INDIETRO TUTTA! Sui sostenitori del regime venezuelano

Su Libération del 29 maggio è apparso l’interessante e breve editoriale di Laurent Joffrin che riporto interamente per mantenere desta l’attenzione sulla gravissima crisi sociale che scuote il Venezuela. L’editoriale ha come titolo En arriére, con esplicita allusione alla sinistra chávista francese ed europea che ancora oggi difende il ridicolo – questo però appartiene al mio modestissimo bagaglio “dottrinario” e politico – mito del «Socialismo del XXI secolo», ultimo rifugio per stalinisti e maoisti bisognosi di un lifting ideologico. So che più di un lettore avrà cura di mettermi nel fetido mazzo dei «grandi potentati della stampa internazionale, che agiscono su ordini precisi di Usa e Unione Europea» (Luciano Vasapollo, estimatore della «repressione pacata e lungimirante dell’esercito e della polizia bolivariana»), ma la cosa non mi turba più di tanto.

«L’esperienza del Venezuela, tanto decantata nella sinistra radicale in Francia e altrove, si conclude in un disastro. Mentre detiene le maggiori riserve di petrolio del mondo, il paese è indietro di diversi decenni, con gli standard di vita che precipitano, un’inflazione a tre cifre e una drammatica crisi alimentare. I venezuelani devono ora sopportare interminabili code per il cibo o per trovare farmaci. Una parte della popolazione, soprattutto nelle classi inferiori, non ha abbastanza da mangiare. Le proteste, che non provengono tutte da destra, si moltiplicano. Il piano del governo si propone di salvare il regime mettendo il suo destino nelle mani dell’esercito e delle milizie violente legate al partito chavista. Ora si teme l’istituzione di un regime semi-dittatoriale che ricorda quelli legati alla tradizione latino-americana che credevamo superata. I difensori della “rivoluzione bolivariana” attribuiscono la crisi alla caduta dei prezzi del petrolio, la risorsa principale del paese. Questo fattore ha ovviamente un grande peso, ma non è l’unico. Dopo il successo iniziale, reso possibile principalmente dalla distribuzione delle entrate petrolifere, unica ed elementare misura economica, il regime ha completamente fallito l’obiettivo di diversificare il suo sistema produttivo e, sulla base di un’ideologia dogmatica, ha aumentato in proporzioni irragionevoli l’intervento dello Stato nell’economia. Come sempre in questi casi, l’economia si è vendicata. I produttori, grandi e piccoli, sono stati scoraggiati, la corruzione amministrativa è cresciuta e la redistribuzione ha preso una piega sempre più clientelare. Ora è il popolo venezuelano, che il populista Chávez si vantava di difendere, che paga crudelmente il prezzo».

Per Carlo Formenti in Venezuela e nel resto dell’America Latina è in atto una «controrivoluzione», il che mi fa pensare a una precedente rivoluzione in quegli esotici luoghi che evidentemente non ha avuto il garbo di attirare la mia eurocentrica attenzione: mi son distratto un attimo! Formenti appartiene a quel partito filo-chávista che nemmeno immagina possibile l’esistenza di un’alternativa tra il tifare per il regime di Caracas e il tifare per la fazione opposta, e che pensa che chi non si schiera apertamente dalla parte del primo porta acqua, quantomeno “oggettivamente”, al mulino della “destra liberista-selvaggia” venezuelana e, ovviamente, al gigantesco mulino dell’Imperialismo a stelle e strisce, pronto a distruggere qualsivoglia presenza scomoda che si agiti nel suo cortile di casa. Per molti sostenitori delle ragioni di Nicolas Maduro, reprimendo il movimento politico-sociale che imperversa nel Paese il Presidente venezuelano non sta facendo niente di diverso rispetto a quello che farebbero le democrazie occidentali se si trovassero alle prese con un simile fenomeno. Verissimo! Dalla mia bizzarra prospettiva il regime apertamente autoritario (bastone) e il regime democratico (un’alternanza di scheda elettorale e di bastone) sono due facce della stessa medaglia, due diversi – e complementari/sinergici – modi di gestire le contraddizioni e i conflitti sociali. Ma perché sostenere il diritto alla repressione di questo o quel regime? Ah! Dimenticavo: in Venezuela si tratta di arginare una controrivoluzione in atto…

