VENEZUELA. IL PUNTO SUL “PROCESSO SOCIALE BOLIVARIANO”

Ho scritto questo post ieri; esso prescinde quindi dagli ultimi sviluppi relativi alla sempre più violenta e ingarbugliata crisi sociale venezuelana.

Molti analisti di politica internazionale ritengono, forse non a torto, che l’attuale Presidente venezuelano si stia giocando il tutto per tutto: «o tutto il potere possibile o niente». La ricerca di un compromesso con le forze di opposizione “più responsabili” sarebbe esclusa in partenza. Di qui, i suoi ripetuti tentativi di eliminare, o comunque esautorare l’Assemblea Nazionale eletta nel dicembre del 2015 sulla base della Costituzione voluta da Chávez nel 1999 e considerata dai suoi successori come «la più bella del mondo» (ma non ditelo a Bersani e company!); Assemblea oggi controllata dall’opposizione. Nicolas Maduro prima (marzo 2017) ha cercato di svuotare il potere politico dell’Assemblea Nazionale ricorrendo alla tutela del Tribunale Supremo di Giustizia che gli ha concesso poteri speciali in materia economica, sociale, politica, civile, criminale e militare; poi, quando la manovra “golpista” non ha avuto successo, ha deciso di convocare un’Assemblea Nazionale Costituente (priva di partiti) per scrivere una nuova Costituzione. Questa nuova e inedita Assemblea sarebbe composta da 500 membri scelti per metà tra diversi «movimenti sociali» (collettivi organizzati, sindacati, cooperative, associazioni di categoria) e per metà tra le circoscrizioni municipali, tutti ambienti politico-sociali strettamente controllati dal chavismo. Maduro può contare inoltre sull’«appoggio incondizionato» dell’esercito, un perno fondamentale del regime chavista.

In sostanza si tratta di mettere definitivamente tutto il potere nelle mani del chavismo, ossia del regime che ha usato la rendita petrolifera come un formidabile strumento di corruzione sociale, nell’accezione squisitamente critico-radicale, e non moralistico-sociologico, del concetto. Quando un “marxista” parla di corruzione sociale, non intende alludere in primo luogo, alla maniera dei populisti e dei manettari nostrani, alle “mazzette”, alle “tangenti”, alle “bustarelle” e così via, ma a un processo sociale molto più profondo e deleterio (dal punto di vista dell’autonomia di classe) che investe soprattutto gli strati sociali più bassi della società.

Anziché cercare analogie pescando nella ricca tradizione peronista, stalinista e fascista (vedi, mutatis mutandis, la Repubblica Sociale a base corporativa di Mussolini), non pochi “comunisti” nostrani hanno tirato in ballo, a proposito di «processo sociale bolivariano», la «democrazia proletaria sovietica» del 1917: Maduro come il Lenin del XXI secolo; il tentativo di consolidare un regime ultrareazionario (semplicemente perché espressione dei rapporti sociali capitalistici vigenti e dominanti in tutti il mondo) come una «nuova e inedita» rivoluzione sociale. Ma mi faccia il piacere!, direbbe il compagno Totò. Solo dei luminari della scienza sociale potevano dar credito alla panzana (diciamo così) del «Socialismo del XXI secolo», e difatti i personaggi che militavano o che si riconoscevano ideologicamente nella vasta galassia stalinista (chiamata «Comunismo Novecentesco» dai soliti intellettualoni “marxisti”) si sono subito gettati a pesce morto (appunto!) sulla nuova e insperata frescaccia mitologica.

