LA LEGGENDA DEL MARX BEVITORE

Spero per l’onore della schiuma
del vino che Siebold non sia una
siffatta venal schiuma (K. Marx).

Una lettrice mi scrive: «Perdona l’ignoranza…, ma chi è l’avvinazzato di Treviri?». Questa domanda mi offre l’occasione di scusarmi con chi ha la pazienza di leggere le mie modeste cose; infatti, nessuno è ovviamente tenuto a decrittare le mie fisime “letterarie”, a cominciare dal vezzo di strapazzare il buon nome del comunista tedesco che mi concedo definendolo, di volta in volta, «l’ubriacone di Treviri», «l’avvinazzato di Treviri», appunto, «il forte bevitore di Treviri», «l’alcolista di Treviri» e via di questo passo. A volte, tanto per non ripetermi, lo evoco invece come «il barbuto di Treviri», ma anche come «il barbone di Treviri», cercando ignobilmente un facile calembour – peraltro non del tutto infondato: «Non credo che mai nessuno abbia scritto su “il denaro” con una tale mancanza di denaro» (Marx). Lo so che fare dell’ironia sulle disgrazie altrui non è una bella cosa, ma nel caso di specie si tratta di un’ironia carica di affetto e tutt’altro che irrispettosa nei confronti della “vittima” presa di mira, al contrario!

Quando nel carteggio Marx-Engels m’imbatto nella terribile miseria di Marx («privatamente, vivo la più tormentata vita che si possa immaginare») e dei suoi cari («lo status degli abiti estivi delle bambine è da sottoproletari, e mia moglie ha i nervi sconquassati per queste miserie»), ebbene tutte le volte mi commuovo come se si trattasse di una persona a me cara e da me effettivamente conosciuta e frequentata. E poi non posso fare a meno di pensare alle tante perle concettuali e politiche che quel gigante del pensiero rivoluzionario ci avrebbe probabilmente lasciato in eredità se solo avesse potuto vivere un’esistenza meno tribolata (1). Intendiamoci, personalmente non mi lamento e mi faccio bastare il prezioso tesoro che egli riuscì a mettere insieme tra un mal di denti e un travaso di bile, mentre studiava vari espedienti quotidiani volti a procacciarsi un po’ di denaro e la periodica lotta contro reumatismi, foruncoli, «vigliacchissime emorroidi», inappetenza, vomito, «emicrania, terribili dolori di denti, di orecchie, di occhi, di gola e dio sa quali altri dolori» (2). «Io devo perseguire il mio scopo a tutti i costi e non permettere alla società borghese di trasformarmi in una moneymaking machine». Grande Carlo! Di certo la società borghese non riuscì a trasformarlo in un moneymaking machine

Il bizzarro vezzo di cui sopra, che a qualcuno può anche suonare antipatico, e che in ogni caso fin da oggi m’impegno a tenere più a freno, ha come suo fondamento l’attrazione marxiana per il buon vino e per la buona birra (3), una normalissima inclinazione, sicuramente apprezzata anche da molti lettori (e certamente da chi scrive), che ho esasperato fino alla caricatura, alla macchietta, ma, come dicevo, per affetto nei confronti del simpatico Moro, e non certo per denigrarlo in qualche modo, come del resto si evince facilmente dai miei scritti, che difatti non pochi lettori considerano fin troppo elogiativi e “simpatetici” nei confronti dell’autore squattrinato del Capitale. Vero è che ho sempre tenuto a precisare, anche qui civettando abbastanza ignobilmente con Marx, di non essere un marxista, anche per non nascondere le mie tante magagne politico-dottrinarie dietro l’arruffata barba del Tedesco (e soprattutto per tenermi lontano dal calderone dei “veri” o presunti “marxisti”), ma di essere piuttosto un più che modesto interprete dei testi marxiani, che solo in questa modalità “correlativa”  (relazione oggetto-soggetto, testo-lettore) costituiscono il mio punto di partenza concettuale, il fondamento dei miei – non si sa quanto strampalati – ragionamenti. Certo, qui faccio valere il concetto hegeliano di mediazione come venne fuori dopo il trattamento critico operato dal nostro bevitore già negli anni giovanili, anni d’amore, di poesie, di frenetico studio, di lotte e di proverbiali bisbocce. Ma ritorniamo all’osteria! (4)

