A VOLTE RITORNANO! GLI STATALISTI RIALZANO LA TESTA

Il crollo del ponte Morandi a Genova ha avuto come primo esito politico “rivoluzionario” quello di ridare fiato allo statalismo in salsa italica, non importa se declinato “da destra” o “da sinistra”. Come sanno i pochissimi lettori che hanno la bontà di leggere i miei post, personalmente non faccio alcuna sostanziale distinzione fra i diversi tipi di sovranismo, statalismo e populismo. Sotto questo aspetto do ragione ai grillini quando sostengono che ormai la distinzione destra-sinistra non ha alcun senso; diciamo piuttosto che io do alla tesi una più radicale connotazione politico-dottrinaria: “destra” e “sinistra” sono le due facce della stessa medaglia. La medaglia chiamata difesa dello status quo sociale. E questo imperativo categorico si è fatto immediatamente sentire appena la tragedia del 14 agosto si è consumata, come un impulso istintivo e irresistibile che ha animato tutti i servi di questo escrementizio sistema sociale: politici, giornalisti, intellettuali, rappresentanti di Dio su questa martoriata Terra, ecc. Il crollo del Ponte Morandi come metafora sociale non poteva che imporsi alla coscienza di quei servi: come far fronte all’arrabbiatura – diciamo così – della gente? La battuta statalista ai più è dunque apparsa come quella più adeguata alla situazione: «Lo Stato saprà colpire i responsabili, risarcire i danneggiati e prevenire future disgrazie, abbiate fiducia». Crollato il ponte, si trattava di mettere in sicurezza l’ordine sociale.

Persino La Repubblica si è sentita obbligata a scrivere quanto segue: «Lo Stato ritrovi il suo ruolo. La tragedia di Genova è un frutto avvelenato delle privatizzazioni». Bisogna tuttavia precisare che le privatizzazioni “all’italiana” progettate a partire dal ‘92-93, ossia in piena crisi finanziaria, e implementate successivamente dai governi di centro-sinistra, furono a loro volta il «frutto avvelenato» dello statalismo, il quale ebbe certamente nell’IRI, non a caso una creazione fascistissima, il suo volto più riconoscibile.

Per la verità è stata la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, a porre per prima all’attenzione dell’opinione pubblica di questo Paese il problema della nazionalizzazione di tutta la rete autostradale italiana (tanto per cominciare): «perché è intollerabile che ci siano dei privati che si stiano arricchendo a dismisura su autostrade costruite con soldi pubblici senza reinvestire quanto dovrebbero nell’ammodernamento della rete autostradale». Il pensiero comune non può che convenire con l’indignata dichiarazione della Meloni, ripresa entusiasticamente qualche secondo dopo dal pentastellato Alessandro Di Battista, preziosa riserva della “Terza Repubblica” in caso di elezioni anticipate o di morte politica dell’attuale capo del Movimento. «I morti», ha scritto Di Battista in un post su Facebook,  «vanno “onorati” con scelte rivoluzionarie da parte di chi ha l’onore di poterle prendere. Questo è un momento drammatico dove chi parla di cambiamento ha solo una cosa da fare: far tornare nelle mani dello Stato la gestione delle autostrade. Solo da noi i “capitalisti” agiscono in sostanziale monopolio». È ovvio che i tifosi dello statalismo preferiscano di gran lunga il «sostanziale monopolio» del Leviatano, chiamato a controllare tutto e tutti, magari con adeguate piattaforme tecnologiche “intelligenti” in grado di rendere possibile la post democrazia nella quale «uno vale uno» e il Leviatano valere un po’ di più. Così com’è ovvio che un anticapitalista non faccia alcuna distinzione tra Capitalismo “privato” e Capitalismo “pubblico”, e che veda nel Leviatano il cane da guardia dei vigenti rapporti sociali di dominio e sfruttamento.