Scrive Achille Lollo: «Le nuove norme che caratterizzeranno i lavori della nuova Assemblea Costituente possono essere così riassunti: 1) Garantire una pace effettiva in tutto il Venezuela: 2) Perfezionare il nuovo sistema economico capace di ridurre la dipendenza dal petrolio; 3) Dare alle Missiones uso status costituzionale; 4) Rafforzare il sistema giudiziario per dinamizzare la lotta al terrorismo e al narcotraffico; 5) Scrivere nella nuova Costituzione l’affermazione del “Poder Comunal”, come un elemento determinante della democrazia partecipativa e protagonista; 6) Rafforzare la sovranità nazionale a livello della politica estera del Venezuela. In pratica, questi sei argomenti saranno le basi portanti di una nuova transizione [ecco la parola magica che tanto piace ai sinistri: transizione] dove la lotta di classe proletaria e la lotta anti-imperialista ascenderanno a una fase superiore [come no!]. È soprattutto per questo motivo che l’impero contrattacca con tutti i suoi mezzi e i suoi serventi canini. Infatti a Washington e Miami sanno benissimo che la maggioranza dei lavoratori venezuelani è stanca dei ricatti dei borghesi del MUD, è stanca dei piani eversivi dell’imperialismo, è stanca dei sabotaggi legislativi dell’opposizione. Per questo, sono in molti a riconoscere che questa nuova Assemblea Nazionale Costituente concretizzerà quello che Hugo Chávez aveva previsto: il Socialismo del Secolo XXI». Dinanzi a questo entusiasmo chavista posso solo augurarmi che i lavoratori venezuelani si stanchino presto non solo del regime attuale e dei suoi «serventi canini» internazionali, ma del regime capitalistico in quanto tale, a prescindere dalla forma politico-istituzionale che esso assume nelle diverse contingenze storiche.

Parlavo prima di corruzione sociale. Attraverso una particolare gestione della rendita petrolifera il chavismo è riuscito negli anni a crearsi una larga base di consenso sociale, base che ha come motto: «Non mordere mai la mano che ti sfama». Un motto molto noto anche in Italia, soprattutto nelle sue zone economicamente depresse.

Le prime vittime del clientelismo statalista con caratteristiche chaviste sono stati i ceti medi urbani del Paese, che infatti hanno ingrossato come non mai le file dell’opposizione politica e sociale. Tutti i limiti di una tale strategia volta alla ricerca del consenso e al controllo sociale (sempre difficile in America Latina) sono venute a galla nel momento in cui sul mercato mondiale delle materie prime il prezzo del petrolio ha iniziato a precipitare, riducendo i margini di manovra nella allocazione della spesa pubblica, problema che ha investito tutti i Paesi dipendenti dalla rendita petrolifera: dalla Russia all’Arabia Saudita. Dopo i ceti medi, è toccato dunque agli strati sociali più bassi fare i conti con la strategia politico-economica del chavismo. La decomposizione del tessuto sociale del Venezuela è sotto gli occhi di tutti (corruzione a tutti i livelli, criminalità comune e organizzata sempre più violenta e dilagante, ecc., ecc.), e dare la responsabilità della tragedia in corso al solito complotto imperialista degli americani è semplicemente ridicolo. La crisi economica, la «guerra a bassa intensità» tra il regime e l’opposizione cosiddetta democratica (due facce della stessa escrementizia medaglia), il caos sistemico e il senso di insicurezza devastano con una brutalità senza precedenti il proletariato venezuelano, il quale non sembra in grado di orientarsi sulla base dei suoi specifici interessi di classe. Ma questa è una sciagura che purtroppo non riguarda solo il proletariato di quel Paese.

Come si vede, io non attacco il regime chavista e il «processo sociale bolivariano», qualunque cosa ciò possa significare, dal punto di vista della democrazia liberale, ma da quello dell’autonomia proletaria e della lotta di classe dispiegata contro tutti i settori della classe dominante, contro tutti i partiti (di “destra” e di “sinistra”, liberisti e statalisti, peronisti e bolivariani) che ne sono l’espressione, contro tutti gli Stati e contro tutti gli imperialismi, compresi quelli regionali che usano il petrolio per estendere “pacificamente” la loro influenza politica, ideologica e militare.