Fin dal mio primissimo approccio con la politica sentii parlare dell’amore di Marx per il buon vino e, fondato o meno che fosse, trovai quel pettegolezzo  degno del mio interesse. L’idea di un Marx perso tra i fumi della teoria critica e quelli dell’alcol si rivelò subito una sicura fonte di risate («altro che coscienza di classe: fu il suo amore per il liquido nero che nel 1843 lo portò a scrivere sulla miseria dei vignaioli della Mosella!»: e giù risate), e così fin da ragazzo ho ricercato nelle tante lettere che il Moro spediva al carissimo “generale” Frederick, e viceversa, qualcosa che evocasse quell’immagine per me divertante. Per intenderci, passi come quelli che seguono (da una lettera di Marx a Engels del 9 giugno 1866): «Se la tua riserva di vino te lo consente (cioè se non devi fare nuove compere per questo), gradirei che tu me ne mandassi un poco, perché adesso non posso assolutamente bere birra» (5). Perché il Nostro non poteva bere birra in quel momento? Probabilmente a causa di una delle frequenti malattie che lo affliggevano, molte delle quali erano direttamente imputabili alle pessime condizioni di vita che, salvo rari e brevi momenti di “prosperità”, sempre tormentarono l’intera famiglia Marx. Ma questo l’ho già accennato. L’11 giugno Engels risponde alla sollecitazione dell’amico: «Caro Moro, la cassetta di Bordeaux parte stasera stessa. È ottimo vino di Borkheim». Un ultimo esempio: (lettera di Marx ad Engels del 25 febbraio 1865): «A proposito! Un po’ di vino di Porto e di Claret mi farebbe benissimo under present circumstances»; pronta (27 febbraio) la risposta di Engels: «Non ho Porto nel warehouse [magazzino] e debbo procurarmelo, ma lo farò immediatamente»; ancora Engel il 3 marzo: «Nella fretta non ho potuto trovare finora del Porto come si deve, ma ieri ho spedito del Claret. Cercherò ancora il Porto». Il 4 marzo l’avvinazzato di Treviri (quando ci vuole ci vuole!) sospende il maledetto lavoro (6) che lo occupava da anni e risponde: «Il tuo vino è arrivato ieri; ricambio con thanks». E giù sorsate di Claret, in onore del caro amico e alla faccia della malasorte e della società borghese.

Marx eccedeva nel suo amore per il vino? Può darsi, come quella volta in cui costrinse Engels a scrivere all’amico Joseph Weydemeyer quanto segue: «Purtroppo Marx, in seguito a una solenne bevuta durante la mia visita a Londra per capodanno, è stato seriamente ammalato per 14 giorni» (7). In questo caso, credo che almeno una parte della “colpa” vada attribuita proprio alla visita dell’amato compagno (e qui l’illazione gossippara è rigorosamente vietata!), il quale peraltro in quell’occasione trascorse giornate altrettanto sgradevoli, probabilmente anche a cagione delle «affinità elettive» che lo legavano così intimamente al malato.

Continua. Forse!

