SUL NICARAGUA

¡Qué se vayan!

Dichiarava la scrittrice Gioconda Belli appena un anno fa: «Cos’è successo a Daniel Ortega? Perché è cambiato così? Confesso che mi vergogno un po’ a rispondere. Chi, come me, ha fatto parte di quella massa coraggiosa che il 19 luglio 1979 ha rovesciato la dittatura di Somoza, conosceva già le follie e i capricci di Ortega, anche se evitava di parlarne. […] Per vincere il presidente Ortega sembra disposto a mettere a ferro e fuoco il paese, come fece Somoza nel 1979. Il rivoluzionario si è trasformato nel suo opposto» (1). Diciamo che il processo sociale si è come sempre incaricato di ristabilire i termini reali delle vicende sociali e individuali. Ma per avvantaggiarsi dei risultati offerti alla coscienza critica da quel processo, occorre avere, per così dire, gli occhi giusti. Insomma, parlare degli eventi che scuotono la società nicaraguense nei termini dell’ennesima rivoluzione tradita non mi sembra politicamente appropriato, quantomeno se non si vuol sconnettere il giudizio politico da una puntuale analisi storico-sociale. Analisi che oggi, complice la calura estiva, ho deciso di risparmiare ai lettori.

In generale è bene che il “rivoluzionario” non pretenda dai movimenti politici e sociali che osserva o di cui fa parte il raggiungimento di obiettivi che essi non sono in grado di cogliere in grazia della loro intima natura politica e sociale; se devo essere sincero, penso che il “materialismo storico” marxiano dia ancora un non trascurabile aiuto a districarsi nella complessità sociale, così che quanto meno non si perda tempo dietro false quanto comprensibili speranze. Questo suggerimento vale soprattutto per chi vive in Occidente, un’area del pianeta particolarmente affamata di eventi rivoluzionari che da tempo essa non è più in grado di generare, una triste condizione che induce il “rivoluzionario” a vedere altrove le “rivoluzioni” che egli non può sperimentare a casa.

Certo è, che chi aveva visto nell’esperienza sandinista l’ennesima «nuova e originale via per il Socialismo» oggi si trova in un qualche imbarazzo dinanzi al dipanarsi della crisi sociale e politica in Nicaragua (2); d’altra parte, chi non conserva neanche un grammo di spirito critico può tranquillamente affettare pose rigorosamente “antimperialiste” mentre sostiene un regime ultrareazionario quale indubbiamente è quello di Daniel Ortega, rieletto Presidente nel 2006, dopo tre lustri di opposizione, anche grazie a qualche “espediente” di tipo parlamentare. In realtà Ortega si avvantaggiò nel 2006 dei disastri economici e sociali (carestie, accresciuto impoverimento, corruzione dilagante, ecc.) provocati dai precedenti governi “liberali”, e a quel punto fare peggio di quei governi appariva un’impresa impossibile perfino agli occhi del FMI e degli stessi Stati Uniti. E infatti Daniel Ortega fece meglio.  L’Economist ha scritto che dal 2006 il Presidente del Nicaragua «ha governato unendo retorica di sinistra e decisioni di destra, lasciando che il settore privato e la Chiesa cattolica agissero liberamente ed evitando diatribe con gli Stati Uniti». Esatto!