Qui di seguito riporto la mia risposta a un commento di un lettore del mio precedente post sul Venezuela Indietro tutta! Sui sostenitori del regime venezuelano. Non prima però di far conoscere ai lettori il lapidario commento a un altro mio post sul Venezuela: «Articolo del cavolo, delirio degno del foglio o di libero, dileggio pieno di seghe mentali, classico intellettuale tronfio e pieno di se che non sa un cazzo e si atteggia a detentore della verità». Detto che certi giudizi sono balsamo spalmato sulla mia dolente autostima, desidero solo precisare che non sono un intellettuale, né “classico”, né moderno, né postmoderno. Sociologicamente parlando appartengo al proletario, purtroppo; marxianamente parlando, sono un proletario con “ambizioni rivoluzionarie”, proprio secondo la nota tesi marxiana: «L’emancipazione del proletariato deve essere opera dello stesso proletariato». Il che ovviamente non mi mette al riparo dal dire e dal fare sciocchezze. E tuttavia! Posso esibire al mondo pochissime verità, e tra esse vi è senz’altro la seguente: non vi è un solo atomo di “socialismo” nell’esperienza chavista, la quale si è dipanata e si dipana interamente dentro la disumana dimensione capitalistica.

***

Ti ringrazio per l’immeritato complimento, che naturalmente incasso con molto piacere, tanto più se giunge da parte di un lettore che non condivide la mia impostazione politica nel caso di specie. La mia risposta al tuo commento la trovi sui miei post dedicati al Venezuela e, più in generale, alla competizione imperialistica mondiale (consiglio anche i post dedicati alla guerra in Siria), rispetto alla quale mi pongo su una posizione di radicale opposizione nei confronti di tutte le Potenze, grandi e piccole, di caratura internazionale (Stati Uniti, Cina, Russia, Unione Europea, ecc.) o regionale (a cominciare dall’Italia, Paese che, in quanto proletario italiano, considero il mio nemico principale non in quanto inserito in un’alleanza imperialistica dominata dagli Stati Uniti, ma in quanto media potenza capitalistica che ricerca il suo “spazio vitale” nel suo tradizionale “cortile di casa”, cosa che non di rado porta l’Italia a urtare contro gli interessi di Francia e Inghilterra: vedi Libia). Non ho mai condiviso la teoria del «Nemico Principale» (leggi Stati Uniti), soprattutto perché in passato (prima del crollo del famigerato Muro di Berlino) non consentiva di valutare adeguatamente la portate delle contraddizioni capitalistiche che si sviluppavano nel cuore del cosiddetto “mondo libero”: è sufficiente pensare alle guerre commerciali, finanziarie e monetarie che hanno visto come protagonisti USA, Germania e Giappone soprattutto dopo la chiusura del lungo ciclo espansivo postbellico alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso. Per altro verso quella teoria tendeva a sminuire, per converso, la portata delle tensioni sociali che si sviluppavano nei Paesi considerati nemici del «Nemico Principale», e ciò per non dividere e indebolire il fronte antiamericano. Ebbene, questo schema “campista” è, a mio avviso, tanto più infondato e politicamente perdente oggi, nel momento in cui la competizione interimperialistica è assai più complessa e frastagliata che ai tempi della Guerra Fredda. È sufficiente riflettere sul ruolo imperialistico della Cina per capire di che parlo. Già il solo parlare di «centro del sistema» nell’epoca del dominio globale e totale (o totalitario) del rapporto sociale capitalistico mi suona quantomeno problematico: il «centro del sistema» è ovunque. Questo senza ovviamente voler trascurare il problema circa l’ineguale sviluppo del Capitalismo nelle diverse aree del pianeta. Ritengo tuttavia che tale questione oggi debba essere approcciata in modo assai diverso da come Marx e Lenin l’aggredirono sul piano concettuale e politico a partire dal Capitalismo del loro tempo. Ma forse sto divagando!

