UN’UMANITÀ RESPINTA ALLA FRONTIERA

Dal Venezuela alla Siria, dal Nicaragua alla Libia 

«Non solo in Europa la gente non ne può più dell’assalto migratorio incontrollato, pure in America Latina l’arrivo di ondate di venezuelani e nicaraguensi sta cominciando a provocare ribellioni nella gente» (D. Rosa, Affaritaliani). Da notare: «assalto migratorio». Da noi Matteo Salvini parla di «guerra dei migranti»: di fatto l’esercito degli immigrati destabilizza la società come un qualsiasi esercito nemico, e per questo il suo assalto va senz’altro fermato alla frontiera, a ogni costo. Gli immigrati non passeranno! È questo il concetto sovranista che si afferma ovunque nel mondo. Nella capitale della Costa Rica, San José, che ha visto l’afflusso di migliaia di nicaraguensi in fuga dalla grave crisi economica che morde il loro Paese e dal regime sempre più oppressivo di Daniel Ortega, sono comparse sui muri delle abitazioni delle svastiche. Il fatto è che “piovono” poveri e disperati su società già “bagnate” dalla povertà e dalla disperazione, e come accade sempre e ovunque, in assenza di un minimo di coscienza e di solidarietà “di classe” il disagio, le paure e le angosce d’ogni tipo alimentano le guerre tra i poveri e la xenofobia, esponendo soprattutto gli ultimi della scala sociale alle lusinghe dei demagoghi e dei “populisti” d’ogni genere.
Ma qui è sui profughi e sui proletari venezuelani che intendo attirare l’attenzione di chi legge, attraverso alcune citazioni.

«Settimana scorsa il portavoce dell’Onu, Stephane Dujarric, ha reso noto che la crisi economica del Venezuela ha ormai costretto 2.3 milioni di venezuelani a fuggire perlopiù nei paesi limitrofi, ovvero in Colombia, Brasile, Perù e Cile. Si tratta di un numero importante, se si pensa che il paese latinoamericano conta 31 milioni di abitanti. Dujarric ha spiegato che “La gente cita la mancanza di cibo come principale ragione della fuga”, e difatti l’inflazione, che ha superato il 40mila per cento e che secondo gli analisti entro fine anno potrebbe arrivare a un milione per cento, sta rendendo impossibile l’acquisto di generi alimentari. Da tempo vi sono episodi di veri e propri assalti ai negozi di pane e alimentari e ai camion che li portano, ma Dujarric ha fatto anche notare che 100mila venezuelani sieropositivi “potrebbero non avere presto accesso alle terapie necessarie”» (G. Keller, Notizie Geopolitiche).

«È una crisi umanitaria enorme, dalle dimensioni paragonabili a quella dei profughi siriani: e per questo in Sudamerica stanno succedendo cose simili a quelle che accadevano in Europa tra il 2015 e il 2016, con soldati schierati alle frontiere e raid della polizia per bloccare gli immigrati irregolari. Se prima il Venezuela era un paese che attirava immigrati, dall’arrivo al potere di Hugo Chávez nel 1999 la tendenza si è invertita. Inizialmente a lasciare il paese furono i più abbienti, che a migliaia si trasferivano in altri paesi del Sudamerica o – se potevano ottenere un visto – negli Stati Uniti. Poi, con l’arrivo di Nicolás Maduro e la bruttissima piega che ha preso l’economia venezuelana, le cose sono peggiorate coinvolgendo soprattutto persone finite in condizioni di povertà. Solo dallo scorso agosto circa 250.000 persone hanno attraversato il confine con la Colombia; ogni giorno circa 3.000 persone fanno la stessa cosa. […] Per i paesi intorno al Venezuela, affrontare questa enorme crisi migratoria non è una cosa semplice, anche perché il Venezuela non è tecnicamente in guerra (anche se nel 2017 si è arrivati molto vicini a qualcosa che sembrava una guerra civile) ed è difficile inquadrare quello che sta succedendo come una crisi umanitaria. […] “Come ogni altro paese al mondo, anche la Colombia ha diritto ad avere un confine sicuro” ha detto Winston Martínez, vicedirettore dell’agenzia colombiana per l’immigrazione, ripetendo una frase che anche in Europa si è sentito spesso. […] Gli episodi di violenza più gravi si sono verificati nella cittadina di Pacaraima, nello stato brasiliano di Roraima, al confine con il Venezuela e principale punto di accesso dei cittadini venezuelani in Brasile. Sabato scorso gli abitanti di Pacaraima hanno attaccato due campi profughi di venezuelani in città, appiccando alcuni incendi. L’attacco è iniziato dopo che la sera prima un abitante di Pacaraima era stato ferito in un’aggressione per la quale erano stati accusati dei venezuelani del campo. Molti migranti hanno poi lasciato i campi e sono tornati in Venezuela» (Il Post).

Disperati in fuga dal Venezuela alla Colombia attraverso il ponte Simone Bolivar a Cucuta.