Scrivevo in un precedente post dedicato alla crisi sociale venezuelana: «Si può essere contro il regime cosiddetto chávista senza per questo sostenere, neanche un po’, chi gli si oppone rimanendo sullo stesso terreno di classe? Per me la risposta è di un’ovvietà disarmante: certo che si può! Anzi, dal mio punto di vista si deve. Quando parlo di “terreno di classe”, usando una vecchia espressione che tuttavia riesce ancora a toccare la sostanza della realtà sociale del XXI secolo, intendo ovviamente riferirmi alla natura capitalistico-borghese del regime venezuelano e degli oppositori politici che da anni cercano di prenderne il posto, anche correndo il rischio di pagare un prezzo assai salato in termini di sangue versato». Ma chi sono io per impartire lezioni di “autonomia di classe” a intellettualoni del calibro di Vasapollo  e Formenti?

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3 thoughts on “INDIETRO TUTTA! Sui sostenitori del regime venezuelano

  1. Nello scorrere er il web cercando informazioni sul Venezuela, mi sono imbattuto senza volerlo, ma con estremo piacere, in questo interessantissimo blog

    io non ho nessuna voglia di appoggiare maduro, ma credo che nulla questi potesse fare se non un pò di redistribuzione della rendita petrolofera,. Siamo in un epoca in cui il capitalismo, preda della caduta del saggio di profitto, e incapace ormai di recuperare sulla massa dei profitti (antidoto di sempre), non può che vivere con la protesi del capitale fittizio, ovvero è impossibile che un paese periferico sviluppi un proprio capitalismo nazionale perchè il contesto non lo consente

    Mi chiedo però cosa debba fare io concretamente, che sono un comunista che vive al centro del sistema,oltre che screditare, magari a ragione, la ioggettiva nefficacia della prospettiva chavìsta cui riconosco buona fede

    Credo che concretamente, io debba mettermi contro l’imperialismo di casa mia, legato in modo subalterno a quello USA (il nemico in casa). Nel parlamento italiano vi è stato recentemente un dibattito dul venezuela pieno di accuse borghesi a Maduro, zsembrava di sentire i lupi che non vedono l’oradi poter azzannare e sfruttare in proprio le risorse petrolifre venezuelane

    Con ciò non appoggio Maduro, semplicemente mi metto contro l’imperialismo del mio campo, che tra l’altro è quello più forte,, se questo prevalesse ovunque ed anche in venezuelatutte le contraddikzioni sarebbero chiuse e qualunque emergenza rivoluzionaria, o semplicemente di classe, sarebbe piu difficile.,

    Anche se e mi metto contro il mio campo imperialista, so benissimo che maduro, fuori tempo massimo,, vorrebbe costruire un capitalismo nazionale in venezuela, ma preferisco la contraddizione e lo scontro tra le borghresie nazionali resistenti e l’imperialismo del campo prevalente. Ssempre meglio che il dominio assoluto dell’imperialismo maggiore che chiuderebbe molto di più ogni possibbilità che una qualsiasi emergenza si affermi. Tale scontro, lasc ia qualche chances in più ai rivoluzionari, che hanno a che fare con un fronte meno compatto.

    In attesa, e nella speranza di emergenze che siano in qualche modo di classe, non appoggio maduro ed il chav^smo, ma mi metto contro l’imperialismo del blocco dominante, quello in cui vivo, denunziando e protestando contro gli appoggi occidentali ad un regima-change in venezuela. Ad abbattere maduro, deve essere il proletariato venezuelano. Mi spiega quale vantaggio ne venga mai ai proletari del mondo intero stare a guardare nell’indifferenza ?

