IL CAPORALATO È AL SERVIZIO DEL CAPITALE

Abbiamo camminato per diecimila
chilometri per ritrovarci in questo inferno.

La guerra del pomodoro. Ma anche delle arance, dell’uva, delle olive, delle fragole..

Denunciava a giugno di quest’anno G. Mininni, sindacalista della Flai Cgil: «Quando parte la campagna del pomodoro è una guerra nelle campagne». La stessa cosa vale anche per la campagna dell’uva, delle arance, delle olive, delle fragole ecc. Una guerra giusta per ogni stagione che il buon Dio manda su questa capitalistica terra. Una guerra in piena regola, beninteso, con tanto di morti e di feriti, come apprendiamo peraltro quasi ogni giorno dalle notizie di cronaca. Un tempo li chiamavano “incidenti stradali” ma oggi tutti hanno capito che si tratta a tutti gli effetti di incidenti sul lavoro. Un tributo di sangue che gli sfruttati pagano al Capitale: evidentemente sudore e plusvalore non sono sufficienti a saziare il Moloch. A giugno il ministro dell’Interno Matteo Salvini e il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali Gian Marco Centinaio criticarono la Legge 199 del 2016 sul contrasto ai fenomeni del lavoro nero e del caporalato perché secondo loro essa avrebbe «complicato la vita agli agricoltori onesti». Forse i due leghisti intendevano dire che in fondo il modello italiano di sfruttamento  del lavoro nel settore agroalimentare sta andando benissimo, e dunque perché diminuirne l’operatività? A pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, diceva uno che di politica se ne intendeva bene. «Intanto, nelle campagne tutto sembra continuare come se non ci fosse la 199» (G. Mininni, Articolo 21, giugno 2018).

La pacchia deve finire!

Alcuni dati, per capire di cosa parliamo. Il valore complessivo prodotto (coltivazioni, allevamenti, servizi, attività secondarie) dalle aziende agricole italiane è pari a circa 53 miliardi (Francia 70, Germania 51). La produzione alimentare italiana complessivamente considerata vale circa 190 miliardi (industria di trasformazione: 137 miliardi, comparto primario: 53 miliardi). L’export alimentare vale circa 41 miliardi (settore industriale: 32,5 miliardi, settore primario: 8,5 miliardi). Tra regolari e irregolari, sono circa 900.000 i lavoratori stranieri sfruttati nelle campagne italiane. Secondo il rapporto annuale dell’ispettorato nazionale del lavoro del 2017 il 50% dei braccianti agricoli in Italia lavora in nero.

«La seconda parte del lavoro consiste nel caricare i cassoni di pomodori sapendo che un cassone vuoto pesa circa 70 chili e pieno raggiunge circa 450 chili. […] La paga di un lavoratore è calcolata a cassone, cioè a cottimo: il caporale paga il lavoratore 3 euro e 50 per ogni cassone. È ovvio che il lavoratore per incrementare il suo guadagno dovrebbe lavorare il più possibile. Il numero medio di cassoni riempiti da un singolo lavoratore è stimato a circa sette, quindi un lavoratore guadagna in media 24,50 euro, a cui bisogna sottrarre i cinque euro di trasporto, i tre euro e cinquanta del panino che il caporale costringe a pagare» (Y. Sagnet, Sulla pelle viva, 2012). «”Lavoriamo dalle 6 del mattino alle 6 della sera, tutti i giorni della settimana, per 25euro al giorno. Possiamo fermarci solo 10 minuti per mangiare” (un lavoratore del Mali). “Ci trattano come bestie. Controllano quante volte andiamo al bagno e ci dicono di tornare subito al lavoro. Se ti rifiuti di lavorare la domenica ti minacciano di non chiamarti più” (una lavoratrice italiana in Campania). “Nella mia busta paga il salario dichiarato era di 46euro al giorno. Ma io non ho mai visto quei soldi. Me ne davano solo 28al giorno” (Una lavoratrice italiana in Campania)» (Sfruttati. Povertà e disuguaglianza nelle filiere agricole in Italia, Terra!, giugno 2018).

Scrive Giulia di Fiore: «Ad accompagnare orari di lavoro massacranti e mal pagati è dunque spesso la condizione alloggiativa assolutamente precaria ed insalubre. In migliaia vivono in strutture fatiscenti ove vigono drammatiche condizioni igienico sanitarie: il 65% degli immigrati intervistati da MSF vive in strutture abbandonate, il 53% dorme per terra sopra un cartone o un materasso che nel 21% dei casi deve condividere con un’altra persona. In queste strutture più del 60% delle persone non dispone dei servizi igienici, mancano l’acqua corrente, l’elettricità ed il riscaldamento» (Lo sfruttamento lavorativo nel settore agroalimentare, p. 29, Tesi di laurea, 2013). Ministro Salvini, ma esattamente la pacchia per chi deve finire?