Sempre a proposito di Ortega, Frances Robles ha scritto sul New York Times del 26 aprile che «secondo molti nicaraguensi, il rivoluzionario sta subendo una rivoluzione». Ora, io non so se in Nicaragua sia in corso l’ennesima “rivoluzione” mandata in onda dal processo sociale a mia insaputa; diciamo che nutro qualche dubbio a tal proposito. Ciò di cui però sono certissimo, è che l’attuale Presidente del Nicaragua non è un rivoluzionario, di nessun genere. Se mai lo è stato, rivoluzionario (beninteso in senso nazionale-borghese), si tratta di un passato ormai molto lontano, lontanissimo, risalente al suo periodo guerrigliero e insurrezionale. Né tanto meno egli è mai stato un marxista, né ortodosso né eterodosso (con “caratteristiche latinoamericane”), come invece sostiene, ad esempio, López Oliva: «Durante gli ultimi undici anni Ortega ha cooptato tutti i poteri del governo, mettendo le radici di un potere personale e famigliare. Insomma è ben lontano dal leader rivoluzionario marxista sandinista che aveva il sostegno dei lavoratori, dei movimenti sociali progressisti e intellettuali» (Il Manifesto). D’altra parte, soprattutto in America Latina basta davvero assai poco per accreditarsi agli occhi dell’opinione pubblica e degli intellettuali progressisti come un “marxista” duro e puro. E allora diciamo pure che il “marxismo” è bello perché è vario – più spesso avariato, e quindi faccio tranquillamente a meno di definire “marxista” la mia posizione.

Agli inizi degli anni Ottanta ho partecipato al movimento di solidarietà con la lotta del popolo nicaraguense, allora protagonista di un processo sociale, politicamente egemonizzato dai sandinisti, che sebbene non sconfinasse di un solo millimetro dalla dimensione nazionale-borghese, per un verso poteva portare acqua al mulino della più generale lotta di classe delle masse diseredate dell’America Latina, oppresse e brutalmente sfruttate da borghesie nazionali legate a doppio e triplo filo all’imperialismo statunitense, che da sempre ha considerato quell’area geopolitica alla stregua del suo cortile di casa; e per altro verso poteva indebolire appunto l’imperialismo a stelle e strisce, che allora era di gran lunga l’imperialismo più forte del mondo, con ciò che avrebbe potuto seguirne (auspicabilmente!) di positivo per le classi subalterne su scala nazionale (cioè negli Stati Uniti) e internazionale. Inutile dire che nulla di tutto questo si è verificato.

La mia solidarietà dunque non andava al movimento sandinista (3), espressione di una parte della borghesia nazionale tutt’altro che radicale, al netto della solita fraseologia “antimperialista” (leggi: antiamericana) e “socialisteggiante” che sempre accompagna quel genere di movimenti politici. Tra l’altro, com’è tipico di tutti i soggetti “rivoluzionari” latinoamericani, fin dall’inizio il sandinismo si caratterizzò per un nazionalismo molto angusto, tutto “Patria o muerte!”. «Sarà la marea che sale dalle periferie immense e miserabili, sarà la collera di coloro che non hanno nulla da perdere, a vibrare il colpo decisivo all’oligarchia al potere. Per ben due volte tuttavia la guerriglia sandinista lascerà tragicamente soli i proletari insorti: nel ’78, presa alla sprovvista dal brusco soprassalto delle bidonvilles, si tura indietro, spaventato a tal punto dallo spettro della vittoria da ritirarsi addirittura sulle montagne; nel ’79, utilizzando gli insorti come carne da cannone, si attesterà alle loro spalle, lasciando campo libero alla Guardia Nazionale. Consentirà così che il massacro si compia ancora una volta per mano delle forze reazionarie, e marcerà poi, a normalizzazione avvenuta, sulla capitale insanguinata. Il suo primo provvedimento sarà quello di disarmare i nuclei proletari superstiti; il secondo, quello di negare loro ogni diritto di sciopero e di organizzazione indipendente» (Combat, 31 agosto 1984). Della serie: storia (il sandinismo reale) e leggenda (il sandinismo ideale glorificato anche dagli “antimperialisti” made in Italy).

Fin dall’inizio il regime sandinista offrì agli Stati Uniti ampie garanzie circa il suo rispetto degli equilibri geopolitici della regione, promesse che in ogni caso non impedirono agli americani di sostenere finanziariamente e militarmente i gruppi armati somozisti (i Contras), perché fidarsi è bene, non fidarsi… Lungi dal radicalizzare la ribellione antisomozista in vista di un profondo cambiamento negli equilibri sociali del Nicaragua, pur rimanendo dentro un quadro nazionale-borghese, il Fronte Sandinista ha piuttosto svolto un ruolo di moderazione e di “riconciliazione nazionale”, e ciò, come si è detto, si è manifestato soprattutto con il rapido disarmo delle masse proletarie e contadine protagoniste a partire dal 1978 della lotta al regime sanguinario di Somoza, e con l’implementazione di una blanda riforma agraria che non ha per l’essenziale rivoluzionato la vecchia struttura agricola del Paese (4).