    Non mi si accusi di cinismo, le dinamiche di cui parliamo, e i possibili scontri correlati, saranno decisi in ogni caso da dinamiche frutto del capitalismo stesso, noi possiamo solo metterle a frutto.
    Saluti, armando semanasanta

    P.S. non è mia intenzione polemizzare, che sarebbe una attività di tipo , per cosìddire, onanistico tra sostenitori della causa del proletariato. Mi interessa, ewd in generele, il confronto franco e non preconcetto

    • Ti ringrazio per l’immeritato complimento, che naturalmente incasso con molto piacere, tanto più se giunge da parte di un lettore che non condivide la mia impostazione politica nel caso di specie. La mia risposta al tuo commento la trovi sui miei post dedicati al Venezuela e, più in generale, alla competizione imperialistica mondiale (consiglio anche i post dedicati alla guerra in Siria), rispetto alla quale mi pongo su una posizione di radicale opposizione nei confronti di tutte le Potenze, grandi e piccole, di caratura internazionale (Stati Uniti, Cina, Russia, Unione Europea, ecc.) o regionale (a cominciare dall’Italia, Paese che, in quanto proletario italiano, considero il mio nemico principale non in quanto inserito in un’alleanza imperialistica dominata dagli Stati Uniti, ma in quanto media potenza capitalistica che ricerca il suo “spazio vitale” nel suo tradizionale “cortile di casa”, cosa che non di rado porta l’Italia a urtare contro gli interessi di Francia e Inghilterra: vedi Libia). Non ho mai condiviso la teoria del «Nemico Principale» (leggi Stati Uniti), soprattutto perché in passato (prima del crollo del famigerato Muro di Berlino) non consentiva di valutare adeguatamente la portate delle contraddizioni capitalistiche che si sviluppavano nel cuore del cosiddetto “mondo libero”: è sufficiente pensare alle guerre commerciali, finanziarie e monetarie che hanno visto come protagonisti USA, Germania e Giappone soprattutto dopo la chiusura del lungo ciclo espansivo postbellico alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso. Per altro verso quella teoria tendeva a sminuire, per converso, la portata delle tensioni sociali che si sviluppavano nei Paesi considerati nemici del «Nemico Principale», e ciò per non dividere e indebolire il fronte antiamericano. Ebbene, questo schema “campista” è, a mio avviso, tanto più infondato e politicamente perdente oggi, nel momento in cui la competizione interimperialistica è assai più complessa e frastagliata che ai tempi della Guerra Fredda. È sufficiente riflettere sul ruolo imperialistico della Cina per capire di che parlo. Già il solo parlare di «centro del sistema» nell’epoca del dominio globale e totale (o totalitario) del rapporto sociale capitalistico mi suona quantomeno problematico: il «centro del sistema» è ovunque. Questo senza ovviamente voler trascurare il problema circa l’ineguale sviluppo del Capitalismo nelle diverse aree del pianeta. Ritengo tuttavia che tale questione oggi debba essere approcciata in modo assai diverso da come Marx e Lenin l’aggredirono sul piano concettuale e politico a partire dal Capitalismo del loro tempo. Ma forse sto divagando!
      Personalmente riconosco come amico un unico campo, peraltro tutto da costruire: quello formato dal proletariato di tutte le nazioni e da tutti gli individui che si sentono in guerra con il rapporto sociale capitalistico. Dicendo questo so di non affermare niente di originale ma di esternare un minimo sindacale di “autonomia di classe”. A mio avviso è una pura e reazionaria illusione (che non ti sto attribuendo, sia chiaro!) credere che il lavoro di costruzione proletaria e internazionalista cui facevo cenno possa in qualche modo venir facilitata dall’indebolimento di questo o quell’imperialismo, e dal rafforzamento di questo o