È LA POST-IDEOLOGIA, BELLEZZA! O NO?

Il Popolo al Potere!

I pentastellati sostengono da sempre di aver dato vita a un Movimento politico post-ideologico: «Noi non siamo né di destra né di sinistra. Gli altri partiti non si rendono conto che ormai tutte le ideologie del Novecento sono morte e sepolte». Da quando? Almeno dalla caduta del Muro di Berlino. Che c’è di vero nella pretesa post-ideologica dei post-grillini? Nulla. A cominciare dal fatto che il cosiddetto post-ideologico è a sua volta un’ideologia, e precisamente l’ideologia che meglio esprime, interpreta e cavalca questi complicati e agitati tempi. Proprio la pretesa anti-ideologica fa del post-ideologico una falsa coscienza elevata all’ennesima potenza.

Beninteso, anche la Lega di Salvini ama accreditarsi come un Movimento rigorosamente post e anti-ideologico, come del resto fanno quasi tutti i movimenti cosiddetti populisti del Vecchio Continente. La stessa Marine Le Pen, pestando i calli al vecchio padre, ha detto che il suo Movimento non è di destra, bensì populista e sovranista: «Nel nostro elettorato abbiamo sia i delusi dell’Ump che i delusi del Ps. Siamo all’anno zero di un grande movimento patriottico, né di destra né di sinistra, che fonda la sua opposizione all’attuale classe politica sulla difesa della nazione, sul rifiuto dell’ultraliberismo e dell’europeismo, capace di trascendere le antiche barriere per porre i problemi veri: la prospettiva è nazionale o post-nazionale?» (La Repubblica). Inutile dire che chi scrive non è assolutamente in grado di «trascendere le antiche barriere» né di offrire alcun contributo alla soluzione dei «problemi veri» che assillano la Nazione. Il classismo internazionalista fa di chi scrive un nemico mortale di ogni Sovranismo, comunque “declinato”, e quindi un estraneo alla dimensione nazionale tanto cara ai populisti che amano definirsi tali. In effetti il Nazional-Popolare continua ad avere il vento in poppa in tutta l’Europa, nonostante i successi di Emmanuel Macron e di Angela Merkel, la strana coppia che desidera rilanciare il “sogno europeo”.

La verità è che il Movimento fondato da Grillo e Gianroberto Casaleggio ormai molti anni fa ha preso corpo, sul terreno “sovrastrutturale”, a partire da un mix di ideologie ultrareazionarie rubacchiate allungando le mani verso tutte le direzioni politiche possibili e immaginabili, e lo ha potuto fare semplicemente perché quelle ideologie e gli orientamenti politici che le esprimevano avevano (e hanno) una radice sociale comune, piantata in profondità sul terreno del dominio capitalistico. Per parlare con il vecchio linguaggio novecentesco così antipatico all’orecchio del post-ideologico, Destra, Centro e Sinistra stavano, e stanno, sullo stesso terreno di classe; tutti gli orientamenti politico-ideologici di stampo novecentesco hanno sempre sostenuto, a vario titolo e con diverse funzioni (governative, oppositive, critiche, di testimonianza, ecc.), il vigente status quo sociale, che poi è lo stesso status che oggi vige in tutto il pianeta.