Personalmente riconosco come amico un unico campo, peraltro tutto da costruire: quello formato dal proletariato di tutte le nazioni e da tutti gli individui che si sentono in guerra con il rapporto sociale capitalistico. Dicendo questo so di non affermare niente di originale ma di esternare un minimo sindacale di “autonomia di classe”. A mio avviso è una pura e reazionaria illusione (che non ti sto attribuendo, sia chiaro!) credere che il lavoro di costruzione proletaria e internazionalista cui facevo cenno possa in qualche modo venir facilitata dall’indebolimento di questo o quell’imperialismo, e dal rafforzamento di questo o quell’imperialismo. All’autonomia di classe, declinata su ogni aspetto della lotta di classe (da quella “economica” per il lavoro e il salario a quella antimilitarista e antimperialista) non c’è alternativa, e non possiamo illuderci di poter fare politica internazionalista “concreta” (non “parolaia”, non “dottrinaria”, non “settaria”: insomma non come la faccio io secondo miei diversi interlocutori) appoggiando “tatticamente” il nemico del nostro “Nemico principale”: la storia è piena di mosche cocchiere finite malissimo. So benissimo di non proporre soluzioni facili, ma bere l’amaro calice che ci porge la realtà può forse aiutarci a porci le giuste domande.

Per quanto riguarda il Venezuela, e senza scendere nei dettagli della tua riflessione, mi sembra che tu ponga la questione in termini esclusivamente capitalistici: cosa avrebbe potuto fare di diverso Chávez, cosa potrebbe fare di diverso Maduro? Ma non si tratta di dare consigli agli esponenti politici delle classi dominanti! Almeno per me si tratta di lottare contro ogni forma di politica economica implementata dalle classi dominanti, o anche solo da una sua fazione giunta contingentemente al potere. Io sono (cerco di esserlo) un anticapitalista, non un consulente per le buone pratiche capitalistiche. Non è appoggiando in qualche modo il regime di Maduro che possiamo lottare con efficacia i lupi di cui parli tu – anch’io ho seguito su Radio Radicale il dibattito parlamentare sul Venezuela. Anche se dici di non sostenere Maduro tu, a mio avviso, ti fai delle illusioni circa quel regime, che, a quanto credo di capire, consideri il male minore in chiave di prospettiva rivoluzionaria, «o semplicemente di classe». A mio avviso è proprio attribuendo una qualche coloritura “rivoluzionaria” e “socialista” (il «Socialismo del XXI Secolo: sic!») a quel regime e, più in generale, al chávismo, che si contribuisce ad allontanare nel tempo lo sviluppo di un’autentica coscienza di classe nel proletariato venezuelano, peraltro da sempre avvelenato dalla retorica patriottarda, come del resto tutto il proletariato dell’America Latina. È facile, per i regimi di “destra” e di “sinistra” di quella parte di mondo, far ricadere sempre e comunque la responsabilità dell’oppressione sociale, della miseria e di quant’altro agli americani! Dire questo significa forse portare acqua al mulino dell’imperialismo americano? Ma non scherziamo! Non possiamo rimandare la lotta di classe in molti Paesi del mondo al momento in cui essi raggiungeranno lo stesso grado di maturità capitalistica e la stessa forza imperialistica dei Paesi più forti del mondo.

Non ti sto attribuendo questa posizione: faccio un discorso generale per far comprendere meglio il mio punto di vista. «Ad abbattere Maduro, deve essere il proletariato venezuelano»: sottoscrivo mille volte! Ma questo non mi porta certo ad appoggiare la repressione del regime di Caracas ai danni dell’opposizione politica venezuelana “di destra”! Io non delego la lotta politica contro le diverse espressioni politico-ideologiche delle classi dominanti allo Stato, venezuelano o italiano che sia. Non è perché l’Italia appoggia l’opposizione politica anti-Maduro, questo solo fatto fa di quel regime un “oggettivo” alleato delle forze antagoniste in Italia e in Venezuela: questa posizione non mi sembra molto dialettica. L’autonomia di classe e l’antagonismo di classe vanno dispiegati a “360 gradi”, senza eccezione alcuna, senza alcun ritegno per nessuna delle fazioni filo capitalistiche in lotta per il potere, siano esse di governo o di opposizione. Altro che «stare a guardare», altro che «indifferenza»!

