SERGIO MARCHIONNE COME PERSONA E COME FUNZIONARIO DEL CAPITALE

Questo post è stato scritto ieri.

Solo in quanto è capitale personificato, il capitalista ha
valore storico e possiede quel diritto storico all’esistenza
che, come dice spiritosamente il Lichnowsky, non ha data.
Il capitalista è rispettabile solo come personificazione del
capitale; in tale qualità condivide l’istinto assoluto per
l’arricchimento proprio del tesaurizzatore. Ma ciò che
in costui si presenta come mania individuale, nel capitalista
è effetto del meccanismo sociale, all’interno del quale egli
non è altro che una ruota dell’ingranaggio.
K. Marx

Tra le tante interviste rilasciate sulla vicenda Marchionne dai personaggi che rappresentano l’establishment politico, economico, sindacale e culturale del nostro Paese si segnala per più motivi, a mio avviso, quella rilasciata oggi da Fausto Bertinotti a Repubblica. Intanto l’ex Presidente della Camera invita a distinguere il Marchionne come persona che lotta per la vita in una stanza d’ospedale, dal Marchionne come funzione sociale e come simbolo che rinvia a un sistema sociale, e questo in risposta al molto odio e disprezzo a cui  in queste ore è fatto segno l’ex Chief Executive Officer della Fiat Chrysler Automobiles (e molto altro ancora) anche da parte di non pochi lavoratori che hanno sperimentato sulla loro pelle la funzione sociale esercitata da Marchionne. È facile esercitarsi in simili distinzioni quando non si ha a che fare con la sopravvivenza quotidiana, quando ci si può concedere il lusso della riflessione distaccata. Come sempre occorre cercare le cause dei comportamenti che giudichiamo inappropriati sotto il profilo etico, anziché perdere tempo nel solito rituale esercizio dell’indignazione quotidiana che non manca di oggetti sempre nuovi su cui scaricarsi.

«Cara Collega, Esiste un mondo in cui le persone non lasciano che le cose accadano. Le fanno accadere. Non dimenticano i propri sogni nel cassetto, li tengono stretti in pugno. Si gettano nella mischia, assaporano il rischio, lasciano la propria impronta. È un mondo in cui ogni nuovo giorno e ogni nuova sfida regalano l’opportunità di creare un futuro migliore. Chi abita in quel luogo, non vive mai lo stesso giorno due volte, perché sa che è sempre possibile migliorare qualcosa. Le persone, là, sentono di appartenere a quel mondo eccezionale almeno quanto esso appartiene loro. Lo portano in vita con il loro lavoro, lo modellano con il loro talento. V’imprimono, in modo indelebile, i propri valori. Forse non sarò un mondo perfetto e di sicuro non è facile. Nessuno sta seduto in disparte e il ritmo può essere frenetico, perché questa gente è appassionata – intensamente appassionata – a quello che fa. Chi sceglie di abitare là è perché crede che assumersi delle responsabilità dia un significato più profondo al proprio lavoro e alla propria vita. Benvenuta in quel mondo. Benvenuta in Fiat Chrysler Automobiles». Ho riportato il testo di una lettera inviata da Marchionne nella sua qualità di Chief Executive Officer della Fca a una sua nuova dipendente. È possibile che non tutti si sentano a proprio agio nel competitivo mondo descritto così entusiasticamente da Marchionne. D’altra parte il lungo processo di ristrutturazione tecnologica e di risanamento finanziario guidato con successo dall’ex capo operativo della FCA ha lasciato sul terreno molti morti e molti feriti, né bisogna trascurare il malessere “esistenziale” che il forte incremento di produttività ha provocato nei lavoratori che hanno avuto e hanno la “fortuna” di abitare in «quel mondo eccezionale».

In ogni caso è certamente vero che il problema non sono le persone ma la loro funzione sociale; ma d’altra parte non ci si può certo scandalizzare se quella funzione genera presso non pochi individui un odio e un disprezzo tali da coinvolgere anche la sfera personale di un individuo che incarna una determinata funzione per conto della società. Il circolo è “oggettivamente” vizioso! Non si tratta di giustificare comportamenti più o meno “deplorevoli” posti in essere da chicchessia, ma di capirne le cause più significative, quelle che ci aiutano a capire in che razza di mondo siamo costretti a vivere. La società raccoglie ciò che i suoi rapporti sociali dominanti seminano sempre di nuovo.