Ecco perché, ad esempio, è perfettamente plausibile che lo statalismo di destra possa incrociare sulla sua strada lo statalismo di sinistra, come peraltro capita sempre più spesso in Europa e, in parte, negli Stati Uniti. Non è che la vecchia distinzione destra/sinistra non ha più ragion d’essere, non funzione più, è stata superata da una diversa composizione di classe delle società “post-ideologiche”; si tratta piuttosto del fatto che bisogna capire, nella fattispecie, che lo statalismo destrorso e quello sinistrorso hanno, appunto, un fondamento di classe comune. Un anno fa il politologo francese Dominique Moïsi dichiarò al Corriere della Sera quanto segue: «Bisogna capire che sui temi della globalizzazione il Front National oggi è un po’ l’equivalente di quel che un tempo era il partito comunista. Ha un’ideologia anti-capitalista molto vicina all’estrema sinistra. I discorsi di Jean-Luc Mélenchon e di Marine Le Pen, sul piano dell’economia e dell’avversione nei confronti del mondo globalizzato, sono abbastanza vicini». Come si spiega questo “paradosso”? Si spiega con il fatto che il Capitalismo rimane tale anche se viene “declinato” in diversi modi, compresi quelli ideologicamente a me più “antipatici” perché scomodano una terminologia “socialista” la cui funzione è solo quella di confondere le idee a chi arresta il proprio sguardo alla superficie dei fenomeni politici e sociali, e che quindi vede paradossi dove invece insiste solo la necessità dei fatti che vanno compresi criticamente, non ideologicamente. Quando Dominique Moïsi parla di «ideologia anti-capitalista» egli evidentemente fa riferimento all’ideologia ultrareazionaria che sostiene la necessità di una politica economica orientata in senso fortemente statalista e contraria alla globalizzazione e al “liberismo selvaggio”. Come ho scritto altre volte riflettendo sul Populismo nelle sue diverse declinazioni politico-ideologiche, gli estremi del circolo vizioso ideologico si toccano perche essi insistono sullo stesso piano.

Un altro esempio. Un tipo come Enrico Berlinguer, non a caso molto reclamizzato dai pentastellati nell’ultima campagna elettorale, può entrare nelle grazie anche di molti elettori centristi e destrorsi amanti della “pulizia morale” e della «serietà politica al servizio degli interessi superiori del Paese». Chi ha una certa età non può non ricordare come durante i cosiddetti anni di piombo, culminati nel rapimento e nell’esecuzione di Aldo Moro per mano degli stalinisti delle Brigare Rosse dopo un italianissimo (cioè ridicolo, grottesco e meschino) “Processo Popolare” (il Popolo è sempre stato di gran moda!); in quegli anni, dicevo, il PCI tenne in materia di “politica della sicurezza” (leggi: della repressione) una posizione molto più a destra di quella della DC, per non parlare della posizione “trattativista” difesa dal PSI durante la vicenda sopra ricordata. Nel 1977 l’estrema sinistra molto si scandalizzò vedendo il convergere delle parallele disegnare negli anni precedenti da Moro e Berlinguer: e perché mai? Perché l’ideologia che animava i gruppi che stavano alla sinistra del PCI impediva loro di coglierne la natura radicalmente capitalistica. L’ho sempre sostenuto: l’esperienza dello stalinismo pesa come un macigno sulla testa di chi non ne ha compreso il significato storico-sociale, ossia la sua natura profondamente controrivoluzionaria. Chiudo la parentesi… ideologica.

Tra l’altro, fu proprio ai tempi del “Compromesso storico” e del successivo “riflusso giovanile” che alcuni intellettuali iniziarono a parlare dell’apertura di un’epoca post-ideologica, una tesi fortemente ideologica cavalcata nei ruggenti anni Ottanta dal socialista Bettino Craxi.

Molti sinistri si sono scandalizzati vedendo Pierferdinando Casini tenere discorsi elettorali nelle sedi del PD che furono dei DS, del PDS e prim’ancora del PCI: e dove sta il motivo dello scandalo? Il PCI e la DC, al di là delle canoniche schermaglie politico-ideologiche e dei luoghi comuni intorno ai “comunisti” che mangiavano i bambini e dei democristiani che intascavano di contrabbando pacchi di dollari Made in Usa, non sono forse stati i due pilastri fondamentali del regime post-fascista? Che c’è di male se i post-cosiddetti-comunisti e i post-democristiani convolano a nozze? «È il post-ideologismo, bellezza, e tu, ancora impigliato nel Novecento, sei destinato a non capire i tempi nuovi». Che tempi, ragazzi! «Se Togliatti dialogò con Guglielmo Giannini, il fondatore dell’Uomo Qualunque, il centrosinistra può dialogare con Luigi Di Maio» (Massimo D’Alema, intervista al Corriere della Sera). E io cosa ho detto?!

