LA SEVERA LEZIONE DI ANTIFASCISMO DEL PROFESSOR ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

Dalle pagine del Corriere della Sera della scorsa domenica il Professor Ernesto Galli della Loggia ha impartito ai suoi lettori una notevole e non banale lezione di storia dell’antifascismo e di scienza della politica. È vero, sostiene il noto intellettuale, che la nostra Repubblica (capitalistica: aggiunta settaria di chi scrive) è «nata dalla Resistenza», e «che la nostra Costituzione è antifascista», ma storicamente e politicamente parlando c’è antifascismo e antifascismo. C’è stato l’antifascismo dei sinceri democratici e quello di chi non predicava né praticava la democrazia ma un sistema di valori autoritari almeno quanto lo erano quelli che facevano capo al Fascismo e al Nazismo. Il riferimento è ovviamente al mondo “comunista” (Unione Sovietica) che si alleò con il mondo democratico (Stati Uniti e Inghilterra) per sconfiggere il nazifascismo. Inutile dire che il Professorone chiama “comunismo” quello che, come sanno i miei pochissimi lettori, io chiamo stalinismo, una mostruosa creatura politico-sociale che rappresentò la più feroce negazione del comunismo e di ogni aspirazione di emancipazione umana. Ma questo fa parte del mio modestissimo bagaglio politico-dottrinario che certo non può minimamente reggere il confronto con quello dell’intellettualone di cui si parla.

Ma diamogli pure la parola: «Sta bene. Non possiamo fare a meno di ricordare che l’Italia è una Repubblica fondata sull’antifascismo, che la nostra Costituzione è antifascista. Si dà il caso però che la storia – la storia ripeto e non già le nostre opinioni personali –  dovrebbe farci chiedere: antifascista sì, ma di quale antifascismo?». Alzo la manina e come uno scolaretto che crede di essere preparato rispondo: «Professore, si trattò di un antifascismo tutto interno alla lotta interborghese e interimperialistica».  «Intercosa? Qui non si parla di calcio! Faccia piuttosto silenzio e impari qualcosa ascoltando la mia Scienza!» Va bè, sto zitto e continuo la citazione: «Come infatti sa chi ha letto qualche libro, la storia registra molti avvenimenti che non possono non porre qualche problema di contenuto quando si adopera il termine antifascismo. Erano certamente antifascisti, ad esempio, quelli che in Spagna incendiavano le chiese e passavano per le armi preti, anarchici e trotzkisti. Erano antifascisti quelli che nel 1939 pensavano che l’Unione sovietica avesse fatto benissimo ad annettersi i Paesi baltici e mezza Polonia dopo essersi messa d’accordo con Hitler, così come lo erano quelli che sul nostro confine orientale dal ’43 al ’45 gettarono qualche migliaia di italiani nelle foibe. […] Ancora: antifascisti a diciotto carati erano pure quelli che negli anni ‘50 non esitavano a definire “nazisti” gli Stati Uniti mentre non riservavano una sola parola di solidarietà, neppure una, agli antifascisti cecoslovacchi o ungheresi, solo pochi anni prima loro compagni nella Resistenza e ora mandati sulla forca con le accuse più inverosimili e infamanti dai regimi comunisti stabilitisi nei loro Paesi. E non si sono sempre proclamati antifascisti – a loro dire anzi del più “coerente” antifascismo – i terroristi delle Brigate rosse e di altre organizzazioni consimili?». La ricostruzione storica mi sembra ineccepibile.