D’altra parte la stessa maniacale cura con cui per giorni i massimi dirigenti della galassia Fiat-Agnelli hanno cercato di tenere nascosta la notizia del ricovero ospedaliero del Super Manager  e dell’inatteso aggravamento delle sue condizioni di salute, nell’evidente – e più che giustificato – timore di improvvisi sommovimenti borsistici, la dice lunga sulla distinzione tra funzione sociale e sfera personale. Certe infauste notizie si danno solo a mercati chiusi! Lo stesso finanziere dai maglioni neri quasi certamente avrebbe condiviso quell’”umanissimo” riserbo tenuto da persone dedite alla santa causa degli azionisti. Sembra però che non tutti gli investitori della Multinazionale basata a Detroit hanno apprezzato il depistaggio messo in atto dalla famiglia Agnelli-Elkann per non far scappare  precipitosamente i buoi con un po’ di malloppo in pancia. Il riserbo “umanissimo” va bene, purché non intacchi la borsa! Come sempre cinica è in primo luogo la realtà, quella che a diverso titolo e con diverse conseguenze tutti subiamo.

In ogni caso, e come si è capito, qui parliamo di Marchionne come funzionario del capitale, nell’accezione propria – direi marxiana – del concetto. Ma ritorniamo all’intervista di Fausto Bertinotti, un altro personaggio con la fissa dei maglioncini, questa volta di cachemire: la classe non è acqua…  «Quella del cachemire è una leggenda metropolitana», ha detto una volta Bertinotti; se è per questo anche il suo essere “comunista” è rubricabile come leggenda metropolitana, peraltro di pessima fattura.

Com’è noto Bertinotti è un nostalgico dei “bei” tempi che furono, quando ad esempio «Non si attaccava mai qualcuno sul piano personale. Si discuteva di ciò che le persone rappresentavano. Si discuteva del capitalista, dell’ imprenditore, del padrone. Ma non si attaccava mai la persona. Anche perché questo avrebbe significato mettere in secondo piano l’analisi sulla società, che poi era quella che ci interessava. Questo vale anche per lo slogan Agnelli, Pirelli ladri gemelli: in quel caso Agnelli e Pirelli erano dei simboli, non delle persone in carne e ossa». Come sappiamo «l’analisi sulla società» dei cosiddetti “comunisti” portava a conclusioni politiche che non avevano nulla a che vedere con una prassi autenticamente comunista, ossia anticapitalista, e lo confessa lo stesso Bertinotti, il quale mostra di apprezzare la “fase olivettiana” di Marchionne: «A mio parere Sergio Marchionne rappresenta la transizione dal capitalismo del Novecento italiano a quello della globalizzazione. Lui stesso ha avuto due diverse fasi. Ho in mente il discorso che fece all’ Unione industriale di Torino credo nel 2006. Un discorso importante, direi di impronta olivettiana». Piccola parentesi: è ormai da diversi anni che l’ex leader dei rifondatori del “comunismo italiano” consiglia ai suoi vecchi compagni di sventura di riscoprire le “culture umaniste” come il “comunitarismo” di Adriano Olivetti, e questo ovviamente alla luce del doppio fallimento del «comunismo novecentesco» (leggi: stalinismo nelle sue diverse traduzioni nazionali) e del «capitalismo finanziario globalizzato» che secondo il Nostro si sarebbe consumato soprattutto ai danni dei lavoratori.  Chiudo la parentesi e riprendo la citazione: «Marchionne spiegava che i lavoratori sono la vera ricchezza il vero valore aggiunto di un’azienda ». Fermi tutti! Ma questo lo aveva detto qualche annetto fa un tal Karl Marx, se la memoria non m’inganna. Nel suo Capitale si legge infatti che solo il lavoro vivo crea al Capitale ricchezza, cioè valore: il robot ha il disumano potere di rendere più produttiva la singola capacità lavorativa, come sanno i Marchionne di tutto il pianeta, ma non è in grado, “in sé e per sé”, di creare «valore aggiunto», ossia quel vitale plusvalore che costituisce la materia prima d’ogni specie di profitto, di rendita e così via. Sto forse alludendo alla marxiana distinzione tra «capitale costante» (robot) e «capitale variabile» (lavoratore)? Si capisce! A tal proposito rinvio a un mio vecchio post, credo buono per l’occasione: Marchionne e la bronzea legge del valore. Le ragioni del Capitale (della Fiat e di Marx).

