regime sociale, non la sua contingente “sovrastruttura” politico-istituzionale. Di certo non posso condividere quanto Fini dice a proposito della natura sociale della Corea del Nord: «è l’ultimo Paese comunista rimasto al mondo. È criminale oltre che folle essere comunisti? Per decenni, almeno fino al collasso dell’Urss, pregiati e stimati leader politici occidentali, italiani, francesi, tedeschi, appartenenti all’area della sinistra europea sono stati comunisti – alcuni ancora lo sono – senza che li si considerasse né criminali né folli». Una “oggettiva” ironia, quella di Fini, che coglie in pieno i «pregiati e stimati leader politici occidentali appartenenti all’area della sinistra europea» che un tempo furono “comunisti” (ma «alcuni ancora lo sono»), ossia variamente stalinisti.

«La Corea del Nord», scrive il Nostro, «è circondata da Paesi ostili, alcuni nucleari e anche quelli che nucleari non sono, come la Corea del Sud, è come se lo fossero perché sono di fatto un protettorato della più grande Potenza atomica del mondo. È così strano, così criminale, così folle che la Corea del Nord voglia farsi un armamento nucleare?». Come si vede, anche il pensiero finiano si muove interamente dentro la già ricordata logica della competizione geopolitica fra Potenze e Alleanze imperialistiche; una logica disumana che si nutre della vita delle persone, in tempo di “pace” come in tempo di guerra. Le ragioni delle Potenze, grandi e piccole, e della Nazioni, grandi e piccole, non vanno negate moralisticamente e idealisticamente: esse vanno piuttosto riconosciute e combattute per quel che sono: le ragioni di un mondo (capitalistico) sempre più ostile alle ragioni dell’«uomo in quanto uomo».

Come ho scritto altre volte, È qui che insiste la differenza fondamentale tra il punto di vista geopolitico di considerare la competizione interimperialistica, il quale non solo non mette in questione l’ordine sociale mondiale, ma si sforza di sostenerlo dando scientifici consigli alle classi dominanti dei diversi Paesi, e il punto di vista critico-radicale che all’opposto intende attaccare analiticamente e politicamente quell’ordine.

«Tra la devastazione di un Paese martoriato oggi la villa di Kim Jong-un si erge può bella e maestosa che mai, simbolo di un regime malato che vive nel lusso alle spalle di un popolo ridotto sempre più allo stremo. Facile parlare di comunismo quando la vita di un normale cittadino non vale neanche un millesimo di quella del suo leader ma, in fondo, sono solo storie di vita quotidiana di un lontano regime comunista!» (L. Muzzi, Il giornale). Per i “destri” è un piacere impagabile poter fare del “populismo” contro un regime “comunista”: potrebbero almeno ringraziare i “comunisti” ancora rimasti in servizio!

Io spero che quanto prima le classi subalterne nordcoreane possano trovare la forza di lottare contro le loro terribili condizioni di vita e di lavoro, che esse possano formare sindacati indipendenti e ogni altro tipo di associazione rivendicativa a carattere sia “economico” che politico, e ciò senza nulla concedere alla preoccupazione sovranista-nazionalista sintetizzabile nella domanda che segue: «Ma lo sviluppo della lotta di classe in Corea del Nord non favorirebbe oggettivamente l’Imperialismo degli Stati Uniti e gli interessi geopolitici dei suoi alleati asiatici?» Ovunque nel mondo l’orgoglio nazionalista è veleno iniettato dai dominanti nelle vene dei dominati. Naturalmente la speranza che ho espresso per i subalterni nordcoreani va estesa tale e quale ai lavoratori e ai proletari di tutto il mondo, senza alcun riguardo per gli interessi nazionali di questo o quel Paese. Lotta di classe in Corea del Nord, in Corea del Sud, in Giappone, in Cina, negli Stati Uniti, ovunque! A cominciare dall’Italia, of course. Lo so, si tratta di una speranza che oggi non ha molte possibilità (notare l’eufemismo) di venir soddisfatta, ma quantomeno essa contribuisce a orientare il pensiero che vuole essere radicalmente critico verso piste politicamente feconde, ossia ostili all’ideologia oggi dominante sul pianeta – incluso certo cosiddetto “antimperialismo”.

(*) La Corea del Nord non si considera più “comunista”, ma “Juche”, un termine coniato dal Caro Leader Kim Il-sung per definire la “filosofia politica” del suo regime.

Leggi anche:
A CHE PUNTO È L’APOCALISSE NUCLEARE?

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