Chi simpatizzava per gli Stati Uniti stava dalla parte giusta (democratica) della barricata, chi simpatizzava per l’Unione Sovietica stava invece dalla parte sbagliata, perché sosteneva un regime dittatoriale liberticida, peraltro neanche in grado di competere sul terreno economico con l’odiato sistema capitalistico: è il succo del discorso di della Loggia. Solo la comparsa del Male Assoluto nazifascista rese possibile un’alleanza altrimenti nemmeno immaginabile tra un Paese antidemocratico come l’Unione Sovietica di Stalin e Paesi democratici come gli Stati Uniti di Roosevelt e la Gran Bretagna di Churchill, il quale fu il primo, a guerra finita, a lanciare l’allarme sui pericoli che l’Occidente correva se non si fosse sufficientemente armata per contenere l’«imperialismo comunista» di Mosca. A Occidente il Bene, a Oriente il Male. Fortunatamente, abbastanza presto ho conosciuto compagni che stavano su una ben diversa barricata: quella dell’anticapitalismo e dell’antistalinismo. A Occidente il Capitalismo, a Oriente il Capitalismo: il mondo intero vive sotto il tallone di ferro di un solo rapporto sociale. Il «socialismo reale» dell’Unione Sovietica come reale Capitalismo (più o meno “di Stato”) a forte vocazione imperialista: questo concetto per me è stato forse l’acquisto dottrinario (che parolona!) e politico (idem!) più importante alla fine degli anni Settanta.

Per quanto riguarda il riferimento alle Brigate Rosse, in effetti, e come ho ricordato altre volte, c’è da dire che la concezione politica della galassia dei gruppi e gruppuscoli che stavano alla “sinistra” del PCI (“terroristi rossi” compresi) trovava non poco alimento “dottrinale” proprio nel mito della «Resistenza tradita» (e poi della «Costituzione tradita») elaborato dai militanti “comunisti” che alla fine della Seconda guerra mondiale avevano sperato di prendere il potere con l’aiuto dell’Armata Russa – e magari anche con l’aiuto del “compagno” Tito, a proposito di foibe. Ora, e sempre per rimanere sul piano della ricostruzione storica tanto caro al nostro professore, un conto era voler «fare come in Russia» nel 1917, ai tempi di Lenin, un conto tutt’affatto diverso era voler «fare come in Russia» nel ’45, ai tempi di Stalin, una distinzione che i post  stalinisti, e lo stesso prestigioso editorialista del Corriere della Sera, non possono apprezzare nel suo autentico significato. Per me si tratta della distinzione che passa tra la Rivoluzione e la Controrivoluzione, né più, né meno.

Oggi non pochi antifascisti militanti duri e puri vorrebbero «fare come in Venezuela», dimostrando con ciò stesso quanto sia ancora forte lo stalinismo inteso come ideologia politica. Un solo esempio, tanto per farci quattro risate. Scrive Luciano Vasapollo, sostenitore di Potere al Popolo e grande amico del «Venezuela rivoluzionario chavista» (ah, ah, ah, già rido!): «Molte forze in Potere al Popolo da anni si battono per difendere la democrazia in questo paese. Ma per democrazia intendiamo quella popolare e partecipata, non quella rappresentativa. E questo secondo me è già vivere rivoluzionario. Pensare che la rivoluzione sia solo atto violento è una follia. Chávez ha rivoluzionato tutta l’America Latina vincendo le elezioni e ancora oggi il chavismo è un modello per tutti gli ultimi della terra. Evo Morales in Bolivia, Rafael Correa in Ecuador hanno vinto regolari elezioni e poi rivoluzionato Bolivia e Ecuador. Cuba va alle elezioni a marzo. La questione che fanno finta di non capire in molti è che da una parte il movimento dei lavoratori, le forze popolari, i comunisti e i paesi progressisti nell’Alba si danno forme di democrazia partecipativa; dall’altro lato, in questo mondo a capitalismo maturo si pensa che l’unica democrazia sia quella rappresentativa. Ma rappresentativa di chi?» Degli interessi che a diverso titolo fanno capo alle classi dominanti, o alle fazioni contingentemente più forti di esse, esattamente come accade nei Paesi che hanno la “fortuna” di sperimentare la «democrazia popolare e partecipativa».  Finisco la rivoluzionaria citazione: «È necessario quindi che non solo tutti coloro che si battono per il superamento del capitalismo e l’apertura di spazi di socialismo, ma anche ogni sincero democratico e progressista e chiunque ritenga un valore l’autodeterminazione dei popoli, mostri la propria tangibile solidarietà con il Venezuela rivoluzionario chavista. Atilio Boron ha definito la lotta del Venezuela come la Stalingrado dell’America Latina. Io credo sia la Stalingrado di tutti i popoli che ambiscono all’autodeterminazione, alla sovranità e alla giustizia sociale». Più che di Stalingrado, parlerei piuttosto di stalinismo, appunto. È proprio vero, Professor Ernesto galli della Loggia, c’è antifascismo e antifascismo! Ma non finisce qui: «Sono tornato in queste ore da un lungo viaggio a Cuba con cui ho avuto incontri con governo, partito, accademici, economisti anche di Venezuela, Bolivia e Stati Uniti. Concordiamo tutti su un punto: la finta democrazia occidentale serve solo a restringere gli spazi di democrazia». Mentre quella «popolare e partecipativa» invece… Forse nemmeno gli stalinisti italiani degli anni Cinquanta si permettevano simili comiche idiozie al ritorno dai loro viaggi “internazionalisti” nella “Patria del Socialismo”. Sul Venezuela, invece, c’è poco da ridere.

