IN QUESTA GRANDE EPOCA

«Nella sua versione cartacea del 20 giugno il Guardian ha pubblicato una lista di 34.361 persone morte sulla rotta verso l’Europa: un numero certamente incompleto e impreciso, ma che ci dà una misura della tragedia».

Sopraffatte dalla vergogna e dal dolore, le acque del Mediterraneo alla fine si ritirarono, e lasciarono libero allo sguardo l’orrore che tutti noi conoscevamo fin dall’inizio. Dov’è la vergogna? dov’è il dolore? «Piangerò più tardi, dopo la partita. E siccome sono buono, forse adotterò a distanza qualche povero disgraziato: in fondo, siamo tutti figli di Dio». Come no! E allora, tanto vale volgere lo sguardo verso l’Eterno.

«E Mosè stese la sua mano sopra il mare; e il Signore fece con un potente vento orientale ritrarre il mare, e ridusse il mare in asciutto, e le acque furono spartite. E i figliuoli d’Israele entrarono in mezzo al mare per l’asciutto» (Esodo). Perché non ritorni a soffiare, potente vento orientale? «Il progresso, sotto i cui piedi l’erba si mette a lutto e il bosco diventa carta da cui crescono fogli di giornale, ha subordinato la vita ai viveri, trasformando noi stessi nelle viti di ricambio dei nostri utensili» (K. Kraus, In questa grande epoca, 1914).

Dopo il cazzeggio mistico, segnalo un interessante articolo di Angelo Panebianco pubblicato oggi dal Corriere della Sera. Non è esattamente un invito all’ottimismo, soprattutto per i più giovani, ma aiuta a comprendere l’aria che tira in questo pessimo mondo. Anzi: In questa grande epoca, «In quest’epoca in cui accadono cose che nessuno aveva immaginato, in cui deve accadere quello che nessuno riesce neanche più a immaginare, e se qualcuno ci riuscisse, allora non accadrebbe; in quest’epoca seria, che è morta dal ridere di fronte alla possibilità di poterlo diventare sul serio; che, sorpresa dalla propria tragicità, tenta di trovare distrazioni, e quando si coglie sul fatto cerca le parole; in quest’epoca rumorosa, che rimbomba della spaventevole sinfonia di fatti che producono cronache e cronache che causano fatti» (K. Kraus).

Dimenticavo di citare l’opera di Nazzaro e Ferrara (Mediterraneo), la cui copertina è stata da me ignobilmente ritoccata: me ne scuso! «L’opera letteraria di Nazzaro e Ferrara ha il pregio di svelare la verità e di ribaltare la narrazione fin qui diffusa: il mare diventa il mezzo, il viaggio e l’orizzonte. Per tutte queste ragioni, come Croce Rossa Italiana, abbiamo deciso di adottare questo libro. È anche questo il nostro compito: oltre a soccorrere persone in condizioni di vulnerabilità, dobbiamo lavorare affinché si creino comunità sempre più solidali e coese, capaci di mettere al centro l’essere umano». Vedi, e io che ho sempre sparato contro la Croce R«ossa!

