OTTOBRE 1917 – OTTOBRE 2017. LA PRIMA VOLTA COME RIVOLUZIONE, LA SECONDA COME MARIO TRONTI

Ho appena finito di leggere il discorso pronunciato ieri nell’aula del Senato da Mario Tronti per ricordare il centenario della Rivoluzione d’Ottobre, pubblicato oggi dal Manifesto. Che dire? Già solo il fatto che il Senato di una Repubblica fondata sul lavoro salariato (leggi sfruttato) perda il suo preziosissimo tempo legittimamente speso al servizio delle classi dominanti a commemorare una rivoluzione che proprio il potere politico e sociale di quelle classi intendeva spazzare via, ebbene già solo questa “bizzarra” messinscena politica la dice lunga su cosa sia diventata la Rivoluzione d’Ottobre nella memorialistica curata dall’intellighentia che un tempo militava nel PCI. Che ci azzecca, per usare un linguaggio particolarmente forbito, la Repubblica Italiana con l’Ottobre Rosso? Ha senso celebrare o semplicemente ricordare in termini elogiativi la «dittatura rivoluzionaria del proletariato e dei contadini poveri» nel tempio di quella «democrazia borghese» che Lenin, sulle orme di Marx, considerava come la forma politico-istituzionale più perfetta attraverso cui si esercita la dittatura borghese (soprattutto nei Paesi a Capitalismo avanzato)?

Naturalmente nella testa dell’intellighentia “comunista” e “postcomunista” del nostro Paese le cose non stanno affatto così, visto che molti uomini che hanno reso possibile la nascita della Repubblica Italiana erano in qualche modo legati all’evento rivoluzionario ricordato ieri, forse con qualche imbarazzo, da Tronti: «Qui, a Palazzo Madama, come a Montecitorio, soprattutto nella prima Legislatura, seguita alla Costituente, presero posto alcuni protagonisti che avevano vissuto quella storia in prima persona. Questo mio ricordo vuole essere anche un omaggio a questi padri». Ebbene, i padri della Patria cui allude l’ex teorico dell’operaismo, così attento oggi ad addomesticare in chiave borghese il Grande Azzardo di Lenin, erano tutti figli dello stalinismo, ossia della controrivoluzione che spazzò via nel modo più radicale, violento e mistificatorio (gli assassini della rivoluzione continuarono a chiamarsi “comunisti”!) l’esperienza dell’Ottobre Sovietico come avanguardia e precursore della rivoluzione proletaria internazionale.

Sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre e sul significato storico-sociale dello stalinismo rimando al mio studio Lo scoglio e il mare.

«Mi rendo conto di parlarne con fin troppa partecipazione, e perfino enfasi. Ma vedete, colleghi, io mi considero figlio di quella storia. E francamente vi dico che non sarei nemmeno qui se non fossi partito da lì. Qui, a fare politica per gli stessi fini con altri mezzi, senza ripetere nulla di quel tempo lontano passato, attraverso tante trasformazioni, rimanendo identico. Vi assicuro, un esercizio addirittura spericolato, ma entusiasmante. Se entusiasmo può esserci ancora concesso in questi tristi tempi. Vi chiedo ancora scusa». La scena vi appare surreale? «La scena è surreale», puntualizza Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera: «Tronti con il corpo è qui, ma con la mente è a San Pietroburgo con Lenin e Trotzky. In tribuna assiste una scolaresca attonita. Minniti interviene protettivo: “Guai a chi me lo tocca, Tronti è sulla mia linea. Pane e ordine; la sicurezza è di sinistra”». E non c’è dubbio, compagno Ministro!

Ancora Cazzullo: «Il ciellino Mario Mauro, ex ministro passato all’opposizione, dà mano al libro nero del comunismo: “E i 20 milioni di kulaki fatti morire di fame? E Pol Pot che faceva sparare a chiunque avesse gli occhiali?”». Ne ricavo che i “comunisti” non solo mangiavano i bambini, cosa risaputa dai tempi di De Gasperi, ma odiavano perfino gli occhialuti! Gli occhiali come espressione di un lusso che in Cambogia solo gli intellettuali al servizio della borghesia e dell’imperialismo potevano concedersi? Vallo a sapere! «Gasparri arriva trafelato e si indigna: “Allora uno di noi potrebbe alzarsi il 28 ottobre a commemorare la marcia su Roma!”». Assalto al Palazzo d’Inverno, Marcia su Roma, il tema di fondo non cambia: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa, o, meglio, come macchietta. Che tempi ignobili!

Detto en passant, ricordo che soprattutto contro i nostalgici “comunisti” del mondo perduto della Guerra Fredda ho sostenuto che il cosiddetto «socialismo reale» è stato un capitolo particolarmente ignobile del Libro nero del Capitalismo mondiale: altro che «libro nero del comunismo»! Tra l’altro, la Cina e la Corea del Nord continuano ad aggiungere non poche pagine a quel famigerato Libro.