Working poors. Dal Veneto alla Sicilia

«Come è stato rilevato dal Laboratorio di Ricerca sull’Immigrazione e le Trasformazioni Sociali dell’Università Ca’ Foscari e dall’Istituto Nazionale di Economia Agraria, si segnala come l’allungamento della giornata lavorativa non riguardi solo i lavoratori sprovvisti di contratto di lavoro e si verifichi anche nelle regioni del Nord dove, rispetto al “modello Rosarno” basato su un’agricoltura con scarsi investimenti nelle innovazioni tecnologiche che vive dello sfruttamento dell’”esercito di riserva di lavoro clandestino e semiclandestino”, maggiore è l’investimento in tecnologie labour saving.  La diffusione di bassi livelli retributivi costituisce uno degli elementi fondamentali del grave sfruttamento lavorativo e una tra le violazioni più frequenti che si riscontrano in agricoltura. Fra le forme di retribuzione tristemente diffuse vi sono la paga a giornata e quella a cottimo, entrambe modalità correlate a fenomeni di grave sfruttamento lavorativo, così come va espandendosi l’utilizzo del “lavoro occasionale accessorio” specialmente in alcune regione del Nord come il Veneto e l’Emilia Romagna. Secondo quanto rilevato dal report Facilitating Corporate Social Responsibility in the field of Human Trafficking. Mapping the sector. Italy, bassi salari ed impiego discontinuo portano alla formazione di uno strato di working poors che percepisce 300‐350 euro al mese, un salario che rischia di essere ancora inferiore quando il lavoratore deve pagare il trasporto al campo all’imprenditore o al caporale. Così siamo a conoscenza dei dettagli raccapriccianti del fenomeno del caporalato: sappiamo che nei campi si lavora in nero (poiché anche fra gli immigrati con regolare permesso di soggiorno il 68% lavora in nero), per giornate fino a 16 ore di lavoro e con paghe inferiori ai 25 euro giornalieri quando non a cottimo: “un bracciante agricolo che lavora nelle campagne di Foggia in Puglia, a Palazzo San Gervasio in Basilicata o a Cassibile in Sicilia verrà pagato a cottimo, ovvero 3,5 euro il cassone (per la raccolta di pomodori), mentre verrà pagato 4 euro l’ora nelle campagne di Salluzzo nel Piemonte, di Padova nel Veneto o di Sibari in Calabria per la raccolta degli agrumi. Tutto in nero, su intere giornate comprese tra 12 e 16 ore di lavoro consecutive a cui vanno sottratti 5 euro di tassi di trasporto, 3,5 euro di panino e 1,5 euro di acqua da pagare, sempre al caporale” (Osservatorio Placido Rizzotto). Sappiamo anche che il ricorso alla violenza non è un fenomeno né marginale né episodico, ma elemento strutturale della gestione della manodopera attraverso il caporalato» (Lo sfruttamento lavorativo nel settore agroalimentare, p. 27).

Razzismo di Stato

«La documentazione raccolta e le stesse interviste hanno evidenziato che le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori immigrati in Italia si caratterizzano ovunque per un clima di subordinazione economico‐psicologica molto pesante. Sono proprio le politiche migratorie italiane a generare irregolarità rendendo i lavoratori oltremodo ricattabili, creando il prototipo del lavoratore sfruttato: il “clandestino”, l’immigrato criminalizzato e non solo spogliato d’ogni diritto, ma anche indotto a credere di non averne. La legislazione in materia di immigrazione si rivela dunque una forte alleata del nuovo caporalato e dello sfruttamento lavorativo in generale, nonché dell’economia sommersa» (Lo sfruttamento lavorativo nel settore agroalimentare, p. 25). Per l’autrice si può senz’altro parlare di un «pervasivo razzismo di stato». «Occorre scardinare l’assunto secondo il quale “certe cose succedono solo dove c’è la mafia, solo al Sud”, anche perché la criminalità organizzata ha sì legami territoriali ma assolutamente non vincolati al solo Meridione d’Italia. Continuare a negare che situazioni di disagio e di e sfruttamento siano presenti anche nel Settentrione non serve ad altro se non a fare il gioco degli sfruttatori stessi, i quali beneficiano dell’invisibilità cui già sono sottoposti i lavoratori immigrati, resi ancor più deboli e ricattabili proprio dal silenzio sulle loro reali condizioni di lavoro e di vita. Le politiche migratorie italiane di controllo dei “flussi” migratori, basate sull’incontro a distanza fra domanda e offerta, contribuiscono a generare irregolarità rendendo i lavoratori oltremodo ricattabili: la legislazione in materia di immigrazione è dunque una forte alleata del nuovo caporalato e dello sfruttamento lavorativo in generale» (pp. 24-25).