«Intanto il Venezuela di Nicolas Maduro continua a precipitare, le scuole sono aperte solo alcuni giorni alla settimana, la corrente elettrica funziona solo per certi orari e nei negozi manca di tutto.
La tensione politica è alle stelle, con manifestazioni e contromanifestazioni, disordini e intervento dei gruppi paramilitari filogovernativi, che sparano a vista e che in pochi mesi hanno ucciso centinaia di giovani manifestanti» (E. Oliari, Notizie Geopolitiche).

«Con l’iperinflazione attuale, sono necessari molti giorni di lavoro al salario minimo anche solo per comprare una dozzina di uova, e negli ultimi due anni centinaia di migliaia di venezuelani sono scappati dal loro paese, una crisi che ha le dimensioni di quella dei profughi siriani in Europa» (Il Post).

«Il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha ieri annunciato l’aumento degli stipendi minimi di ben 35 volte, al momento pari a 180.000.000 di bolivar (1.800 bolivar sovrani, cioè 30 dollari), come pure l’aumento dell’Iva dal 12 al 16%. La moneta è stata riformata e con domani entrerà in vigore il bolivar sovrano: gradualmente spariranno le vecchie banconote, ma non è di certo spostando la virgola e abolendo 5 zeri che si risana l’economia; un bolivar sovrano corrisponderà a 100.000 di vecchi bolivar» (G. Keller, Notizie Geopolitiche).

«Il bolívar soberano sarà legato al petro, la criptovaluta controllata dallo stato e introdotta dal governo lo scorso febbraio per aggirare le sanzioni finanziarie imposte al Venezuela. In teoria il valore del petro è basato sulle riserve petrolifere nazionali, quindi su un petrolio di fatto non ancora estratto e su cui ci sono moltissime incertezze» (Il Post).

«Visto che non c’è mercato [per il petro], non c’è nemmeno un prezzo di mercato, quindi è difficile capire cosa significhi ancorarlo a qualcosa. Il governo venezuelano mantiene la capacità di stampare petro. Questo rende il fatto di legare il bolívar al petro non tanto diverso dal legare il bolívar a sé stesso» (F. Rodríguez, Financial Times). In ogni caso, il gioco stregato dei segni monetari ha un sicuro impatto “populista”; si tratta di vedere quanto dura l’effetto allucinatorio sulle masse, e quanto tempo impiegano i “duri fatti” a imporsi sui giochi di prestigio valutari.

«A preoccupare i venezuelani è soprattutto il “nodo” della benzina. Per tenerla a un prezzo irrisorio, il governo ha sborsato nell’ultimo anno l’equivalente di 5,5 miliardi di dollari. Cioè – afferma Asdrúbal Oliveros, direttore di Ecoanalítica – il triplo della spesa per educazione, salute e sicurezza. Sul fatto che non possa più permetterselo, concordano anche gli anti-chavisti. Oltretutto, Pdvsa, colosso petrolifero statale, non è più in grado di soddisfare una domanda che il prezzo calmierato tiene alta. Con il 40 per cento delle raffinerie fuori uso per mancanza di manutenzione e i pozzi dissestati, la produzione cala di un 5 per cento l’anno. Non solo. Circa metà del greggio viene trafficato nella vicina Colombia, dove il carburante ha costi tra i più alti del Continente. Con una perdita per la compagnia di 2,2, miliardi di dollari l’anno» (Avvenire).

«Il carburante sarà venduto al prezzo di mercato Dobbiamo impegnarci in una disciplina fiscale prussiana ed eliminare definitivamente l’emissione di denaro speculativo a favore della creazione di denaro rivolto alla produzione di ricchezza, petrolio, oro e turismo» (N. Maduro).

Inutile dire che per le classi subalterne del Venezuela si annunciano tempi ancora più tristi e duri di quelli, scanditi dalle lacrime e dal sangue, che vivono già da anni. «Il governo ha precisato che il rincaro non toccherà gli intestatari del “carnet de la patria”, la tessera che consente di ottenere sussidi statali» (Avvenire). Probabilmente non appena la crisi economica costringerà il regime venezuelano a introdurre “riforme” che andranno a colpire anche il clientelismo “populista”, che nutre il suo ampio zoccolo duro di consenso sociale e che è basato sulla rendita petrolifera, il destino di Maduro, oggi appeso ai fucili dell’Esercito venezuelano, avrà compiuto il suo ciclo, per così dire.

Burro o cannoni? Kalashnikov! «Il ministro della Difesa venezuelano il Generale Vladimir Padrino López ha annunciato che, entro la fine del 2019, nel Paese sud americano si produrranno i famosissimi fucili kalashnikov. La fabbrica dei famosissimi fucili è stata installata a Maracay (Stato di Aragua) su una precisa scelta dell’ex Presidente venezuelano, Hugo Chavez. Da qui usciranno gli AK-103 con le relative munizioni» (Report Difesa). Finalmente una bella notizia, diciamo.

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Aggiunta del 23 agosto

Porto di Catania. Presidio di solidarietà con i fratelli immigrati sequestrati dallo Stato Italiano.

Porto di Catania. Nave Diciotti della Guardia costiera. La prigione.

2 pensieri su “UN’UMANITÀ RESPINTA ALLA FRONTIERA

  1. Pingback: IL NOME DEL MORTO. Sul fallimento del “laboratorio politico-sociale” latinoamericano | Sebastiano Isaia

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