«[…] Coloro che hanno vissuto sulla propria pelle il tormento della guerra faranno di tutto per impedire che essa ritorni e trasmetteranno, con i racconti delle proprie tribolazioni e delle tragedie vissute, la stessa disponibilità d’animo e la stessa volontà alla generazione successiva. Ma dopo che coloro che hanno vissuto il dramma sono scomparsi, quando non ci sono più testimoni diretti, le generazioni subentranti sono ormai, per così dire, «vergini», di quel dramma ne hanno sentito parlare (forse) solo a scuola. Bisogna essere ottusi per pensare che i nomi di Hitler o di Stalin possano evocare chissà quale forma di raccapriccio in un giovane di oggi. Perché mai quei nomi dovrebbero suscitare in lui emozioni diverse da quello, poniamo, di Gengis Khan?
La maledizione della terza e della quarta generazione consiste in questo: le prudenze di un tempo vengono abbandonate poiché i fantasmi del passato sono svaniti. Le nuove generazioni si avviano così, in modo incosciente, a ripercorrere le orme di coloro che, diversi decenni prima, misero in scena il dramma. È a questo “ciclo generazionale” che va imputata anche la diffusione della falsa idea secondo cui l’Europa, non conoscendo più guerre generali dal 1945, sarebbe entrata, in modo irreversibile, in un’era di «pace perpetua». Anziché riconoscere che la lunga pace post-1945 si deve a un concorso di condizioni eccezionali, che potrebbero svanire prima o poi, molti pensano che non ci sia più alcuna possibilità che gli incubi di un tempo ritornino.
I sovranisti scherzano con il fuoco. Ammesso che, prima o poi, si possa ricostituire qui in Europa un mondo di Stati pienamente sovrani, è certo che in quel mondo la guerra tornerebbe a essere la regola. Altro che pace perpetua. I sovranisti sono vittime di una contraddizione. Si dichiarano solidali l’un con l’altro: i sovranisti francesi con quelli americani, italiani, inglesi, eccetera. Si ascolti, ad esempio, cosa dice quel piazzista del sovranismo che è Steve Bannon (ex sodale di Donald Trump). In realtà, nel caso che molti di loro (ancor più di quelli già oggi al potere) si trovassero simultaneamente alla guida dei rispettivi Paesi, sarebbe la loro stessa ideologia a spingerli l’uno contro l’altro. Il sovranismo, infatti, concepisce i rapporti internazionali in termini di gioco a somma zero (di tanto guadagna lui, di altrettanto perdo io, e viceversa). Ma se i rapporti internazionali sono solo a somma zero non c’è altra possibilità che la rivalità. Mors tua vita mea: non voglio migranti e quindi voglio che te li tenga tutti tu. Non voglio le tue merci e quindi alzo dazi che ti danneggeranno.
Per evitare di cadere nello stesso vizio — una fuga dalla realtà — che rimproveriamo ai sovranisti, occorre tenere conto di tre circostanze. La prima: il sovranismo è l’estremizzazione di una tendenza che accomuna molte forze, anche quelle dette moderate. Macron e Merkel sono solo più ipocriti di Salvini o del gruppo di Visegrád. Con le loro politiche sulla questione dei migranti hanno favorito il risultato delle elezioni italiane del 4 marzo e stanno contribuendo a mandare all’aria il principio di Schengen sulla libera circolazione in Europa. Il sovranismo è una malattia che in Occidente ha contaminato un po’ tutti. La seconda circostanza riguarda il fatto che in un contesto di interdipendenza internazionale, saturo di legami, i sovranisti, se vogliono combinare qualcosa, devono venire a patti con la realtà. Ed ecco Salvini che invoca «frontiere europee» o che ricorre a fondi europei e all’Onu per intervenire in Libia. La terza circostanza è che il sovranismo si declina diversamente a seconda della forza dei Paesi. Una cosa è essere la superpotenza guidata da Trump, altro è essere un Paese europeo. Se sei l’Italia (e domani, eventualmente, la Francia) dovrai conciliare le velleità sovraniste con la ricerca di un protettore (la Russia). […]
Cosa credete che accadrà se un giorno vinceranno su tutta la linea? Si potrebbe esser tentati di dire: imponiamo a tutti questi incoscienti sovranisti la visione obbligatoria di un bel film di un paio di anni fa: Frantz. Narra di genitori europei che, entusiasticamente, mandarono i propri figli a farsi scannare sui campi di battaglia della Prima guerra mondiale. Ma bisogna resistere alla tentazione: per un sovranista sarebbe come assistere a una noiosa conferenza su Gengis Khan».

A proposito di sovranismo, ecco cosa scrive un simpatizzante del chávismo che però critica la linea politica di Maduro: «Ma la ragione più vera e profonda del sostegno totale tributato a Maduro da alcune aree politiche in Italia, deriva dalla convinzione che eventuali limiti o contraddizioni vadano messi in secondo piano, di fronte alla forte valenza socialista [sic!] ed antimperialista [risic!] delle politiche di Maduro. In realtà quello del Venezuela é un modello originale ed ibrido, che ancora mantiene le politiche sociali che avviò Chavez, ma dove ancora prevale nella economia il settore privato, e dove resta centrale lo sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie in consorzio con le multinazionali, che però ora sono anche cinesi e russe. La stessa alleanza venezuelana con Russia, Cina, Iran ed ora anche Turchia, mi porta a pensare più che all’antimperialismo, ad una politica nazionalista e di difesa della sovranità. Per carità, legittima, ancor più in una regione devastata dalle “interferenze” degli USA come il Sudamerica, ma chiamiamo le cose col loro nome». Appunto!

 

Scrivevo su un post di qualche mese fa: «Per un Paese come l’Italia l’alternativa non sarebbe, ovviamente, quella tra sudditanza e indipendenza, ma sul tipo di sudditanza che meglio verrebbe incontro agli interessi generali delle classi dominanti nazionali, o di quelle fazioni di esse contingentemente vincenti. Oggi conviene stare con la Germania o con la Russia, con gli Stati Uniti o con la Cina?».

 

 

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