DAVOS E LO STATO (PESSIMO) DEL MONDO

Ultime notizie dal 48° incontro annuale del World Economic Forum di Davos: «Dopo le forti misure protezionistiche per proteggere il mercato domestico dell’auto, il presidente statunitense Donald Trump ha posto pesanti dazi anche su pannelli solari e lavatrici importati da Cina e Corea del Sud» (Notizie Geopolitiche). Anche l’India ha fatto sentire la sua voce contro il crescente protezionismo americano: «Il protezionismo e la tentazione di riportare indietro le lancette dell’orologio sul tema della globalizzazione rappresentano “una minaccia non meno preoccupante del cambiamento climatico e del terrorismo”. Lo ha detto il premier indiano Narendra Modi al Forum economico mondiale che si tiene nella città svizzera di Davos» (La Repubblica). La verità è che quasi tutti i Paesi che partecipano al mercato mondiale sono protezionisti, ovviamente in diversa misura e con differenti modalità (commerciali piuttosto che fiscali, ecc.); essi amano denunciare il protezionismo degli altri, tacendo ovviamente sul proprio, che comunque sarebbe sempre giustificato dall’altrui cattiva disposizione. I cattivi, com’è noto, sono sempre gli altri.

L’anno scorso a Davos fu il Presidente cinese Xi Jinping a rubare la scena: «La globalizzazione ha certamente creato dei problemi, ma non si deve gettare il bambino con l’acqua sporca. Nuotiamo tutti nello stesso oceano. Il protezionismo, il populismo e la de-globalizzazione sono in crescita, e questo non va bene per una più stretta cooperazione economica a livello globale». Ora, individuare nel Capitalismo cinese un esempio di economia antiprotezionista mi sembra quantomeno esagerato. L’accusa rivolta da Pechino agli Stati Uniti di «abuso di mezzi di difesa commerciale» non è di quelle che possono mettere in imbarazzo Washington. Il fatto che la Casa Bianca sia disposta a surriscaldare il clima nelle relazioni commerciali con la Corea del Sud, con ciò che quest’atteggiamento “assertivo” può comportare di negativo per gli Stati Uniti sul versante geopolitico, testimonia l’alto tasso di conflittualità raggiunto dalla competizione capitalistica. «L’India assume un’importanza particolare se si calcola, come sostiene l’Fmi, che la sua economia crescerà a ritmi assai più sostenuti rispetto alla Cina: il Pil salirà del 7,4% contro il 6,6% della Cina» (La Repubblica). Probabilmente assai presto vedremo anche i contraccolpi geopolitici di questa ascesa capitalistica dell’India.

Leggo da qualche parte a proposito del Rapporto Oxfam sullo stato sociale del pianeta presentato l’altro ieri al World Economic Forum: «È impressionante sapere che 8 uomini da soli sono padroni di oltre 400 miliardi di dollari, una montagna di danaro che, praticamente, costituisce la medesima quantità di denaro posseduto da 3.6 miliardi di persone. Ogni due giorni nasce un nuovo miliardario, soprattutto in Cina e Russia. E in questo quadro l’Italia non fa eccezione dato che il Rapporto segnala che l’1% più’ benestante della popolazione italiana detiene il 25% della ricchezza nazionale netta. Il Rapporto Oxfam sostiene inoltre che “multinazionali e super ricchi continuano ad alimentare la diseguaglianza ricorrendo a pratiche di elusione fiscale. Massimizzano i profitti, in alcuni casi abbassando i salari, e usano il potere per condizionare le scelte della politica”. “Ricompensare il lavoro e non la ricchezza” è un altro slogan che si è sentito alto e forte ma che purtroppo viene ripetuto da anni senza grandi risultati visti i numeri». Il Capitalismo è sempre più brutto, cattivo e disumano; il Capitalismo del XXI secolo è esattamente conforme alla natura, alle dinamiche e alle “leggi di sviluppo” esposte da Marx ormai oltre un secolo e mezzo fa: per favore, ditemi qualcosa che non so! «Ricompensare il lavoro e non la ricchezza»: ditemi qualcosa di serio, intendevo, non le solite banalità buoniste pescate nel grande mare dell’ideologia dominante, dove nuotano ricette, “utopie”, “visioni” e chimere buone per tutti i gusti.