In Nicaragua non è dunque entrato in crisi un modello più o meno autoritario/originale di Socialismo (peraltro sostenuto fino all’altro ieri dalla Chiesa cattolica (5) e dal padronato), ma un regime politico-sociale ultrareazionario che non riesce più a gestire i processi sociali innescati da una pur moderata modernizzazione capitalistica (supportata anche da prestiti internazionali) che oggi presenta un conto assai salato alle classi subalterne di quel piccolo Paese. Il padronato e il governo hanno fatto pesare le proprie difficoltà economiche (calo dei prezzi dei prodotti agricoli, crisi economica venezuelana) sui proletari e in generale sulla popolazione più povera e meno tutelata dall’assistenzialismo clientelare del regime.

Non dobbiamo dimenticare che le proteste sono cominciate ad aprile avendo di mira la riforma pensionistica “caldamente raccomandata” dal Fondo Monetario Internazionale e prontamente recepita dal governo di Daniel Ortega il 17 aprile: allora si contarono da parte dei manifestanti circa 30 morti e numerosi feriti. A fine giugno il bilancio provvisorio è salito a 212 morti, 1337 feriti e 507 fermi arbitrari. Come accade nella Venezuela chávista, anche nel Nicaragua sandinista sono molto attive le squadracce paramilitari; del resto si tratta di un “classico” nella repressione con caratteristiche latinoamericane. All’inizio la repressione si è abbattuta soprattutto sugli studenti, che sono stati tra i primi a scendere in strada sfidando l’apparato poliziesco formale e “informale” del regime. Gli studenti hanno aperto la strada alla protesta degli strati sociali che in questi anni non solo non si sono avvantaggiati dello sviluppo economico (relativo e molto contraddittorio) che il Paese ha indubbiamente conosciuto, ma sono precipitati in una condizione ancora più nera che in passato. È alla fine esplosa la rabbia di proletari, contadini poveri, piccoli imprenditori impoveriti, ecc. Solo a quel punto la Chiesa cattolica e il Consiglio Superiore del Settore Privato (che inquadra le organizzazioni padronali) si sono dissociati dalla linea politica repressiva adottata dal Presidente Ortega – felicemente “coadiuvato” dalla moglie/vicepresidente Rosario Murillo: il caudillo latinoamericano, di “destra” o di “sinistra” che sia, ha sempre in testa il sogno di fondare una propria dinastia familiare (6). Sulla riforma pensionistica Ortega è stato costretto a fare retromarcia, aspettando probabilmente momenti più propizi.

Leggo da qualche parte: «Basi alla Russia e investimenti cinesi. Così il Nicaragua sfida gli Stati Uniti». Bella sfida, non c’è che dire. In altri termini, il Nicaragua cerca di allentare la morsa imperialistica degli Stati Uniti avvicinandosi politicamente ed economicamente ai Paesi che competono con gli americani sul terreno della lotta globale per la spartizione del mondo: dalla padella alla brace. Senza contare il petrolio comprato a “prezzi politici” dal Venezuela, che dai tempi di Chávez ha cercato di ampliare la propria sfera di influenza geopolitica servendosi appunto dei proventi garantiti (fino a un certo punto!) dalla rendita petrolifera. Scrive C. F. Chamorro: «Chávez ha avuto un ruolo determinante nel momento in cui ha iniziato a fornirgli 500 milioni di dollari all’anno. I 4 miliardi di dollari che ha dato a Ortega gli hanno permesso di disporre di un secondo bilancio con cui ha comprato il consenso del popolo e degli imprenditori» (Il Foglio, 25 aprile 2018). Il clientelismo petrolifero con caratteristiche cháviste esportato in Nicaragua: il “Socialismo del XXI secolo” ha davvero un radioso futuro… alle sue spalle!