«Marchionne ha cambiato atteggiamento», continua il simpatico Fausto, «quando ha accettato di portare l’azienda in una dimensione globale, in una dimensione post-novecentesca. Quando Fca è diventata globale è la finanza che ha finito per prevalere sul lavoro. Con quella operazione Marchionne ha fatto uscire l’azienda dalla civiltà del lavoro del secondo Novecento». Mi permetto a questo punto una piccola, quasi insignificante precisazione, giusto perché sono un inguaribile pignolo: trattasi della civiltà del lavoro salariato, ossia del lavoro dominato dal rapporto sociale capitalistico, che è appunto una relazione sociale di dominio e di sfruttamento di uomini e di risorse naturali. Solo chi non ha capito la dinamica interna del processo capitalistico del XXI secolo può poi porre in opposizione la «civiltà del lavoro» (salariato!) e le attività finanziarie d’ogni genere. Tra l’altro il processo di finanziarizzazione della Fiat rimonta assai indietro nel tempo, e già nel 1986 Cesare Romiti, allora amministratore delegato della Fiat, poteva parlare della finanza come del «nuovo vitello d’oro che pare far dimenticare tante buone, vecchie regole» (sic!), mentre solo più tardi Marchionne, dimentico di Adriano Olivetti e della «civiltà del lavoro» (salariato!), avrà la franchezza di ammettere che «l’unico misuratore di valore, stabilito dall’equilibrio tra chi compra e chi vende, è il mercato finanziario. Il resto sono cavolate». Esatto.

Cavolate politico-ideologiche come quelle che profferisce l’ex Presidente della Camera: «Capisco che il mio possa sembrare un ragionamento di altri tempi. Ma penso che la strada della globalizzazione, dell’azienda che diventa una comunità in lotta contro altre aziende-comunità, non sia ineluttabile». Bertinotti pensa dunque a un futuro fuori dalla disumana dimensione capitalistica? Ma nemmeno per idea! Stiamo parlando di Fausto Bertinotti, l’ex segretario di “Rifondazione Comunista, non di un rivoluzionario anticapitalista! Egli pensa piuttosto «a una politica in grado di pensare un diverso modello di sviluppo». E qui già sento puzza di Capitalismo di Stato, di dirigismo economico e delle altre “belle idee” tipiche del sinistrume di vecchio e di “nuovo” conio.

Bertinotti esprime al meglio (si fa per dire) il Capitalismo in salsa italiana entrato definitivamente in crisi negli anni Novanta; un Capitalismo fortemente sostenuto (“partecipato”, sovvenzionato, “consociativo”) dallo Stato e quindi intimamente intrecciato con il sistema politico italiano, sempre affamato di consensi elettorali ottenuti attraverso le più diverse forme di clientelismo (pubblico e privato), e con il sindacalismo collaborazionista, CGIL in primis. Il sindacalismo sinistrorso ce l’ha con Marchionne soprattutto perché quest’ultimo non gli ha confermato il vecchio status collaborativo, il quale confliggeva con le nuove esigenze competitive imposte dalla globalizzazione industriale e finanziaria. Mutatis mutandis, analogo discorso può farsi per il rapporto che legava Marchionne alla Confindustria, divenuta un intralcio per quel dinamismo manageriale che ha permesso al Gruppo Fiat di prendere una nuova boccata d’ossigeno a un passo dal fallimento, cosa che peraltro non l’ha messo del tutto al riparo da futuri scenari  catastrofici – e di fatti si parla già da tempo della necessità di nuove alleanze industriali e finanziarie per quel Gruppo.

Tuttavia per Bertinotti il sovranismo e il nazionalismo dei dazi e delle frontiere rappresentano «una deriva rischiosissima, una replica subalterna e nazionalistica alle difficoltà. E questo accade perché il modello del capitalismo globalizzato non è in grado di fornire le garanzie che aveva promesso. Come si esce da questo schema? Ridando al lavoro la sua centralità». Ridare centralità al lavoro (salariato!): che bella e originale pensata! Insomma, un altro modello di Capitalismo è possibile. «Per farlo occorre che la politica torni a dire la sua, non si arrenda di fronte alle ineluttabili leggi della finanza. Ma non ho molte speranze». Che dispiacere!

Purtroppo anche le speranze di chi scrive (le quali, sia detto chiaramente a scanso di antipatici equivoci, si oppongono nel modo più assoluto a quelle bertinottiane) sono ridotte al lumicino, tanto più che le «ineluttabili leggi» del Capitale (come esso si dà necessariamente nella Società-Mondo del XXI secolo) sembrano diventare più forti e stringenti ogni giorno che passa. Il problema, per quanto mi riguarda, non è che le classi subalterne «dimenticano i propri sogni nel cassetto»: il problema è che i subalterni sembrano non avere più sogni di emancipazione da «stringere in pugno».

 

Un pensiero su “SERGIO MARCHIONNE COME PERSONA E COME FUNZIONARIO DEL CAPITALE

  1. Rimanendo sul terreno rigorosamente ultrareazionario (Vedi Fausto Bertinotti), ossia della conservazione sociale (non importa se orientata in senso statalista, sovranista, liberista, europeista, ecc.), si segnala per intelligenza analitica l’articolo di Giuliano Ferrara che è possibile leggere cliccando il link che segue:
    http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/ldquo-scandaloso-isolamento-rdquo-marchionne-ndash-ferrara-bastona-179435.htm

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