Ora, e sempre per come la vedo io, chi accusasse Tronti di incoerenza politica, magari pensando al suo passato “operaista”, sbaglierebbe di grosso ed esibirebbe la tipica deformazione professionale dell’intellettuale, il quale molto facilmente si lascia ipnotizzare dalle parole evocative e dalle frasi ben formulate. Infatti, dietro un solido impianto fraseologico e ideologico costruito con i materiali del “marxismo”, c’è sempre stata la sostanza di un militante politico al servizio dello status quo sociale. Gli intellettualoni del PCI nei convegni e sulle riviste teoriche magari parlavano e scrivevano di “plusvalore”, di “sfruttamento capitalistico”, di “composizione di classe” e altro ancora, ma essi erano lungi dal riconoscere una realtà che alla modestissima intelligenza di chi scrive è sempre apparsa di un’evidenza solare: la natura borghese, ultrareazionaria del loro Partito, da Togliatti, il migliore degli stalinisti europei, a Berlinguer, il teorico del “compromesso storico”.

Tronti dice ai suoi compagni, pardon, ai suoi colleghi senatori di essere rimasto «identico», e bisogna credergli: egli è rimasto un “comunista italiano”, cioè a dire, dal mio punto di vista, un perfetto anticomunista, e difatti il senatore del PD dà il suo prezioso contributo alle istituzioni poste al servizio del dominio capitalistico. Il senatore “diversamente comunista” giustamente definisce «tristi» i nostri tempi; ma non è che i tempi in cui i figli e i nipotini dello stalinismo (anche con caratteristiche cinesi) dominavano la scena politica italiana ed europea fossero meno tristi, quantomeno per le classi subalterne (a cominciare da quelle che ebbero la ventura di vivere sotto i regimi “comunisti”) e per chi lo stalinismo lo combatteva sul terreno della lotta anticapitalista.

Dai Cazzullo, facci ridere! «”Il 24 ottobre del 1917, secondo il calendario giuliano, o il 7 novembre, secondo il calendario gregoriano, esplodeva nel mondo la Grande Rivoluzione russa”… I grillini si guardano l’un l’altro ignari, il senatore a vita Rubbia interroga il suo vicino Bonaiuti: “Scusa, sono appena tornato da San Francisco dove ho commemorato i 75 anni della pila atomica di Fermi, ho ancora il jet-lag; chi sta parlando, e perché?”. In effetti sarebbe il giorno in cui il Senato affronta il nuovo sistema elettorale detto Rosatellum, ma Tronti è ispiratissimo: “Soldati, operai, contadini russi, non sparate contro i soldati e i contadini tedeschi, ma voltate i fucili e sparate contro i generali zaristi!”. Applaude il senatore sudtirolese Karl Zeller, forse per il sollievo di evitare le schioppettate delle guardie rosse». Ah, Ah, Ah! Rido. Una risata vi seppellirà, si diceva un tempo; temo che non sarà così semplice.

3 pensieri su “OTTOBRE 1917 – OTTOBRE 2017. LA PRIMA VOLTA COME RIVOLUZIONE, LA SECONDA COME MARIO TRONTI

    • Cito dal mio studio Lo scoglio e il mare:

      La rivolta di Kronstadt (marzo 1921) annunciò nel peggiore dei modi il ritorno indietro dell’onda, il riflusso dell’energia rivoluzionaria che aveva reso possibile l’Ottobre e che adesso si stava trasformando in uno spaventoso tsunami controrivoluzionario. Lukács colse bene il rapido mutamento di fase: «Il secondo Congresso Mondiale della Terza Internazionale ha cominciato i suoi lavori nel mezzo dell’offensiva vittoriosa delle truppe rosse nel cuore della controrivoluzione mitteleuropea. Il Terzo Congresso presumibilmente si riunirà sotto l’effetto della repressione della sollevazione di marzo in Germania» . Le antenne più sensibili del marxismo occidentale captano nell’aria i segnali dell’imminente Controrivoluzione generale.
      La forte carica simbolica che indubbiamente possiede la morte di Lenin, proprio in virtù della funzione nel processo rivoluzionario e nel Partito d’avanguardia da lui svolta nel corso di oltre un ventennio, mi suggerisce la datazione 1917-1924 per periodizzare l’esperienza dell’Ottobre, ciò che comunque non mi esime dal riconoscere i limiti insiti in questa come in ogni altra periodizzazione, giacché la storia non ammette tra un prima e un dopo una cesura calcolabile con matematica precisione. Come la Rivoluzione, anche la Controrivoluzione non è un fatto, non è un evento puntiforme individuato da precise coordinate spazio-temporali, ma un processo in divenire che si dispiega il più delle volte sopra le teste dei suoi stessi protagonisti. Al netto di questi limiti, tuttavia, ritengo che la datazione qui offerta possa rivendicare una sua «legalità scientifica».
      Venuto meno, di fatto, il sostegno del proletariato, il Partito non aveva più una vera base sociale su cui appoggiarsi: non sui contadini, che avevano ben compreso la natura «urbana» del suo progetto strategico ; non sulla borghesia, vecchia e nuova, interna e internazionale, la quale non poteva certo dare la propria fiducia a uno Stato che, mentre la invitava a fare profitti, e le serviva su un piatto d’oro forza lavoro e materie prime a basso costo, proclamava apertamente la natura contingente e strumentale della NEP: la borghesia non aveva alcuna intenzione di ingrassare per poi finire nella mensa bolscevica. «Non pare che i comunisti riusciranno a… bolscevizzare la borghesia invocata a soccorso, perché essi non hanno chiamato a risurrezione gli uomini ma il metodo e lo spirito del capitalismo. “Il partito comunista è infettato dai bacilli del borghesismo” lamenta Zinovieff. La borghesia rinasce rapidamente alle nuove fortune non solo fuori del partito ma getta germogli persino dentro al partito stesso, e non pochi comunisti temono che invitata a nutrire economicamente la dittatura di Lenin finisca per nutrirla anche spiritualmente, trasformandola nelle sue stesse basi politiche» . È interessante notare come in «tempo reale» Magrini avesse colto assai bene il reale rischio che avevano di fronte il potere sovietico e il Partito di Lenin (due momenti che peraltro andavano sempre più coincidendo): la loro inconsapevole adesione allo «spirito» e al metodo del capitalismo, ossia la radicale mutazione della loro natura sociale.
      Dalla consueta prospettiva storica si nota l’alto tasso di velleitarismo che caratterizzò gran parte della politica estera bolscevica (la cui esecuzione non a caso fu affidata a Cicerin, uomo estremamente duttile e diplomatico) dopo la guerra civile, politica fondata su larghe concessioni al capitale internazionale e su una spregiudicata diplomazia incentrata sul seguente concetto: «lasciateci vivere in pace e noi non scateneremo contro di voi la guerra di classe internazionale». Il tutto, inutile dirlo, in vista di un consolidamento del potere sovietico e «dell’imminente» rivoluzione proletaria in Occidente. «Non solo possiamo convivere coi governi borghesi – dichiarò Trotsky il 24 settembre 1920 –, ma possiamo collaborare con essi entro limiti amplissimi» . Lenin fu ancora più chiaro: «Se consideriamo le condizioni in cui abbiamo spezzato tutti i tentativi della controrivoluzione russa e ottenere la conclusione ufficiale della pace con tutti gli Stati occidentali, appare evidente che oggi non abbiamo soltanto una tregua, ma una nuova fase, in cui la nostra esistenza internazionale nella rete degli Stati capitalistici è ormai un fatto acquisito … Il fattore più importante, che ci consente di tener duro in questa situazione complessa e assolutamente eccezionale, è da ricercare nei rapporti commerciali che il Paese socialista annoda con i Paesi capitalistici» .
      La speranza di inserirsi per quella strada nelle beghe interimperialistiche, di strumentalizzare machiavellicamente i forti conflitti economici e politici tra le diverse potenze, appare francamente fondata sulla sabbia, come i bei castelli dei bambini, e per la verità alcuni comunisti europei, non a caso fortemente invisi alla leadership bolscevica, già allora avevano avanzato forti dubbi su questa politica della «coesistenza pacifica», la quale di fatto andava a indebolire la loro azione politica, soprattutto nel momento in cui la borghesia si faceva protagonista di una forte iniziativa politica tesa a colpire in profondità le posizioni conquistate dalle classi subalterne europee nell’immediato dopoguerra. A questi comunisti «infantili» l’astuzia della ragione bolscevica appariva poco… astuta.
      La vera tragedia si mostra tuttavia ai nostri occhi quando costatiamo che a quel punto i bolscevichi non avevano dinanzi vere alternative ma scelte obbligate, sul fronte interno come su quello internazionale (cioè sul doppio terreno della realpolitik economica e politica destinata a orientare i rapporti con i «briganti imperialisti» e con quelli che successivamente, in tempi di «bolscevizzazione forzata», verranno chiamati «partiti fratelli»). Lenin e compagni «sbagliavano», ma dovevano farlo necessariamente, come spinti da potenti forze occulte: una tragedia, appunto.

  1. in questo centenario quel che a me appare è che il bolscevismo è venuto come è venuto per le condizioni che ha trovato. ma mi sembra anche sempre più inutilizzabile per i nostri scopi.
    in particolare l’ aspetto poliziesco e militare è inutilizzabile, un aspetto che la storia non si scorderà mai di riproporre, Kronstadt un esempio.

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