Che paura!

Come ho sostenuto altre volte, il sovranismo “antimperialista” non è che una ridicola menzogna: soprattutto per i Paesi economicamente e politicamente più deboli l’alternativa non si pone nei termini di servitù/libertà, ma piuttosto come “scelta” del Paese cui è meglio affidare la propria sicurezza economica e politica. Lo abbiamo visto a Cuba (7), che presto si affidò alla “protezione” dell’imperialismo sovietico (perdurando la politica aggressiva statunitense nei confronti di una Cuba non ancora convertita al “Socialismo”: chi troppo vuole…), e che entrò in crisi proprio quando il “fraterno sostegno” assicurato per un trentennio dall’Unione Sovietica venne meno. Ovviamente la penetrazione economica e militare della Russia e della Cina (8) in Americana Latina non può non suscitare le più “vive preoccupazioni” da parte di Washington, e infatti l’Amministrazione Trump ha drasticamente tagliato gli aiuti finanziari al Nicaragua (portandoli da 10 milioni di dollari l’anno a soli 200.000) minacciandolo con sanzioni ai suoi danni nel caso continuasse a sostenere il Venezuela di Maduro. Le attività degli Stati Uniti intese a destabilizzare regimi ritenuti pericolosi o inaffidabili sono evidenti; ma non è certo ricorrendo, come ovviamente fa il Presidente del Nicaragua (subito amplificato da Cuba e dal Venezuela), al tradizionale cliché patriottico e antiamericano («Ci sono gruppi legati a Washington che cercano di attuare piani criminali per distruggere l’immagine del Nicaragua») che possiamo spiegare le cause reali e profonde della crisi sociale e politica di quel Paese.

«Il capo dello stato ha per lo più sostenuto un discorso in cui si associano le istanze studentesche alle cause per le quali i primi sandinisti lottarono, che negli ultimi tempi erano state lasciate alla manipolazione propagandistica o in parte abbandonate. La memoria storica della rivoluzione è infatti meno tutelata di quanto si possa credere in nome della pace sociale ma ciononostante i giovani stanno dimostrando di custodire questa memoria storica più di quanto si potesse immaginare, per le pratiche messe in atto e il riconoscimento di un filo conduttore tra le loro lotte e quelle dei loro genitori e nonni» (Infoaut). Scrive Bianca Segovia (che si definisce «internazionalista»): «Ci si trova spesso in una posizione scomoda a criticare governi che si autoproclamano socialisti, rivoluzionari, apertamente di sinistra come nella vecchia Europa non esistono più. Ho imparato a conoscere lo spirito indomito, ribelle e rivoluzionario che si porta dentro la maggioranza delle persone che ha vissuto una travagliata storia recente come quella dell’ultima rivoluzione del ‘900, quella nicaraguense. Anche qui in Italia, separata da un oceano e da vari chilometri di terra, sento l’esigenza di prendere posizione: non si può avere paura di schierarsi contro l’autoritarismo, il familismo, il militarismo e l’affarismo di un governo che di sandinista ha mantenuto solo un nome come fosse un logo, distanziandosi anni luce dal sandinismo storico e dalle sue origini» (Comune-info.net). Il ritorno all’”autentico” sandinismo, al sandinismo delle origini è dunque una tragica illusione che ancora oggi è diffusa in molti ambienti popolari e politici del Nicaragua. Purtroppo le illusioni d’ogni tipo sono le ultime a morire, e la loro dipartita spesso reclama un odioso tributo di sangue. D’altra parte come dimostra la storia lontana e recente, il bagno di sangue non è di per sé la strada maestra che porta alla coscienza, tutt’altro. La coazione a ripetere di illusioni ed errori spesso si nutre di sofferenze e massacri, quasi che i subalterni non fossero in grado di imparare dalle sconfitte.