Sul regime venezuelano rimando ai miei diversi post pubblicati sul Blog; sulla crisi sociale sempre più devastante che sconvolge quel Paese e sulle condizioni sempre più difficili dei proletari venezuelani, soprattutto di quelli che sono fuori dal circuito clientelare (o “Stato Sociale”) creato dal chávismo con i proventi della rendita petrolifera, cercherò di scrivere qualcosa tra qualche giorno, giusto il tempo di ricevere le solite velenose veline anticháviste dai miei amici e finanziatori americani.

In passato molti mi hanno rimproverato il fatto di prendermela più con gli stalinisti che con i fascisti, e avevano pure ragione! Come si spiega un atteggiamento che a molti militanti della sinistra deve apparire inaccettabilmente settario? Ecco la mia difesa. In primo luogo sul piano storico è lo stalinismo che ha vinto (dopo aver cercato di allearsi con il nazismo e dopo essersi alleato con l’imperialismo angloamericano), ed è perciò con esso che milioni di proletari hanno dovuto fare i conti per decenni, anche in Italia, attraverso il PCI da Togliatti a Occhetto; in secondo luogo, e cosa più importante per un modestissimo epigono di Marx, lo stalinismo si faceva chiamare “comunismo”, sventolava bandiere rosse e diceva di fare gli interessi della classe operaia russa e mondiale, mentre il fascismo non ha mai nemmeno lontanamente toccato simili abissali profondità di menzogna. O mi sbaglio? Chiudo l’ennesima parentesi autobiografica, dedicata a chi conosce solo la storia ufficiale scritta e tramandata dagli intellettuali di regime (in gran parte di orientamento sinistrorso), e ritorno alla noiosa cronaca politica dei nostri giorni.