quell’imperialismo. All’autonomia di classe, declinata su ogni aspetto della lotta di classe (da quella “economica” per il lavoro e il salario a quella antimilitarista e antimperialista) non c’è alternativa, e non possiamo illuderci di poter fare politica internazionalista “concreta” (non “parolaia”, non “dottrinaria”, non “settaria”: insomma non come la faccio io secondo miei diversi interlocutori) appoggiando “tatticamente” il nemico del nostro “Nemico principale”: la storia è piena di mosche cocchiere finite malissimo. So benissimo di non proporre soluzioni facili, ma bere l’amaro calice che ci porge la realtà può forse aiutarci a porci le giuste domande.
      Per quanto riguarda il Venezuela, e senza scendere nei dettagli della tua riflessione, mi sembra che tu ponga la questione in termini esclusivamente capitalistici: cosa avrebbe potuto fare di diverso Chávez, cosa potrebbe fare di diverso Maduro? Ma non si tratta di dare consigli agli esponenti politici delle classi dominanti! Almeno per me si tratta di lottare contro ogni forma di politica economica implementata dalle classi dominanti, o anche solo da una sua fazione giunta contingentemente al potere. Io sono (cerco di esserlo) un anticapitalista, non un consulente per le buone pratiche capitalistiche. Non è appoggiando in qualche modo il regime di Maduro che possiamo lottare con efficacia i lupi di cui parli tu – anch’io ho seguito su Radio Radicale il dibattito parlamentare sul Venezuela. Anche se dici di non sostenere Maduro tu, a mio avviso, ti fai delle illusioni circa quel regime, che, a quanto credo di capire, consideri il male minore in chiave di prospettiva rivoluzionaria, «o semplicemente di classe». A mio avviso è proprio attribuendo una qualche coloritura “rivoluzionaria” e “socialista” (il «Socialismo del XXI Secolo: sic!») a quel regime e, più in generale, al chávismo, che si contribuisce ad allontanare nel tempo lo sviluppo di un’autentica coscienza di classe nel proletariato venezuelano, peraltro da sempre avvelenato dalla retorica patriottarda, come del resto tutto il proletariato dell’America Latina. È facile, per i regimi di “destra” e di “sinistra” di quella parte di mondo, far ricadere sempre e comunque la responsabilità dell’oppressione sociale, della miseria e di quant’altro agli americani! Dire questo significa forse portare acqua al mulino dell’imperialismo americano? Ma non scherziamo! Non possiamo rimandare la lotta di classe in molti Paesi del mondo al momento in cui essi raggiungeranno lo stesso grado di maturità capitalistica e la stessa forza imperialistica dei Paesi più forti del mondo.
      Non ti sto attribuendo questa posizione: faccio un discorso generale per far comprendere meglio il mio punto di vista.
      «Ad abbattere Maduro, deve essere il proletariato venezuelano»: sottoscrivo mille volte! Ma questo non mi porta certo ad appoggiare la repressione del regime di Caracas ai danni dell’opposizione politica venezuelana “di destra”! Io non delego la lotta politica contro le diverse espressioni politico-ideologiche delle classi dominanti allo Stato, venezuelano o italiano che sia. Non è perché l’Italia appoggia l’opposizione politica anti-Maduro, questo solo fatto fa di quel regime un “oggettivo” alleato delle forze antagoniste in Italia e in Venezuela: questa posizione non mi sembra molto dialettica. L’autonomia di classe e l’antagonismo di classe vanno dispiegate a “360 gradi”, senza eccezione alcuna, senza alcun ritegno per nessuna delle fazioni filo capitalistiche in lotta per il potere, siano esse di governo o di opposizione. Altro che «stare a guardare», altro che «indifferenza»!
      Detto questo, rispetto ovviamente il tuo punto di vista e rinnovo il mio grazie per la tua considerazione sul mio Blog.
      Saluti. Ciao!

