PER IL CAPITALE LA PACCHIA NON FINISCE MAI

Colpa e punizione

«È difficile scrivere di Soumayla Sacko. Martire perché nero, ucciso da un bianco. Martire perché sindacalista, difensore dei miserabili di San Ferdinando, dalle parti di Rosarno e Gioia Tauro. Martire speciale perché abbattuto come un cinghiale a San Calogero, e San Calogero in Agrigento è raffigurato nero, il santo eremita nero. Martire perché ladro di ferraglia punito con la morte. Martire perché non era un ladro e perché la ferraglia era una rimanenza di una cava di ladri che aveva inquinato la terra. Martire, tragicamente simbolico, perché ucciso mentre un ragazzotto lombardo che fa il super poliziotto predicava con brutalità ideologica che con lui al comando la pacchia è finita. Martire perché come il capo Lega di una volta Soumayla lottava contro la mafia, i padroni e i loro sostenitori. Martire perché raccoglieva nel caldo e per 3 euro all’ora pomodori che nessun italiano, padrone a casa sua, raccoglierebbe mai. Prendila dove ti pare, questa storia sa di martirio. È la testimonianza di tempi spietati, in Africa, nel Mezzogiorno d’Italia, in Europa Occidentale e nel mondo. Ci sono luoghi in cui la modernità e il capitalismo come rapporto sociale di produzione regolato dall’interesse organizzato dai padroni dei mezzi di produzione e dai lavoratori, e poi da idee e da leggi regolative per il benessere minimo per tutti, dai contratti, diritti, riposo, sono una chimera, una pacchia che non c’è. La maggioranza di noi, ciascuno nel suo tinello e nel suo salotto, in condizioni di conforto materiale diverso e conformazione di idee diverse, prende per sé la colpa e lascia la punizione a Soumayla. È un fatto religioso. Nietzsche che parlava male di Cristo diceva appunto che Cristo si era preso la punizione e ci ha lasciato la colpa mentre avrebbe dovuto fare l’inverso, se davvero voleva redimerci. È difficile parlare di una vittima assoluta e del male assoluto senza compiacimento, senza sottomettersi alla catena simbolica del bene facile, a buon prezzo: un’ora di pentimento e contrizione a tre euro. […] Soumayla Sacko è stato punito e noi siamo inevitabilmente i colpevoli, anche quando la colpa la attribuiamo, da posizioni populiste di destra o di sinistra, all’establishment e al sistema» (G. Ferrara, Il Foglio).

Un articolo davvero interessante, non c’è dubbio, almeno per chi scrive. Tuttavia, prendila come ti pare, caro Ferrara, ma a me questa storia sa di ordinaria brutalità capitalistica: gli “eccessi”, ovunque si manifestino, illuminano a giorno la reale natura di questa società-mondo, una tesi che un sostenitore del Capitalismo “politicamente corretto” non può certo condividere. Chi muore tutti i giorni nel deserto africano e nel Mediterraneo nel tentativo di conquistare quantomeno la possibilità di una vita meno miserabile, esattamente come accadeva in Europa qualche secolo fa e come continua ad accadere, mutatis mutandis, nelle regioni meridionali di questo Paese, è vittima di una guerra sociale che in forme diverse riguarda tutti, e in tutto il pianeta, il quale è dominato da un solo rapporto sociale, quello capitalistico. Già il solo vivere sotto questo rapporto sociale di dominio e di sfruttamento rappresenta per i proletari di tutto il mondo una punizione sociale, un vero e proprio martirio. Quando finirà la pacchia capitalistica?

E a proposito di colpa e di punizione, devo dire che ai miei occhi le classi subalterne di tutto il mondo oggi hanno la “colpa” di non provare, almeno provare, a porsi come un gigantesco soggetto rivoluzionario, cosa che le espone inevitabilmente a ogni sorta di punizione, compreso il sovranismo e il razzismo. Per mutuare un vecchio slogan, potremmo essere tutto e invece continuiamo a essere niente, e da buoni servi impotenti e incoscienti ci accontentiamo di “scegliere” ogni tot anni i politici che devono amministrarci: che bella “libertà”! E non verrà nessuno a liberarci da colpe e da punizioni, questo è sicuro, è forse la sola certezza che non teme smentita. «L’emancipazione del proletariato deve essere opera dello stesso proletariato», diceva l’uomo con la barba. Il fatto che io comprenda benissimo le cause vicine e remote di questa tragica condizione sociale, di questa “colpa storica” che grida vendetta, ebbene ciò può solo in parte mitigare, ma non eliminare, il senso di frustrazione che personalmente avverto come proletario e anticapitalista.