Portare l’Africa in Italia

««Cantieri edili, logistica, agricoltura intensiva sono settori chiave delle economie occidentali che prosperano sfruttando gli immigrati sottoposti al ricatto del permesso di soggiorno. In questo senso gli Stati, con le loro politiche di gestione dei flussi e l’enorme apparato burocratico che gli è correlato, giocano un ruolo primario in un sistema di sfruttamento in cui l’esistenza delle frontiere nazionali produce un esercito di servi che lavora per un mercato transnazionale, quello sì, senza frontiere. Data la vastità del fenomeno, qui si introdurrà solo la questione della schiavitù nelle grandi monocolture intensive, che pure è un settore vastissimo, nel tentativo di richiamare un poco di attenzione su quella che è una condizione non certo marginale di sfruttamento e segregazione; al contrario, in Italia riguarda centinaia di migliaia di lavoratori stagionali che si muovono da Cuneo a Pachino, da Brescia a Foggia o a Nardò. […] Il bracciante immigrato stagionale è la perfetta concretizzazione del sogno capitalista del “lavoratore flessibile”: non solo la prestazione lavorativa ma tutta la sua esistenza è piegata alle esigenze della produzione. Il costo del lavoro nella grande industria agroalimentare non è determinato dalla produttività né dal potere di contrattazione del lavoratore, al contrario è stabilito dalla condizione giuridica che gli affibbia lo Stato in cui vive, una condizione che elimina qualsiasi possibilità di trattativa salariale. Una manna dal cielo per il grande capitale. Per funzionare, il mercato globale deve avere delle frontiere mobili, fluide, ma all’occorrenza rigide e impenetrabili. Così accade che le persone siano respinte o schiavizzate perché clandestine, mentre le merci circolino sempre più liberamente e intensamente, fino a tracciare scenari apparentemente paradossali. Così succede che dal Ghana un ragazzo arrivi a Foggia per raccogliere quello stesso pomodoro che a casa sua non conviene più coltivare, perché non regge la concorrenza con quello foggiano che, invece, affolla gli scaffali delle botteghe di Accra» (Frontiere e lavoro. Gli schiavi della filiera agroalimentare, 2016).

La filiera del valore

A proposito di imprenditoria “buona” e imprenditoria “cattiva”, occorre dire che insiste un inscindibile nesso tra la multinazionale che vende in tutto il mondo, ad esempio, l’insalata in busta e le aziende che fanno in un qualsiasi modo parte della sua supply chain. «Un nodo importante viene individuato nella complessità di gestione e responsabilità connesse alla supplychain, dove il meccanismo delle corse al ribasso sui prezzi per vincere appalti e subappalti è unanimemente riconosciuto quale importante fattore di rischio nelle dinamiche dello sfruttamento del lavoro. […] Secondo il Laboratorio di Ricerca sull’Immigrazione e le Trasformazioni Sociali dell’Università Ca’ Foscari Venezia, per quanto concerne la filiera di produzione risulta particolarmente interessante citare il caso di Coca Cola che imponeva agli agrumicoltori di Rosarno la vendita delle proprie arance ad un prezzo che li costringeva a scegliere, avendo fissato la vendita a 0,07 euro al chilo, tra il lavorare in perdita o comprimere al massimo il costo della forza lavoro. Come sottolinea Borretti non è pertanto possibile slegare il caporalato dall’intera catena del valore agricola in cui le multinazionali della produzione e della grande distribuzione occupano le posizioni dominanti» (G. Di Fiore, Lo sfruttamento lavorativo nel settore agroalimentare, p. 31). «Troppo spesso gli operatori della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) impongono ai produttori prezzi di acquisto delle materie prime troppo bassi, che si ripercuotono sulla vita dei braccianti. Ne è un esempio la pratica delle aste al doppio ribasso, utilizzate da alcune catene di supermercati per assicurarsi la fornitura di prodotti al miglior prezzo possibile, scaricando tutti i costi di produzione sui primi anelli della filiera» (Sfruttati. Povertà e disuguaglianza nelle filiere agricole in Italia).