Vediamo cosa ha da dire il Compagno Papa Francesco a tal proposito: «Occorre rimettere l’uomo al centro dell’economia». Questa perla concettuale l’avevo già sentita. Che delusione, mi aspettavo qualcosa di più originale. D’altra parte, posso criticare il Santissimo Padre per la sua assoluta ignoranza circa il funzionamento dell’economia capitalistica (che deve avere, con assoluta necessità, il profitto al centro del proprio interesse) senza cadere nel ridicolo? Certo che no!

Nel messaggio indirizzato ai partecipanti del Forum, il Papa ha fatto anche riferimento all’intelligenza artificiale e alla robotica, per concludere che esse devono «contribuire al benessere dell’umanità e alla protezione della nostra casa comune, e non il contrario». Francesco è particolarmente allarmato dal fenomeno della disoccupazione tecnologica: milioni di posti di lavoro cancellati dall’uso sempre più diffuso della robotica nei processi produttivi e nei servizi – anche di cura: negli ospedali e nelle case. Anche qui naturalmente vale la considerazione (retorica, lo riconosco) di cui sopra: passerei giustamente per sciocco se intendessi convincere il Capo della Chiesa Romana che, posto il Capitalismo, l’uso sociale della tecno-scienza è orientato necessariamente in direzione del massimo profitto. No, non voglio creare altra disoccupazione: Francesco, predica pure il tuo Santo Verbo al «mondo fratturato», tanto più che la mia ricetta (lotta di classe e rivoluzione sociale anticapitalistica) non ha un grande appeal, diciamo così, agli occhi dei tuoi amati “ultimi”. Chi sono io per dirti che sollecitare «il mondo imprenditoriale» a promuovere la «giustizia sociale insieme a una giusta ed equa ridistribuzione dei profitti» è cosa che può suscitare solo ilarità presso i nemici dell’economia fondata sul profitto?  Forse qualche considerazione più originale e sfiziosa su quanto accade a Davos possiamo incrociarla volgendo lo sguardo a “sinistra”.

Per Marco Revelli, il Rapporto Oxfam «dice, soprattutto, che quella mostruosa accumulazione di ricchezza poggia sul lavoro povero, svalorizzato, umiliato di miliardi di uomini e soprattutto di donne, e anche bambini. È, biblicamente, sterco del diavolo» (Il Manifesto). Ma è soprattutto, marxianamente, sterco del dominio, un dominio che, com’è noto, si fonda sullo sfruttamento del lavoro umano e della natura. L’intensità e le forme di quello sfruttamento variano da Paese a Paese, da continente a continente, seguendo la linea dell’ineguale sviluppo capitalistico (che non è un dato meramente economico); ma questo non muta di una virgola la natura del rapporto sociale capitalistico ovunque esso domini, e oggi il suo dominio ha i confini dell’intero pianeta. A Nord come a Sud, a Ovest come a Est si tratta di estrarre (di «smungere») profitto dal lavoro salariato attraverso la produzione di un “bene o servizio”. Il Capitalismo è un modo di produzione fondato sul lavoro salariato: esattamente come prescrive la Costituzione «più bella del mondo» per la Repubblica del nostro Paese.