«Basta con questa storia del fascismo e dell’antifascismo, non se ne può più. È un dibattito di una inconcludenza totale, fondato sul nulla. Pensiamo piuttosto al fatto che i nostri ragazzi escono da scuola senza sapere bene chi era Hitler e Mussolini». Così si è espresso qualche giorno fa un altro pezzo grosso dell’italica intellighentia, Massimo Cacciari. Crisi di rigetto dopo aver ascoltato per decenni, come una litania sempre più stanca e noiosa, lo slogan «Ora e sempre Resistenza»? È probabile. Certo è che nella testa progressista di chi ha una certa età e non è abituato a lisciare sempre e comunque il pelo al Popolo della Sinistra, qualche dubbio intorno all’attualità, alla pregnanza politica e alla serietà dell’antifascismo gli sarà venuto. «”Suvvia – dice il filosofo operaista e senatore dem Mario Tronti, che sfila in corteo a dispetto dei suoi 86 anni – non esageriamo il fenomeno di qualche minoranza che si agita”. Osservazione saggia, se non fosse che fra sette giorni si vota» (Il Messaggero, 25/02/18). Sempre che l’antifascismo, militante (“dal basso”) o istituzionale (“dall’alto”) che sia, porti nuovi voti alla sinistra, di opposizione o governativa che sia, e non si risolva invece in un ennesimo regolamento di conti al suo interno. Un problema che ovviamente non mi sfiora nemmeno. «Nel corteo romano Veltroni, Zingaretti, Zanda e altri si mescolano al popolo che grida: “Antifascismo, Costituzione, questa è la nostra rivoluzione”». Che bella “rivoluzione”! Una “rivoluzione” che lascio molto volentieri al Popolo della Sinistra, la cui massima aspirazione è quella di vedere i Cari Leader dare il ben servito a Renzi, non a caso dipinto fino a qualche mese fa come l’incarnazione del neoliberismo, dei poteri forti, del «fascismo del XXI secolo» e, orribile a dirsi, del berlusconismo. Fascismo, antifascismo, berlusconismo, antiberlusconismo: l’eterno ritorno del sempre uguale! «Che palle!» direbbe un altro intellettuale di sicuro peso e di altrettanto certo spessore, Giuliano Ferrara, il quale peraltro ha denunciato la sciatta e pavida superficialità con cui i media nazionali hanno raccontato la mancata strage terroristica di Macerata: «Perché non abbiamo detto e scritto, come abbiamo fatto in analoghe circostanze, “Siamo tutti Gideon, Festus, Jennifer, Mahmadou, Wilson, Omar”?». Già, perché? Elezioni incombenti?

Essendo un intellettuale borghese liberale, Galli della Loggia quando tratta di antifascismo conosce solo una distinzione, tutta radicata sul terreno della difesa dello status quo sociale: quella tra antifascismo democratico e antifascismo antidemocratico. Non conosce né concepisce altre forme di antifascismo. E non è il solo, peraltro. Naturalmente egli appoggia con tutte le sue forze il primo e osteggia nel modo più risoluto e conseguente il secondo: «le democrazie si difendono dal fascismo non facendo la Resistenza – come pretenderebbero facendola a modo loro i teppisti di Torino, di Piacenza o di Palermo – bensì applicando la legge. Nelle democrazie il capo della Resistenza è il Ministro degli interni. Punto. Se non lo è – ma il ministro Minniti appare da ogni punto di vista perfettamente calato nel ruolo – va richiamato ai suoi doveri, non già surrogato da qualche violento capobanda dei centri sociali». Il monopolio della violenza va lasciato allo Stato anche quando si tratta di difendersi dal fascismo. Ma è appunto questo che contestano «i teppisti (copyright di Antonio Padellaro)» che praticano l’antifascismo militante, i quali sostengono che i “traditori” della Repubblica [capitalistica] nata dalla Resistenza e della Costituzione [capitalistica] più bella del mondo non solo non reprimono adeguatamente l’insorgenza fascista, ma addirittura la sostengono in qualche modo, anche attraverso il sistema dei media, il quale avrebbe scientemente “sdoganato” il neofascismo presentandolo agli occhi dell’opinione pubblica come il solo movimento politico che davvero ha a cuore le sorti degli ultimi, delle vittime della globalizzazione – o mondializzazione, per usare il lessico del sovranismo destrorso –, e del Paese. A proposito di sdoganamento: «Una signora sotto lo striscione dedicato a Giacomo Matteotti se la prende in pieno trip da retropia addirittura con il Migliore: “Fu Togliatti a sdoganare il fascismo con l’amnistia del ‘46”» (Il Messaggero). Anche questa in fondo è storia.

Si può individuare una differenza di principio, radicale in termini storici e sociali, tra antifascismo militante e antifascismo istituzionale? Io credo di no, e anzi possono entrambi venir considerati come interni a un antifascismo di regime, il regime nato appunto dalla Resistenza. Verrò dopo su questo decisivo punto.