La spartizione del bottino è feroce, e il pesce piccolo ovviamente deve sottostare alle regole del gioco imposte dal pesce più grande. Ma è il gioco (capitalistico) in quanto tale che andrebbe superato, senza illudersi di poter scrivere regole “un po’ più umane”. In ogni caso, i lavoratori della terra hanno una sola arma per difendersi e per conquistare condizioni di lavoro e di esistenza meno squallide e disumane: la lotta.

Vecchio e nuovo caporalato

«In realtà, il sistema del caporalato, che è un dispositivo vecchio quanto la figura del bracciante “affittato” dal latifondista, si presta egregiamente alle esigenze della più moderna agricoltura globalizzata. Il caporale, infatti, è un intermediario che conosce la zona di produzione, i suoi sistemi economici e sociali, la classe politica e, anche all’ombra di protezioni mafiose, fornisce ai grandi produttori manodopera a bassissimo costo. Per organizzare il lavoro si serve di una serie di altri uomini fidati, che agiscono come capi squadra e vigilanti e, solitamente, sono essi stessi immigrati. Il caporale può riuscire ad azzerare ogni potenziale di conflittualità dei “suoi” lavoratori attraverso semplici e vecchi sistemi di controllo e sopraffazione, primo fra tutti un estremo isolamento che impedisce agli stagionali di relazionarsi con il territorio circostante e di conoscere direttamente l’azienda agricola per cui stanno lavorando. Tuttavia ciò non ha impedito proteste e rivolte: le più conosciute sono quelle di Rosarno in provincia di Reggio Calabria nel 2010 e quella di Nardò, in provincia di Lecce nell’estate successiva, entrambe rifluite nell’alveo del compromesso istituzionale e spente nell’inconcludenza del percorso sindacale di contrasto al caporalato.

Il caporale assolve una funzione di controllo del mercato del lavoro locale regolandone i flussi in entrata e in uscita in relazione alle necessità produttive dei giganti delle grandi produzioni agroalimentari. Ma senza questi giganti il caporale non avrebbe ragione di esistere. In questo senso la figura arcaica del mediatore, il sensale che recluta i braccianti sulla piazza del paese ha trovato il suo “naturale” adattamento nei sistemi della più moderna produzione agricola capitalista. Sul “modello californiano” di sfruttamento intensivo del suolo, dell’ambiente e della manodopera, sempre più zone d’Europa e del bacino mediterraneo incrementano i rendimenti ingaggiando lavoratori immigrati, tenuti sotto ricatto dalla precarietà indotta dalla condizione legale di clandestinità» (Frontiere e lavoro. Gli schiavi della filiera agroalimentare).

«Fenomeno strutturale dell’agricoltura ma anche dell’edilizia in Italia, si definisce “caporalato” quel sistema illecito di reclutamento e organizzazione della manodopera attraverso il quale gli intermediari, detti appunto ‘caporali’, assumono, per conto dell’imprenditore e percependone una tangente, operai giornalieri, al di fuori dei normali canali di collocamento e senza rispettare i diritti dei lavoratori. Il caporalato non è un fenomeno nuovo in Italia: è parte del mercato del lavoro stagionale del paese da decenni. Tuttavia, negli ultimi anni si è andata delineando una nuova figura di caporale che va ben oltre il ruolo di intermediario tra domanda e offerta di lavoro. Oggi, il caporale esercita un controllo completo sulla vita dei braccianti, gestendone le assunzioni e la paga e provvedendo, dietro compenso, a tutte le atre necessità: cibo, casa, trasporti ecc. Il sistema del caporalato è ampiamente utilizzato nella raccolta stagionale di frutta e verdura come pomodori, arance, fragole e uva da vino» (Sfruttati. Povertà e disuguaglianza nelle filiere agricole in Italia).

Le cooperative agricole esercitano una nuova forma di caporalato: «Nella Piana di Sibari (Calabria) il caporalato si nasconde dietro forme paralegali, che alla Cgil chiamano “cooperative senza terra”, nel senso che sono fatte solo da braccia. Il titolare è italiano o straniero ed è lui il vero caporale che forma le squadre di lavoro. […] La cooperativa offre alle aziende un servizio a basso costo, riducendo la paga della giornata di lavoro e tiene sotto ricatto il lavoratore in tre modi. […] Per assumerli sequestrano loro i documenti, permesso di soggiorno e passaporto originali, per cui se poi trovano lavoro in altre cooperative non possono comunque cambiare; il secondo ricatto è l’abitazione, perché l’affitto in nero si trova tramite il datore di lavoro che lui stesso è proprietario della casa da affittare o è amico del proprietario; il terzo ricatto sono i trasporti per andare a lavorare, dato che i migranti si spostano a piedi», (Il nuovo caporalato delle “cooperative senza terra”: solo braccia).