Per Leonardo Boff, già teorico della “teologia della liberazione”, il governo di Ortega «sta imitando le pratiche dell’antico dittatore [Somoza]. Il potere esiste non per imporsi sul popolo, ma per servirlo in giustizia e pace. [Dalla Teologia della Liberazione a Servire il Popolo?] Il Nicaragua ha bisogno di dialogo, ma soprattutto ha bisogno che le forze repressive la smettano di uccidere, specialmente i giovani. Tutto questo è inaccettabile. Il Nicaragua ha bisogno di pace, e ancora di pace» (Agensir.it). Mi permetto di correggere l’ingenuo teologo: le classi subalterne del Nicaragua hanno bisogna soprattutto di forza, di coraggio e di “coscienza di classe” già semplicemente per strappare al Capitale e allo Stato che ne difende gli interessi migliori condizioni di vita e di lavoro. Ma di questo avrebbero bisogno come e più del pane i subalterni di tutto il pianeta! Anche in vista della tanto agognata Liberazione, si capisce! Il dialogo nazionale e il pacifismo predicato oggi in Nicaragua da “tutti gli uomini di buona volontà” hanno il solo obiettivo di perpetuare la collaborazione interclassista che disarma politicamente gli sfruttati e gli oppressi, rendendoli facili vittime della demagogia populista (di “sinistra” e di “destra”, sandinista e antisandinista) e della repressione governativa.

(1) Cit. tratta da Dossier CDS Nicaragua 2017, p. 46.
(2) Imbarazzo che è chiaramente visibile nelle parole di Raúl Zibechi: «“Che fare per non diventare fascista anche quando (soprattutto quando) uno crede di essere un militante rivoluzionario?”. La frase di Michel Foucault descrive alla perfezione il processo che vive il Nicaragua. Il governo di Daniel Ortega e Rosario Murillo ha decretato una riforma della previdenza sociale che, tra le altre cose, impone una riduzione del 5 per cento delle pensioni per raddrizzare i conti dell’Istituto Nicaraguense della Previdenza Sociale (INSS), seguendo il suggerimento del FMI. La situazione economica si è deteriorata a seguito della crisi venezuelana, ma i danni li pagheranno quelli in basso. […] La coppia Ortega-Murillo ha commesso dei crimini, senza che la sinistra egemone abbia detto una sola parola, perché per loro tutto consiste nel detenere il potere, a qualsiasi prezzo. […] La terza questione che illumina la crisi nicaraguense, è che mette a nudo la povertà etica e politica delle sinistre. Più che povertà, decomposizione di ogni regola. Ci sono ancora “intellettuali” (“mercenari”, come dice un veterano militante comunista) che continuano a menzionare l’intervento dell’imperialismo in Nicaragua per giustificare i crimini. Non ho il minimo dubbio che gli Stati Uniti incoraggino i giovani nica a rovesciare Ortega. Ma questo non ha la minima importanza, perché non stiamo giocando agli scacchi geopolitici ma difendendo la vita dei popoli, quella vita che il governo di Managua si impegna a distruggere. La quarta questione è che dobbiamo lavorare arduamente per rompere con un dilemma di ferro: la politica come guerra, anche se con altri mezzi, come disse Clausewitz e celebrò Lenin. La guerra consiste nella sconfitta e nell’annichilimento del nemico, con o senza armi. Credo che dobbiamo difenderci dai nemici, anche con le armi. Ma fondare la politica sulla guerra (con strategie, tattiche e con arti militari) è una strada che porta la lotta per l’emancipazione verso un insondabile abisso. Ci siamo formati in questa tradizione, ma è ora di ripensarla» (Infoaut). Ma il problema fondamentale, a mio avviso, ruota intorno alla natura politica e sociale della “guerra di classe”: che cosa hanno a che fare il sandinismo, il castrismo, il chavismo con la lotta di emancipazione degli individui? Assolutamente nulla: essi, come ogni altro movimento – o partito – politico ultrareazionario presente a ogni latitudine del pianeta rappresentano da sempre il problema, non la sua soluzione. E qui ritorniamo alla questione, tutt’altro che dottrinaria, circa la natura storico-sociale delle rivoluzioni che si sono succedute in America Latina nel Secondo dopoguerra. Qui mi limito a rinviare ad alcuni scritti su Cuba e sul Venezuela: Riflessioni sulla rivoluzione cubana; Fidel Castro; Ricordando el Patriota di Caracas; Sulla crisi sociale che scuote il Venezuela.
(3) Dal programma del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale pubblicato da Lotta Continua del 22 settembre 1978:

1) Esproprio delle ricchezze della famiglia Somoza, che si dice ammontino al 40% della ricchezza nazionale. 2) Abolizione della Guardia Nazionale di Somoza e la sua sostituzione con un «esercito patriottico nazionale ». 3) Riforma agraria e un generale miglioramento delle condizioni di vita della plebe urbana e delle masse contadine. 4) Lotta all’analfabetismo, che attualmente colpisce il 75% della popolazione. 5) Instaurazione delle libertà democratiche e sindacali e dei diritti civili per tutti. 6) Tutela della sovranità e indipendenza nazionale nei confronti degli Stati Uniti e delle altre potenze straniere.

Si tratta, come si vede, di un programma tipico di quella rivoluzione democratica, agraria e “antimperialista”, cioè nazionale-borghese, che la cosiddetta “estrema sinistra” latinoamericana vedeva come unico possibile programma rivoluzionario di “chiara impronta socialista”.
(4) «Il Nicaragua è uno tra i paesi più poveri dell’America centrale dopo Haiti, caratterizzato dalla più disuguale distribuzione del reddito pro capite nel mondo. In generale il contrasto fra i pochissimi ricchi e i moltissimi poveri è molto evidente in tutto il paese. L’economia è da sempre principalmente agricola, ma negli ultimi anni la globalizzazione ha stimolato lo sviluppo industriale; il paese però continua a dipendere dagli aiuti internazionali, dalle rimesse degli emigrati e dagli investimenti stranieri diretti, provenienti soprattutto da Stati Uniti e Asia. Questo, ovviamente, ha delle importanti ricadute sulla politica economica. La Banca Centrale del Nicaragua (BCN) stima la crescita per il 2017 tra il 4.5% e il 5.0%. Si tratta, tuttavia, di un concetto di crescita monetaria che non tiene in conto la qualità di vita della popolazione. Ad esempio, nel 2014, attraverso lo Studio Nazionale di Misurazione del Livello di Vita e l’appoggio del Banco Mondiale, è stata ufficializzata la diminuzione del livello di povertà del Paese, rivelando che la povertà generale (consumo inferiore a 1.81$ al giorno) è passata dal 42.5% del 2009 al 29.6% nel 2014, mentre la povertà estrema (consumo inferiore a 1.11$ al giorno) si è ridotta dal 14.6% all’8.3%. La BCN stima una crescita del livello di occupazione del 10% annuale, definendo come occupazione il tasso di persone iscritte al registro dell’Istituto Nazionale di Sicurezza Sociale, in poche parole, solo quel 22% circa di popolazione in età lavorativa con contratto regolare. Si stima, inoltre, che il 75% dei lavoratori nicaraguensi è impiegato in attività economiche informali (ben evidente dal numero di venditori ambulanti e piccole attività casalinghe) e che, all’includere questi ultimi, il tasso di occupazione reale sarebbe di circa 69.7%, mentre la sottoccupazione (cioè quando i redditi da lavoro non consentono di soddisfare i bisogni primari) sarebbe intorno al 55% e in costante aumento (fonti: El Nuevo Diario, La Prensa e BCN). Basti pensare che il costo stimato del paniere basico mensile è circa quattro volte maggiore al valore dello stipendio minimo legale. Si diffondono in questo clima le proposte di un lavoro instabile e sottopagato, con condizioni salariali e contrattuali inumane: è il modello delle maquilas (fabbriche di assemblaggio, soprattutto tessili) che nascono nelle zone franche dell’area metropolitana intorno alla capitale. Queste sono zone industriali, appositamente istituite per attirare investimenti stranieri (generalmente statunitensi ma sempre più anche asiatici), sottoposte quindi a trattamenti fiscali privilegiati ma anche esenti dalla legislatura nazionale, con minori controlli sul rispetto delle norme a tutela delle condizioni del lavoro. Basso salario, orari pesanti e norme rigide si aggiungono alle