 

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9 thoughts on “VENEZUELA. IL PUNTO SUL “PROCESSO SOCIALE BOLIVARIANO”

  1. Da facebook:

    Giovanni:
    Beh certo non è il comunismo né aspira ad esserlo, per questo ci saranno altre fasi, si spera. Ma i ceti popolari ritengono la soluzione Maduro migliorativa rispetto a quello che subirebbero dalla sua defenestrazione… non sarà cosa importante per le teorie rivoluzionario/marxiste/leniniste ecc ma è importante per il proletariato venezuelano che in massa è schierato con il governo e con il chavismo. difficile restare neutrali per chi ha a cuore le condizioni degli sfruttati anche perchè, volenti o dolenti, la neutralità farebbe gli interessi della destra venezuelana peggiorando le condizioni del proletariato…

    Sebastiano Isaia:
    Giovanni, io non sono affatto neutrale: sono radicalmente ostile tanto al regime chavista quanto ai suoi oppositori che hanno la sua stessa natura di classe (borghese, si diceva un tempo). La mia posizione non è della serie “né con quello, né con quell’altro”, ma CONTRO quello e CONTRO quell’altro. Per il resto non condivido una sola virgola di quel che dici ma questo si evince dai miei modesti scritti sul Venezuela. Ti ringrazio comunque per aver perso qualche minuto del tuo tempo per leggere il mio post. Ciao!

    • “ma è importante per il proletariato venezuelano che in massa è schierato con il governo e con il chavismo” … quanto di piu’ falso pubblicato hasta ahora. Señ. el pueblo proletario e’ chiaramente contro maduro tant’e’ che alle votazioni del 30 luglio scorso hanno dovuto letteralmente INVENTARE ben 5 milioni di voti dato che alle 5 del pomeriggio avevano votato solo 2 milioni e mezzo, ad esagerare. Con i miei occhi ho visto interi seggi vuoti e quei pochi con poca gente, tutta obbligata. Il lunedi sono andato in un ufficio pubblico ed ho visto come i dipendenti mostravano al caporeparto la cedolina del voto, alcuni non la hanno mostrata e sono stati richiamati immediatamente in ufficio e licenziati in tronco, in barba alla legge contro i licenziamenti approvata dallo stesso “governo operaio”

  2. Pingback: VENEZUELA. IL PUNTO SUL “PROCESSO SOCIALE BOLIVARIANO” — Sebastiano Isaia | nica

  3. Excelente articulo, Retrata la realidad de un pais con una historia social compleja, dentro de la gran complejidad de America Latina. Comunmente el analista europeo tiene sus propios parametros, que no se aplican a esta región.. Cada lugar tiene particularidades propias que la izquierda internacional no toma en cuenta, aqui hay mafias vestidas de derecha y de iizquierda. Saludos desde Venezuela.

  4. Pingback: L’ARMATA BRANCAMADURO | Sebastiano Isaia

  5. Pingback: IL VENEZUELA E L’ODIOSA COAZIONE A RIPETERE DELLO STALINISMO | Sebastiano Isaia

  6. Egregio Isaia, e’ la prima volta che leggo i suoi post e vivendo la amara realta’ venezuelana condivido molte delle sue affermazioni dato che combatto giornalmente i post dei sostenitori italici sinistroidi della roboluzione sucialista ai quali invito sempre a venire di persona a verificare (e a tentare di sopravvivere restando almeno una settimana qui senza gli euro in tasca). Grazie per quello che scrive . Saludos desde cubazuela o Venecuba

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