La via italiana alla competizione capitalistica

Secondo gli ultimi rilevamenti statistici ufficiali, sono 100 mila le persone in «condizione di schiavitù e para schiavitù» in agricoltura. L’80% sono stranieri, il restante 20% italiani. «Ma attenzione», sostiene il sociologo, il problema non sono i migranti, ma un sistema di accoglienza e un mercato del lavoro che sulle sponde settentrionali e orientali del Mediterraneo manifestano grossi limiti. I flussi migratori li mettono solo in evidenza. Il problema è strutturale, non a caso il fenomeno del caporalato non lo troviamo, come si pensa, solo nelle grandi piantagioni del sud, ma anche nelle aziende vinicole d’eccellenza del ricco Piemonte. In un sistema dove domanda e offerta sono così grandi si inseriscono le mafie. Lo fanno in due modi. In alcuni casi reclutano persone direttamente nel Paese di origine e organizzano il trasferimento, in maniera legale o illegale. Altre volte riescono a entrare nei Centri di Accoglienza Straordinaria meno controllati che, così, diventano luoghi di reclutamento. Le mafie non producono il sistema, dovuto a pecche dell’accoglienza e del mercato del lavoro, ma vi si inseriscono, lo sfruttano. Gli ultimi censimenti parlano di 27 mafie coinvolte in questo business». Omizzolo poi ribadisce un concetto che ci fa capire meglio quel è la via italiana alla competizione capitalistica mondiale nel settore agroindustriale (e non solo):  «È sbagliato pensare che questi lavoratori sfruttati finiscano solo a raccogliere pomodori in Puglia e in Sicilia [per 3/5 euro all’ora] o nei campi e nei mercati generali dell’Agro Pontino. Di uomini e donne ridotti in schiavitù se ne trovano anche nelle aziende dell’eccellenza vinicola del ricco Piemonte. Questo dimostra che il fenomeno ha natura sistemica». Infatti, si tratta del sistema capitalistico di produzione, fondato, come tutti sanno benissimo, sullo sfruttamento di uomini e sul saccheggio delle risorse naturali in vista del vitale (per questa escrementizia società, beninteso) profitto. Ancora Omizzolo: «E poi c’è lo sfruttamento della prostituzione, dove a dominare il mercato sono le mafie dell’est e quelle nigeriane. Un mercato, stima l’Istat, che vale 90 milioni di euro al mese, 1,1 miliardi all’anno, alimentato da circa 9 milioni di clienti che hanno a disposizione tra le 75 mila e le 120 mila ragazze sparse per il Paese. Il 55% di queste giovani, in buona parte minorenni, sono straniere, soprattutto nigeriane, che rappresentano il 36% delle non italiane, e romene, 22%. A queste vanno aggiunte le donne sfruttate in più settori.  In alcune aree del Paese, diverse forme di schiavitù si saldano. Prendiamo l’esempio delle romene: spesso lavorano nei campi ma sono costrette anche a mettersi a disposizione del proprio padrone come oggetto sessuale». Di questo ho parlato qualche settimana fa su Facebook (*).

Di Marco Omizzolo vedi: La rivolta dei braccianti sikh, i nuovi schiavi dell’Agro Pontino

Leggi anche: Rosarno e dintorni e Uomini, caporali e cappelli.

 

(*) Pomodoro rosso sangue!

Dal Blog di Iulia Badea Guéritée:
«La fortuna dei coltivatori siciliani riposa in parte sul lavoro forzato di centinaia di donne emigrate dalla Romania e ridotte in schiavitù. La schiavitù esiste ancora. Ed è tanto più terribile in quanto, molto spesso, è accettata». Certo, si è liberi di morire di fame, di prostituirsi, di accettare condizioni di lavoro disumane: viva la libertà di scelta! «“Tutto comincia in Romania”, racconta Dumitrache, presidente dell’Associazione delle donne romene in Italia” (Adri), “a Botosani, in una delle zone più arretrate del paese, da dove le donne hanno cominciato a emigrare nel 2007. L’esodo non si è mai interrotto. Vanno a raccogliere i pomodori in Italia, a Ragusa. E spesso partono senza sapere a cosa vanno incontro. Quello che è più triste è che anche quando qualcuna di loro riesce a scappare da quell’inferno, finisce sempre per tornarci, obbligata in qualche modo dalla spirale dei debiti, dai vicini a cui ha chiesto un prestito, e che la spingono a partire di nuovo per riavere i loro soldi”. Il filo del racconto si dipana, sempre più terrificante, come se fosse tratto dai vecchi romanzi che parlano di schiavi. Lo scandalo non è nuovo, riemerge periodicamente e si gonfia come una bolla di sapone. Ci sono le retate della polizia, le visite delle autorità, e a volte si intravede qualche barlume di speranza.
Gli ingredienti di questa brutta storia proprio davanti alla nostra porta? In Sicilia? Il banale affare della produzione dei pomodori a Ragusa, che con il tempo è diventata la più grande esportatrice di pomodori italiani in Europa, è anche una delle più sordide vicende del nostro continente. All’inizio c’è stata l’adesione della Romania all’Unione europea, nel 2007. E un’ondata massiccia di forza lavoro è arrivata sui mercati d’Italia, Spagna, Francia e Gran Bretagna. Donne partite per lavorare, ma che una volta arrivate a Ragusa vengono obbligate a prestare servizi sessuali ai padroni per poter conservare il proprio posto di lavoro. “La forza lavoro che arrivava dalla Romania era più la accomodante, la più disposta ad accettare compromessi”, spiega Silvia Dumitrache. “Le donne romene sono già tenute in una sorta di stato di schiavitù dai loro uomini, vengono picchiate… Molte di loro se ne vanno dalla Romania proprio per sfuggire a queste violenze. Raccontano che, anche se sono sfruttate, almeno in Italia guadagnano qualche soldo. Poi c’è un altro aspetto: in questo tipo di lavoro, se accettano le richieste di favori sessuali da parte dei padroni, possono tenersi vicini i figli, mentre se dovessero fare le badanti non sarebbe possibile”. Ma il lavoro nei campi, sotto la soffocante sorveglianza dei padroni? E gli anni in cui solo un osservatore attento avrebbe potuto farsi delle domande sul numero abnorme di aborti compiuti all’ospedale di Vittoria?». E la sempre più disumana natura del Capitalismo a ogni latitudine del pianeta?

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2 thoughts on “PER IL CAPITALE LA PACCHIA NON FINISCE MAI

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