precarie condizioni sociali in cui si trovano lavoratori e lavoratrici (bassa scolarizzazione, difficile accesso ai servizi sanitari, divieto di utilizzo di cellulari e fotocamere, abusi fisici e psicologici di varia natura etc.). Interessante sottolineare come Stati Uniti e Messico siano state nel 2016 le principali destinazioni d’esportazione (ca. 88% del totale), campanello d’allarme della crescente relazione di sfruttamento della manodopera a basso costo nicaraguense a fini esportativi, a discapito dello sviluppo economico interno. […] Il Nicaragua rimane comunque un Paese prevalentemente agricolo; l’agricoltura rappresenta il 60% delle esportazioni totali, soprattutto basata sulle esportazioni di colture da reddito, come banane, caffè, canna da zucchero e rum. Anche l’allevamento e in parte la pesca (sulla costa Atlantica in particolare) sono di un certo peso. Dagli anni ‘80 la produzione del cotone, uno dei principali prodotti d’esportazione in era somozista, si è ridotta drasticamente a causa del forte impoverimento dei terreni e dalla siccità causati da questa monocoltura intensiva. La generale mancanza di investimenti ha lasciato una produttività molto bassa: la maggior parte della popolazione rurale si basa sulla coltivazione di auto sussistenza non lasciando nulla per il mercato» (Dossier CDS Nicaragua 2017).
(5) Anche grazie a provvedimenti sui “temi eticamente sensibili” come quello sull’aborto del 2008, quando il parlamento approvò una legge che vieta l’aborto anche per motivi terapeutici. «In un rapporto diffuso il 27 luglio a Città del Messico, Amnesty International ha reso noto che il divieto assoluto di abortire, in vigore dal luglio 2008 in Nicaragua, mette in pericolo la vita delle donne e delle ragazze, negando loro trattamenti salvavita, impedendo agli operatori sanitari di fornire cure mediche efficaci e contribuendo all’aumento della mortalità materna in tutto il paese. Secondo i dati ufficiali, quest’anno 33 donne e ragazze sono morte durante la gravidanza, rispetto alle 20 dello stesso periodo del 2008. Amnesty International ritiene che queste cifre siano inferiori alla realtà, poiché lo stesso governo ha riconosciuto che i numeri sulla mortalità materna sono sottostimati. Il nuovo codice penale del Nicaragua prevede pene detentive per le donne e le ragazze che cercano di abortire e per gli operatori sanitari che forniscono servizi associati all’aborto» (Amnesty International ).
(6) Scrive Bianca Segovia: «La figura della prima dama è stata centrale nell’instaurarsi dell’Orteguismo. Rosario Murillo, la moglie di Daniel, anch’essa nelle fila del FSLN fin dagli anni della lotta armata contro Somoza, recentemente ha giocato un ruolo decisivo, seppur non ufficiale, nel partito FSLN con un’ascesa verticale e dirigenziale al di fuori di qualsiasi traiettoria politica classica. Un partito trasformato in un piccolo feudo famigliare in cui non si ammette nessuna posizione che non si rispecchi nella linea della coppia presidenziale: non sono ammesse correnti interne né personalità con un pensiero critico e indipendente. La pulizia dentro al partito era già compiuta, la strada spianata, il controllo dei media ufficiali è stato consegnato ai figli della coppia. Un familismo e nepotismo per antonomasia. Comandanti storici e storiche si sono via a via sganciati/e e allontanati/e, menti brillanti e critiche purgate perché pericolose. Anche questa una storia già vista» (Comune-info.net).