Scrive della Loggia: «Nell’Italia della Costituzione, difendere la democrazia – dal fascismo come da ogni altra minaccia – è compito solo delle forze dell’ordine della Repubblica». E la Repubblica nata dalla Resistenza sa bene come difendersi, non ha bisogno di venir surrogata da un “antifascismo dal basso”. E qui mio malgrado mi tocca dare ragione al Professore. Vediamo subito in che senso attraverso la solita antipatica autocitazione: «Negli anni Settanta la distruzione dei movimenti sociali fu affidata soprattutto agli apparati repressivi dello Stato, con il pieno sostegno di tutti i partiti appartenenti a quello che allora si chiamava “arco costituzionale”, a cominciare dal PCI e dalla DC. […] In quegli anni il neofascismo ebbe uno scarsissimo ruolo nella repressione e nell’intimidazione dei movimenti antagonisti. Insomma, la democrazia capitalistica sa difendersi benissimo dai nemici dell’ordine costituito (e costituzionale) anche senza sguinzagliare le squadracce fasciste contro i “sovversivi”, e ciò in piena coerenza con la lettera e con lo spirito della Costituzione più bella del mondo» (Fascismo reale, fascismo immaginario…).

Fino a prova contraria non il fascismo, in una qualsiasi forma più adatta ai tempi, ha amministrato politicamente e ideologicamente questo Paese negli ultimi sette decenni, ma la democrazia capitalistica, la sola forma di democrazia possibile nel Capitalismo del XXI secolo. Marx e Lenin parlarono della «democrazia borghese» come del migliore involucro politico–ideologico-istituzionale della dittatura sistemica radicata nei rapporti sociali capitalistici. Migliore, beninteso, per le classi dominanti. Forse quei due personaggi preferivano i regimi borghesi autoritari a quelli democratici? Ovviamente no; semplicemente essi avevano capito che la forma democratica offre alle classi dominanti, almeno nei Paesi capitalisticamente avanzati dell’Occidente, più spazio di manovra nella gestione dei conflitti sociali, un più intelligente e funzionale uso della carota politico-ideologica e del bastone – bombe e picchiatori fascisti compresi, alla bisogna. Per non farsi schiacciare, per resistere alla pressione del processo sociale le classi subalterne devono contare solo sulla loro forza, sulla loro unità, sulla loro autonomia politica, ideale e psicologica nei confronti dello Stato e dei partiti di regime – di “destra” o di “sinistra” non ha alcuna importanza. Ecco perché è fondamentale cercare di fare luce sulla natura ipnotica della democrazia capitalistica, la cui sostanza sociale non è che la realtà del totalitarismo degli interessi economici.

Insomma, è sulla dittatura dei vigenti rapporti sociali che dovremmo concentrare tutta la nostra attenzione anche quando analizziamo il significato storico e sociale del fascismo e della democrazia. Non si tratta di sottovalutare i fenomeni neo-fascisti, tutt’altro! Si tratta piuttosto di collocarli nella giusta prospettiva, così da evitarci l’avvitamento in inconcludenti battaglie ideologiche che alla fine rafforzano solo lo status quo sociale.