«Il sistema economico globale», continua Revelli, «plasmato sui dogmi del neo-liberismo – l’unico dogma ideologico sopravvissuto – si conferma così come quella mega-macchina globale (descritta a suo tempo perfettamente da Luciano Gallino) che mentre accumula a un polo una concentrazione disumana di ricchezza produce al polo opposto disgregazione sociale e devastazione politica (consumo di vita e consumo di democrazia). Allungando all’estremo le società, espandendo all’infinito i privilegi dei pochi, anzi pochissimi, e depauperando gli altri, erode alla radice le condizioni stesse della democrazia. La svuota alla base, cancellando il meccanismo della cittadinanza stessa: da società “democratiche” che eravamo diventati (di una democrazia incompiuta, parziale, manchevole, ma almeno fondata su un simulacro di eguaglianza) regrediamo a società servili, dove tra Signore e Servo passa una distanza assoluta, e dove al libero rapporto di partecipazione si sostituisce quello di fedeltà e di protezione. O, al contrario, di estraneità, di rabbia e di vendetta: è, appunto, il contesto in cui la variante populista e quella astensionista si intrecciano e si potenziano a vicenda, come forme attuali della politica nell’epoca dell’asocialità. L’ipocrisia è diventata la forma attuale della post-democrazia. Con questo qualunque sinistra che voglia rifondarsi non può non fare i conti». Come sono caduti in basso i “comunisti”: adesso rimpiangono anche «un simulacro di eguaglianza»! Lo so, tutto è relativo, ma un limite all’abiezione concettuale ci deve pur essere. O no? Evidentemente no!

Naturalmente a questi “comunisti” sfugge l’intimo e necessario nesso esistente tra il «simulacro» di ieri e l’«ipocrisia» di oggi, il fatto che è stato proprio il «simulacro» di ieri a preparare l’«ipocrisia» di oggi, come si tratti di un processo coerente e organico, non certo di una rottura epocale tra ieri («democrazia») e oggi («post-democrazia»). In ogni caso i comunisti, da Marx in poi, hanno sempre attaccato l’ipocrisia connaturata alla forma borghese della democrazia, la quale con un gioco di prestigio ideologico cerca di cancellare il carattere classista della nostra società. Non dai «dogmi del neo-liberismo» deve liberarsi l’umanità, ma dai rapporti sociali capitalistici in quanto tali, e non è certo dai nostalgici dei simulacri (e del mondo finito con la caduta del Muro di Berlino) che possiamo aspettarci un contributo in quel senso. La «sinistra» («qualunque sinistra») di cui parla Revelli è parte del problema, non è parte della soluzione. Rispetto a questa «sinistra» io non mi colloco “più a sinistra”, o “più a destra”, ma su un altro terreno. Su questo terreno (chiamatelo pure Giuseppe, collocatolo sopra o sotto: non ne faccio una questione terminologica o topologica) appare imprescindibile un’opera di demistificazione anti-ideologica di grande respiro, tesa a colpire l’ideologia dominante (che, come diceva l’uomo con la barba, «è l’ideologia delle classi dominanti») in tutte le sue manifestazioni sociali e fenomenologie politiche. Sulla rifondazione della «sinistra» anche per via elettoralistica, ho scritto qualcosa nel mio ultimo post.

«Ecco perché l’incontro di Davos, aldilà del rituale, potrebbe sembrare ai più una meravigliosa presa in giro verso i miliardi di persone che vivono con due dollari al giorno» (Affari Italiani). In effetti, fin quando «i miliardi di persone» che vivono di lavoro salariato, quando hanno la “fortuna” di avere un lavoro, non troveranno il modo (si tratterà di coscienza? di coraggio?  di forza? di disperazione?  di “miracolo”?) di urlare un planetario Adesso basta!  in faccia alle classi dominanti di tutto il mondo, la «meravigliosa presa in giro» non potrà che perpetuarsi, giorno dopo giorno, per la gioia dei benintenzionati (laici o religiosi che siano, di “destra” o di “sinistra” non fa alcuna differenza), i quali potranno continuare a ripetere i soliti auspici in favore degli “ultimi” nei Forum, nei Convegni, nei Parlamenti, nelle Chiese, nei comizi elettorali, ovunque.

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