(7) Scrive Gaetano De Pinto a proposito della “rivoluzione anticomunista” che si annuncia a Cuba: «C’era una volta il comunismo rivoluzionario, c’erano i “barbudos” dai sigari consumati e riaccesi più volte, c’era Che Guevara, il cui mito offuscava i progetti di suo pugno dei campi di concentramento per i gay, le Umap. C’era una volta Cuba, e l’unica cosa che non c’era era la proprietà privata, come si usava nei paesi del socialismo reale». Il Capitalismo di Stato, nella fattispecie realizzato non proprio a regola d’arte, gabellato come «comunismo» e come «socialismo reale»: un classico della cretineria degli statalisti sinistrorsi e degli antistalinisti di stampo liberale. Ma riprendo la citazione: «Con oggi le cose sono però cambiate anche nell’isola dei Castro, dove il parlamento ha ieri approvato la riforma della Costituzione con tanto di abolizione del termine “comunismo”, di reintroduzione della proprietà privata e degli investimenti esteri, e di via libera ai matrimoni gay. Il lavoro della commissione, presieduta prima dall’ex presidente Raúl Castro e poi da Miguel Diaz Canel, ha prodotto un testo di 224 articoli in cui sparisce il proposito di arrivare a una società comunista quale fine ultimo della rivoluzione castrista, ovvero è stato riformato ed in parte cassato quell’articolo 5 della Costituzione del 1976 in cui si leggeva che “Il Partito Comunista di Cuba, martiano e marxista-leninista, avanguardia organizzata della nazione cubana, è la forza dirigente superiore della Società e dello Stato, che organizza e orienta gli sforzi comuni verso i fini più alti della costruzione del socialismo e l’avanzata verso la società comunista”. Un cambiamento storico che passa fra le mille contraddizioni che colorano la società civile e politica cubana, se si pensa che ancora oggi l’unico partito legale è il PCC, Il Partito Comunista Cubano» (Notizie Geopolitiche). Non so se ridere o sghignazzare! Nell’incertezza rimando i lettori ai miei post su Cuba.
(8) «Protestano i nicaraguensi durante l’inaugurazione dei lavori del megaprogetto per la costruzione de canale che attraversando l’intero paese congiungerà l’Atlantico al Pacifico. “Nicaragua non diventerà una cinalandia”, gridano a Rivas, un centinaio di chilometri a sud di Managua, dove l’opera, finanziata evidentemente dai cinesi, sta per cominciare. Per diverse ore, la vigilia di natale, il flusso di veicoli sulla Panamericana, arteria che collega il Nicaragua al Costarica è stato bloccato da centinaia di appartenenti al Consiglio locale per la difesa alla terra. “Siamo qui perché non vogliamo il canale”, ha spiegato alla stampa il dirigente del Consiglio, Henry Ruiz. Proteste che chiaramente non hanno impedito al Governo nicaraguense di tagliare il nastro per un progetto del valore di 50 milioni di dollari che dovrebbe mobilitare il 5% del commercio internazionale. Con una cerimonia simbolica sulle rive dell’oceano pacifico il governo del Nicaragua e la company cinese HKND, con sede a Hong Kong e concessionaria del progetto, hanno dato il loro via. Solo che per motivi sconosciuti – riporta l’agenzia Univision – all’evento, iniziato con cinque ore di ritardo, la stampa non ha avuto accesso. Ma non proprio tutta. Gli abitanti del dipartimento di Rivas saranno i primi a vedersi espropriare le terre, in alcune zone che si incrociano con la traccia del canale saranno costretti ad andarsene. Sgombri ed espropriazioni rientrano nella concessione sottoscritta tra Nicaragua e la cinese HKND group. In cambio gli espropriati e sgomberati riceveranno solo il valore catastale dei loro beni confiscati. Proteste si sono verificate anche in località El Tule e Nueva Guinea, al di là del Grande Lago Nicaragua, dove i contadini si esercitano in azioni sporadiche, ma che durano ormai da giorni, con il blocco delle vie principali, e ci sono tutti gli ingredienti perché la protesta si allarghi» (Infoaut).

4 pensieri su “SUL NICARAGUA

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