Nell’immediatezza della tragedia la Meloni ha partorito il minimo sindacale di demagogia e di “populismo” per conto di una scheggia residuale del Movimento Sociale Italiano, un soggetto politico della “Prima Repubblica” molto vicino alle concezioni stataliste di quella “sinistra fascista” che durante il Ventennio fu messa ai margini dal Duce, salvo poi ritornare in auge ai tempi della Repubblica Sociale, quando un già cadaverico Mussolini progettò, in un ultimo disperato gesto di demagogia e di disprezzo nei confronti di una borghesia saltata in men che non si dica sul carro dei nuovi vincitori, di nazionalizzare l’intera economia italiana.

Ieri un deputato di Liberi e uguali (Giovanni Paglia) dichiarava ai microfoni di Radio Radicale che i «beni comuni», come la rete autostradale, l’infrastruttura delle telecomunicazioni, l’infrastruttura finanziaria, la compagnia aerea e tutti i “monopoli naturali”, devono quanto prima ritornare in mano pubblica, con la formazione di organismi statali che vedano la partecipazione dei rappresentanti delle imprese, dei lavoratori e degli utenti. Il corporativismo fascista ha davvero lasciato il segno, a “destra” come a “sinistra” (1). La dichiarazione del sinistro deputato è suonata alle mie settarie orecchie come una ributtante apologia dello Stato (capitalistico) concepito come il solo in grado di difendere gli interessi dei più deboli dalle pretese dei più forti, i quali il più delle volte sono ispirati (ma guarda un po’!) «dall’immorale logica del profitto»: pura demagogia d’accatto! Beninteso, è il sinistro deputato, non chi scrive, a essere in perfetta sintonia con il pensiero comune. Ahimè!

Per capire come mai l’ideologia statalista continui a fare così tanti proseliti nel nostro Paese, bisogna riandare col pensiero all’esperienza fascista e post fascista (2) e non dimenticare che l’Italia ha avuto il più grande partito stalinista (ho detto stalinista, e quindi statalista, non comunista) dell’Occidente. Nella testa dei “comunisti” il Capitalismo di Stato assumeva la fantasmagorica apparenza di un reale “socialismo”, e non a caso i loro nipotini fanno il tifo per quei regimi che, come quello venezuelano, aspirano a statalizzare l’intera economia. Certo, con risultati discutibili, diciamo… Ah, dimenticavo: ieri come oggi sono naturalmente gli Stati Uniti e i loro fidi alleati a mettere ostacoli d’ogni genere all’altrimenti inarrestabile ascesa del Socialismo. «Ma noi tireremo dritto!» Io no; da certe compagnie vorrei tenermi distante, molto distante.

Statalismo e reddito di cittadinanza: i pentastellati hanno davvero la possibilità di crearsi un vasto serbatoio elettorale a cui attingere; bisogna vedere se le “compatibilità economiche” renderanno fattibile il loro ambizioso progetto politico. Perché, com’è noto, nessun pasto è gratuito (3), come sa soprattutto la base elettorale della Lega, da sempre nemica dell’oppressivo sistema fiscale dello Stato italiano. È infatti con la fiscalità generale che i pentastellati intendono finanziare il loro auspicato regime “diversamente democratico” ispirato al Rousseau rivisitato, diciamo così, dai Casaleggio. Senza parlare dei circa 400 miliardi di titoli che ogni anno lo Stato emette per rinnovare le quote di debito in scadenza e per finanziare il fabbisogno annuo. Il sentiero è stretto, come s’usa dire in questi casi. Il riscaldamento dello spread segnala che i famosi “mercati” guardano con crescente apprensione la politica economica del governo penta-leghista, perché essi non sanno quanta parte delle promesse elettorali (passate e future) di Salvini e Di Maio si tradurranno in spese improduttive, e quindi in un indebolimento finanziario del Sistema Italia (4). Per non farsi cogliere di sorpresa e preparare alibi e capri espiatori alla bisogna, i due leader denunciano tutti i giorni la «guerra dello spread» che si annuncia per l’autunno: «I poteri forti ci temono e ci combattono, ma noi non molleremo!». Noi tireremo dritto! soleva dire il Duce. Intanto molti sinistri, più o meno “estremi” e “radicali”, guardano con estrema simpatia alla svolta statalista del governo “del cambiamento”, confermando la tesi secondo la quale gli opposti politici che si muovono sullo stesso terreno di classe (la difesa del Capitalismo) molto spesso si toccano. E non c’è dubbio che proprio lo statalismo rappresenti il luogo concettuale e politico dove con più frequenza sinistri e destri si danno convegno. Un’autentica attrazione fatale, né più, né meno.