La postura post-ideologica assunta dal Movimento 5 stelle e dalla Lega ha consentito loro di drenare gran parte dell’elettorato del PD e del partito berlusconiano che più è stato bastonato dalla lunga crisi economica, cosa che li ha portati al centro della scena politica del Paese, a chiedere senza alcun imbarazzo “ideologico” l’appoggio a tutti i partiti desiderosi di dare un contributo alla soluzione della crisi politica. Altro che la politica democristiana dei due forni! Roba da dilettanti. Ogni pur affettato imbarazzo è stato travolto da una spregiudicatezza politica forse mai vista prima nemmeno in questo Paese, che pure vanta una lunga tradizione di cinismo politico. Inutile dire che il PD e FI, i due partiti usciti più penalizzati dal responso popolare, temono di rimanere schiacciati nella morsa della “responsabilità”, di assumere cioè una dimensione politica irrilevante nella «Terza Repubblica» annunciata, forse un po’ in anticipo sui tempi, da Di Maio, e tutte le loro mosse politiche devono essere lette da questa prospettiva.

Ieri il Financial Time ricordando le posizioni del Movimento 5 Stelle in materia di reddito di cittadinanza e di politiche dell’immigrazione ha definito Di Maio «un camaleonte che si adatta alle circostanze». Può anche darsi che l’ideologia camaleontica sia appunto l’ideologia che meglio si adatta alle circostanze, quella cioè che con maggiore efficacia intercetta il disagio economico ed esistenziale che attraversa molti strati sociali, alcuni che sentono di non avere davvero più nulla da perdere e qualche sussidio statale da conquistare (vedi il Mezzogiorno Italiano), altri, ancora più angosciati, che temono di perdere il tanto o il poco che hanno accumulato negli anni passati e quindi precipitare nel fondo senza speranza dei vinti della globalizzazione capitalistica. Di qui pulsioni razziste, fasciste, stataliste, protezioniste («Bravo Trump!»), xenofobe e quant’altro: altro che mondo post-ideologico!

Scrive Carlo Formenti: «Chi paga il fio di disoccupazione, precarizzazione, degrado delle periferie slum dove si ammassano bianchi poveri e immigrati chiede protezione. Protezione economica e sociale dai fallimenti del mercato e messa in sicurezza del territorio. E protezione è proprio ciò che offrono i programmi populisti. Ed è qui che è possibile distinguere fra populismi di destra e di sinistra: entrambi utilizzano la retorica dello scontro fra popolo (buono) ed élite (cattive), entrambi vogliono difendere la nazione dalle ingerenze esterne (per cui condividono l’euroscetticismo), entrambi hanno leadership carismatiche, e tuttavia, mentre i primi offrono protezione dall’ondata migratoria e dai suoi effetti, nonché dall’invadenza statale (tasse, burocrazia, sprechi, ecc.), i secondi si propongono di contrastare la mobilità di capitali e merci più che quella dei flussi migratori, auspicano un ruolo attivo dello stato in economia e ripropongono la lotta di classe, ancorché trasfigurata in opposizione alto/basso (una differenza analoga – sia pure indebolita a causa della perdita di radicalità del M5S – esiste anche fra Lega e grillini)». Quando parla di riproposizione della «lotta di classe» a chi pensa Formenti? Leggiamo: «Non stupisce nemmeno il misero 1% raccolto da Potere al Popolo. Per fare di meglio, si sarebbe dovuto costruire per tempo un progetto politico sul modello di quelli di Podemos e Mélenchon». La lotta di classe «sul modello di quelli di Podemos e Mélenchon» è una genialata che poteva balenare solo nella testa di un Nazional Popolare che guarda con tanta simpatia e speranza al «Socialismo del XXI secolo» che forse – e sottolineo forse – sta incontrando qualche lieve – e sottolineo lieve – battuta d’arresto in Venezuela. Gli estremi del circolo vizioso ideologico si toccano perche essi insistono sullo stesso piano: come volevasi dimostrare!

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