E qui entra in scena un altro tipo di antifascismo, quello che prende di mira il fascismo non in quanto forma politica che si oppone alla democrazia (capitalistica), alla Repubblica nata dalla Resistenza e alla Costituzione che, com’è noto, tutto il mondo ci invidia (salvo che in Venezuela, dove è in atto un meraviglioso tentativo di “democrazia partecipativa” e di “socialismo dal volto umano”), ma il fascismo (o come altrimenti si voglia chiamarlo) come strumento di repressione e di intimidazione nei confronti delle avanguardie di classe (dove e quando queste ci sono), delle lotte operaie, dei proletari più radicalizzati in senso anticapitalista (speriamo!), di quanti esprimono solidarietà nei confronti degli immigrati, degli ebrei, dei “diversi” d’ogni genere, delle idee di emancipazione d’ogni tipo, incluse quelle che toccano il ruolo della donna in questa società violenta e abbastanza escrementizia. Per questo è assolutamente sbagliato contrapporre la forma democratica dell’esercizio del potere a quella fascista, per il semplice fatto che entrambe concorrono a mantenere intatto e anzi più forte lo status quo sociale. Ho scritto status quo sociale perché la forma politico-istituzionale che amministra un Paese può anche mutare purché sopravviva il dominio delle classi dominanti: è questo, ad esempio, il significato autentico dell’alternanza Fascismo-Antifascismo che si verificò in Italia come conseguenza della sua rovinosa sconfitta militare ad opera delle Potenze Alleate. Non mi stancherò mai di ricordare a me stesso che la Resistenza altro non fu che la continuazione della guerra imperialista sotto altre condizioni storiche determinate dalle bombe angloamericane sganciate con generoso slancio democratico e antifascista sulle città italiane. Lo so che quando leggono simili affermazioni i fascisti si leccano i baffi: ma chi se ne importa di quella gentaglia! A me interessa denunciare il carattere imperialista della Seconda guerra mondiale da tutte le parti in conflitto, e lascio ai miserabili simpatizzanti del Duce la gioia di sentirsi accomunati con altra gentaglia di diverso orientamento politico. Contenti loro!* La precisazione di cui sopra non ha affatto un carattere passatista, perché intende colpire la mitologia resistenzialista nella sua essenza storico-sociale; una mitologia ultrareazionaria che ancora oggi pesa sulla coscienza di non pochi giovani che desiderano “fare la rivoluzione”.

«Il fascismo è fuori dalla Costituzione», ha detto qualche giorno fa il Premier Gentiloni. È fuori dalla Costituzione, mi permetto di precisare, ma dentro (eccome!) il regime sociale che quella Costituzione esprime. Io sostengo un antifascismo che vuole essere fuori dalla Costituzione e contro quel regime. Ebbene giovani compagni, non c’è Rivoluzione se non fuori dalla Costituzione e contro la Costituzione.

 

* Qualche anno fa un amico mi informò che su un sito rigorosamente nazifascista era comparso un mio scritto sulla democrazia e la Costituzione Italiana. La cosa che mi fece più ridere fu vedere che quel pezzo stava accanto a un articolo di Amadeo Bordiga, il noto fondatore del PC d’Italia nel 1921, sempre di tenore antidemocratico e anticostituzionale. Quale onore! Poveri nazifascisti, cosa sono costretti a fare per non essere considerati dei miserabili reietti dai loro nemici sinistrorsi!

2 pensieri su “LA SEVERA LEZIONE DI ANTIFASCISMO DEL PROFESSOR ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

  1. Marx e Lenin parlarono della «democrazia borghese» come del migliore involucro politico–ideologico-istituzionale della dittatura sistemica radicata nei rapporti sociali capitalistici. Migliore, beninteso, per le classi dominanti. Forse quei due personaggi preferivano i regimi borghesi autoritari a quelli democratici? Ovviamente no; semplicemente essi avevano capito che la forma democratica offre alle classi dominanti, almeno nei Paesi capitalisticamente avanzati dell’Occidente, più spazio di manovra nella gestione dei conflitti sociali, un più intelligente e funzionale uso della carota politico-ideologica e del bastone – bombe e picchiatori fascisti compresi, alla bisogna.

    completamente d’accordo, ricordando anche a me stesso che l’affermazione dottrinale è vera in senso astratto-universale.
    in più aggiungerei che la forma democratica mobilita molto più a fondo l’intero corpo sociale alla causa del massimo profitto e della sua riproduzione allargata, che è il concetto-chiave per leggere il capitalismo del XXI secolo. Il percorso storico cinese lo conferma e non smentisce

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