(1) Scriveva P. Sullo sul Manifesto del 31 dicembre ’94, a commento delle Tesi Congressuali di Alleanza Nazionale, la formazione politica che nacque sulle ceneri dell’MSI: «Le frontiere della modernità sono, nelle Tesi, perfettamente condivise. Come la necessità assoluta di flessibilizzare il lavoro, con ciò buttando a mare quel tanto di dignitoso – il mestiere che si tramandava da padre in figlio, ecc. – che pure nel corporativismo c’era». Il noto “quotidiano comunista” allora stigmatizzò la scelta di Fini di dar vita ad Alleanza Nazionale perché in fin dei conti il vecchio MSI conservava quantomeno «un’anima sociale» che mal si conciliava con lo spirito liberista del Gran Puttaniere di Arcore, in arte Silvio Berlusconi, l’astro politico in ascesa dopo la fine della “Prima Repubblica”.
(2) Scrive il sinistrorso Angelo Baracca: «Per fare un esempio, il fascismo in Italia non è stata una parentesi, ha avuto complesse radici economiche e sociali, e ha lasciato un segno indelebile, ci ha lasciato comunque un’eredità che pesa ancora. […] Sperando di non venire frainteso, direi che il fascismo ha cambiato l’Italia nel male e nel bene. Non è necessario che mi dilunghi sul male. Ma il fascismo anticipò quell’intervento dello Sato nell’economia che sarebbe poi diventato una caratteristica generale dello Sato moderno: per fare solo un esempio, l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) fu istituito nel 1933 per salvare le prime 3 banche italiane, due mesi dopo Roosevelt copiò l’idea, poi giocò un ruolo fondamentale nella ricostruzione postbellica, ed è stato sciolto solo nel 2002. Il fascismo creò il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche). In ogni caso, non ci siamo mai veramente “liberati” dal fascismo, basti pensare che la burocrazia italiana è rimasta quella e ha continuato (e continua) a condizionare pesantemente il nostro Paese» (Pressenza).
«Si coglie la essenziale continuità di tutto l’ordinamento giuridico italiano e dell’apparato statuale dal periodo fascista a quello repubblicano, per cui la Costituzione si è sovrapposta a quell’ordinamento come un cappello nuovo su un vecchio abito» (U. Rescigno, Costituzione italiana e Stato borghese, Savelli, 1977).
(3) Alla leader destrorsa di Fratelli d’Italia piace assai il modello tedesco di gestione della rete autostradale che non prevede il pagamento del pedaggio. La Meloni dimentica di precisare che ciò non significa affatto che il servizio in questione sia gratuito, ma che esso è pagato non dagli utenti delle autostrade ma da tutti i cittadini, compresi quelli che non ne fanno uso, attraverso la fiscalità generale.
(4) I famigerati “mercati” non solo non temono i lavori pubblici, ma anzi li auspicano caldamente, perché essi possono trainare l’intera economia. Essi temono piuttosto la spesa pubblica improduttiva, ed è per questo che desidererebbero mettere insieme investimenti statali per i lavoro pubblici e una “seria” spending review, intesa appunto a cancellare, o quantomeno ridurre, la spessa statale improduttiva, ossia quella che azzoppa la produttività sistemica del capitalismo italiano, “pubblico” o “privato”.

2 pensieri su “A VOLTE RITORNANO! GLI STATALISTI RIALZANO LA TESTA

  1. Garantito che la prossima volta “lo stato sociale” arriverà primo a Sanremo
    Ľ anno scorso il popolo non fu ferramente risoluto nel voto

  2. Pingback: LA BARCA CAPITALISTICA… | Sebastiano Isaia

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