      PS: Sul Venezuela proprio ieri ho ricevuto l’interessante mail del compagno Dino Erba che segue:

      Negli ultimi mesi, la natura reazionaria del regime di Nicolás Maduro è diventata fin troppo evidente. Mi sono già espresso sull’argomento, anche grazie ai contributi di compagni latino americani (comunisti di sinistra e anarchici) [1], molti dei quali sono in prima linea nella lotta contro la violenza delle squadracce chaviste. Nonostante l’evidenza dei fatti, sopravvivono, soprattutto in Itala, supporters del dittatore Maduro e, ovviamente, del cosiddetto movimento bolivariano, inaugurato da Chàvez in Venezuela.
      A questo punto, viene spontaneo chiedersi se costoro ci sono o ci fanno. Certamente la danza madurista è condotta da impuniti nostalgici di Baffone, ovvero del socialismo nazionale di marca stalinista. Perché questa è la sostanza del bolivarismo, seppure molto annacquata.
      Oppure, la simpatia per Maduro nasce da una ingenua confusione tra le inesistenti pretese socialiste e la realtà nazionalista del bolivarismo. Una realtà, questa, che la crisi sistemica del modo di produzione capitalistico rende quanto mai aleatoria e fonte, quindi, di tensioni sociali. Tanta ingenuità è comprensibile ma non è assolutamente giustificabile nelle attuali circostanze che mostrano le condizioni di miseria e di oppressione in cui il regime di Maduro ha gettato le masse popolari venezuelane, per primi gli operai e i contadini.
      Nascondere o giustificare questa realtà significa alimentare sciocchi rimpianti per quelle politiche di Welfare State che ebbero la loro ragione di essere in particolari contesti economici e sociali del secolo scorso. Oggi del tutto mutati. In Italia, i nostalgici del bel tempo che fu sono coloro che animano i vari movimenti «antimperialisti a senso unico» (anti Usa), composti in massima parte da frange della piccola borghesia «statalista» del pubblico impiego, in primis gli insegnanti. Costoro, vedendo decadere la propria posizione sociale, evocano un passato che non può tornare. La loro, è una difesa retriva di qualche briciola di Welfare State che, invece, gli operai hanno perso da tempo, nella tempesta della flessibilizzazione selvaggia del lavoro salariato.
      Nel corso del Novecento, in tutti i Paesi industrializzati – in Europa, in Nord America e in Giappone –, grazie al Welfare State, le classi dominanti comprarono a buon mercato la pace sociale che assicurò la crescita costante della produttività del lavoro, o meglio dello sfruttamento degli operai. E, quindi, dei loro profitti.
      Versioni «originali» di Welfare State si ebbero in America Latina, prima col peronismo in Argentina e col castrismo a Cuba, poi col sandinismo in Nicaragua e, dulcis in fundo, col bolivarismo in Venezuela. Il limite intrinseco di tutte queste esperienze fu il conclamato nazionalismo: la Patria Socialista! Nonostante il preteso internazionalismo, nessuna di esse fu «esportabile», come conferma la tragica fine (fisica e politica) di Ernesto Che Guevara in Bolivia (ottobre 1967).
      La crisi sistemica del modo di produzione capitalistico ha posto fine al Welfare State e a tutte le sue manifestazioni ideologiche, di sinistra e di destra, che oggi, possono vivere solo in forme tragicamente caricaturali, come il bolivarismo e i suoi demagogici emuli: Lula Da Silva e Dilma Roussef in Brasile, Evo Morales in Bolivia, Rafael Correa e Lenín Moreno in Ecuador. E tragicamente caricaturale è anche l’ostentazione di quei «martiri» bolivariani (pochi, purtroppo), caduti nel corso di scontri che il regime stesso aveva provocato ad arte. Lo stesso fecero i fascisti italiani e i nazisti tedeschi, quelle poche volte che i proletari riuscirono a regolare i conti.
      Oggi, i conti si devono regolare, una volta per tutte, spazzando via i Maduro e tutte le ideologie truffaldine che li accompagnano.

      [1] Per avere notizie veritiere, ecco alcune fonti: Venezuela ¿Golpe de Estato o revuelta popular?, «Lucha Internacionalista», junio-julio 2017 (http://luchainterna cionalista.org). In presa diretta, gli articoli del periodico anarchico venezuelano «El Libertario» (http:// periodicoellibertario.blogspot.it). Sempre attento e aggiornato il sito https://cronachelatinoamericane.wordpress.com/. Fonti italiane: ascolta Radiocane (14/06/2017) che, in collegamento con un compagno venezuelano, ha proposto un contributo in cui «non si parla di ciò che sta accadendo, ma di ciò che conviene sapere per inquadrate ciò che sta accadendo»: Venezuela: chavismo, ma duro…

  2. Pingback: VENEZUELA. IL PUNTO SUL “PROCESSO SOCIALE BOLIVARIANO” | Sebastiano Isaia

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