(1) «Sono completely disabled di lavorare, perché in parte perdo il meglio del tempo correndo di qua e di là e facendo inutili tentativi per scovare denaro, in parte la mia capacità di concentrazione, forse in seguito al mio maggiore esaurimento fisico, non resiste più ai guai domestici» (Lettera di Marx a Engels del 15 luglio 1858, in Marx-Engels, Opere, XL, p. 354, Editori Riuniti, 1973). Marx temeva che nella sua opera più significativa (Il capitale) rimanesse traccia della sua malattia: «Essa è il risultato di quindici anni di ricerche, dunque del periodo migliore della mia vita. Essa rappresenta per la prima volta in modo scientifico una importante concezione dei rapporti sociali. È dunque mio dovere di fronte al partito impedire che la cosa venga deformata da quella maniera di scrivere pesante e legnosa che è tipica di un fegato malato» (Lettera di Marx a Ferdinand Lassalle del 12 novembre 1858, in Marx-Engels, Opere, XL, pp. 594-594).
(2) Lettera di Jenny Marx a Engels, 12 aprile 1857, in Marx-Engels, Opere, XL, p. 683.
(3) «Fin dai tempi degli studi universitari, il giovane filosofo di Treviri imparò a conoscere molto bene gli effetti e i postumi di abbondanti e ripetute bevute. […] Nel rapporto tra il padre del comunismo e il vino, di là dei suoi noti interessi politico-economici e filosofici, l’elemento costante è di natura personale [questo l’avevo capito anch’io!]: la pratica del bere e il gusto dell’eccesso accompagnarono quasi tutta la sua esistenza. […] Se amava il vino, Marx sembrava non far torto neppure alla birra, tanto che una volta scampò miracolosamente all’arresto, in occasione di una protesta contro il divieto della sua vendita domenicale» (M. Donà, Filosofia del vino, Bompiani, 2010).
(4) «Tutto quello che in realtà Techow dice è che egli era solito bere con me, Engels e Schramm. […] Nessuno certamente si attenderà da me che io prenda sul serio notizie sulla mia teoria fornite da un ex tenente, che in tutta la sua vita ha trascorso con me un paio d’ore, e per di più in un’osteria» (Lettera di Marx al consigliere di giustizia Weber, 3 marzo 1860, in Marx-Engels, Opere, XLI, p. 546, Editori Riuniti, 1973).
(5) In Marx-Engels, Opere, XLII, p. 90, Editori Riuniti, 1974.
(6) «Ho sempre pensato che questo maledetto libro a cui hai dedicato così lunga fatica, fosse il nocciolo di tutte le tue disgrazie, da cui non saresti uscito né mai avresti potuto uscire fino a quando non te lo fossi scrollato di dosso. Questa eterna cosa incompiuta ti schiacciava fisicamente, spiritualmente e finanziariamente» (lettera di Engels a Marx del 27 aprile 1867; in Marx-Engels, Opere, XLII, p. 321). Risposta di Marx (7 maggio 1867): «Senza di te non avrei mai potuto portare a compimento la mia opera, e t’assicuro che mi ha sempre pesato sulla coscienza come un incubo il fatto che tu dovessi lasciar disperdere e arrugginire nel commercio la tua straordinaria energia specialmente per causa mia, e into the bargain dovessi vivere di continuo con le mie stesse petit misères». Ma le speranze dei due amici durarono lo spazio di un mattino, sia perché Il capitale non poteva certo fruttare molto capitale al suo autore, e sia perché quest’ultimo non riuscirà (anzi!) a emanciparsi dal maledetto compito di capire e spiegare (peraltro senza mai volgarizzare!) il meccanismo economico capitalistico, come ben si comprende dalla gigantesca montagna di appunti di studio (solo in minima parte pubblicati, almeno in lingua italiana), realizzata dal Moro, per il proprio tormento esistenziale e per la (sadica?) gioia dei suoi estimatori.
(7) Lettera di Engels a Joseph Weydemeyer, 23 gennaio 1852, in Marx-Engels, Opere, XXXIX, p. 507, Editori Riuniti, 1972.

2 pensieri su “LA LEGGENDA DEL MARX BEVITORE

  1. Una domanda da profano… Ma il sig. Marx non era sposato con una capitalista ricchissima tanto da non aver mai avuto la necessita’ di lavorare nemmeno 5 minuti?.. Non so se questa affermazione che mi hanno inviato con relativa foto sia vera!

    • A occhio mi sembra che le sue – o tue, se posso permettermi – informazioni circa la famiglia Marx siano alquanto imprecise, diciamo. In ogni caso compulsando anche frettolosamente le Opere Marx-Engels è possibile farsi un’idea abbastanza precisa delle condizioni materiali di esistenza di quella famiglia rivoluzionaria (in tutti i sensi, almeno per l’epoca). «Jenny von Westphalen, è l’eroina dell’epopea Marx. Una donna bellissima, di famiglia nobile, con un fratello ministro in Prussia al servizio delle stesse istituzioni che il cognato, Karl Marx appunto, cercò tutta la vita di demolire. I Marx vanno visti sempre come una cosa sola, una famiglia che ha sofferto e sopportato senza mai disgregarsi. “Erano interdipendenti, nel bene e nel male”, ha scritto la giornalista Mary Gabriel autrice di Love and Capital. Il momento più duro fu la morte della figlia Franzisca. Aveva un anno, quando perse la vita. E i Marx al tempo non avevano nemmeno i soldi per comprare una bara» (F. Cotugno, Lettera 43). Come Karl anche Jenny ruppe i ponti non solo o non tanto con la propria famiglia, ma soprattutto con tutto l’ambiente sociale da cui proveniva, cosa che le aprì un futuro pieno di difficoltà. La miseria della famiglia Marx è talmente documentata e risaputa che fa sorridere leggere che, grazie ai capitali (quali?) portati dalla bellissima moglie, Marx non ebbe mai «la necessità di lavorare nemmeno 5 minuti» potendosi dedicare con serenità alla stesura del Capitale: magari fosse stato vero! Comunque ringrazio per l’attenzione e saluto.

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