Mafia, caporalato, capitalismo

«Matteo Salvini abbraccia i braccianti neri. Loro abbracciano lui. Si scambiano i numeri di telefono: “Matteo, salvaci dai ghetti della morte, liberaci dalle mani dei caporali”. Salvini gli risponde: “Lo faccio, la mafia che colpisce gli italiani è la mafia che perseguita anche voi e io da ministro voglio distruggere la mafia”» (Il Messaggero). Io, da anticapitalista, vorrei invece distruggere il Capitalismo. I metodi mafiosi (minacce, intimidazione, violenza, ecc.) sono messi al servizio degli interessi capitalistici; se ne ricava che il problema fondamentale per i salariati agricoli (neri, bianchi e gialli, “regolari” e “irregolari”) sono quegli interessi, e non solo la violenza organizzata posta al loro servizio. È proprio nel sistema del caporalato che la natura capitalistica della mafia del XXI secolo si rivela con particolare autenticità. Ovviamente la politica ha tutto l’interesse a presentare il problema di cui si parla nei tradizionali termini dell’economia “cattiva e malata”, che si serve delle organizzazioni mafiose per accrescere i suoi profitti, che nuocerebbe non solo ai lavoratori supersfruttati, ma anche all’economia “buona e sana”: «Imprenditori onesti e lavoratori condividono la stessa barca».

«Ultimamente, la morte di alcuni braccianti nei campi agricoli ha sollevato il velo su questa realtà facendo sì che studiosi sociali o giornalisti se ne interessassero ma, sebbene alcuni di questi studi abbiano il pregio di aver messo in cifre le dimensioni del comparto, rivelandone la vastità del giro d’affari e la complessità strutturale, l’individuazione del problema si è quasi sempre fermata alla denuncia delle infiltrazioni mafiose o del sistema del caporalato, tralasciando completamente la struttura più generale in cui si inserisce e dimenticando di evidenziare i nomi delle aziende agricole per cui i caporali prestano la loro opera; quelle stesse aziende che vendono i loro prodotti ai grandi marchi che siamo abituati a vedere negli scaffali della grande distribuzione: Zuegg, Cirio, Mutti, Divella…» (Frontiere e lavoro. Gli schiavi della filiera agroalimentare). Il sistema del caporalato è dunque parte organica e fondamentale della peculiare organizzazione capitalistica che nel tempo si è andata strutturando nel comparto agroalimentare del nostro Paese, e che gli ha consentito di reggere il confronto con la sempre più sfrenata concorrenza internazionale e di intascare, quando possibile, gli extraprofitti derivanti dal lavoro bracciantile super sfruttato. Debellare quel sistema di organizzazione del lavoro senza ristrutturare profondamente buona parte del settore agroindustriale italiano è impossibile: non si tratta della buona o della cattiva volontà dei politici, ma degli enormi interessi in gioco.

«Matteo Salvini ha aggiunto: ”Difendere gli agricoltori italiani dalla concorrenza sleale straniera, proteggere i lavoratori, aggredire i patrimoni dei mafiosi che sfruttano l’immigrazione clandestina e aggiornare la legge sul caporalato, solo così possiamo permettere agli agricoltori per bene di lavorare legalmente». Un piano inappuntabile. Tanto che, incredibile ma vero, anche Gad Lerner, su Twitter, si toglie il metaforico cappello. Con il consueto snobismo, ha infatti cinguettato: “Credo dipenda solo da un mero calcolo delle probabilità ma oggi a Foggia Matteo Salvini ne ha fatta una giusta”. Un trionfo, per il leghista: anche Lerner si inchina» (Libero Quotidiano). Il progressista Lerner si inchina al populista Salvini? Bene! Così mi viene più comodo somministrargli una metaforica (di questi tempi bisogna accontentarsi!) pedata là dove il sole non ama battere. Diciamo.

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2 pensieri su “IL CAPORALATO È AL SERVIZIO DEL CAPITALE

  1. Il caporalato ce lo vendono come scandaloso effetto indesiderato della virtuosa e quanto mai desiderabile catena della valorizzazione

    invece e’ l’ angolo scoperto che conferma la regola sottostante: davanti alla pratica della profittabilità tutto si deve adattare

    Mi fanno tanto incazzare i sindacalisti di colore che ripetono le stesse minchiate alla Di Vittorio

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