SUL CONCETTO DI CAPITALE UMANO

Il concetto di capitale umano, oggigiorno così usato e abusato in molti contesti della vita sociale, è falso almeno sotto due profili. In primo luogo occorre dire che accostare l’umanità al capitale la dice lunga non tanto sul secondo, sul capitale, concettualizzato in diverso modo dalle varie scuole economiche, ma soprattutto sul concetto di umanità che abbiamo in testa, il quale evidentemente può benissimo armonizzarsi con qualcosa (il capitale, è evidente) che nega in radice ogni autentica espressione di umanità. In altri termini, l’individuo del XXI secolo non è in grado di comprendere che la locuzione qui posta sotto osservazione realizza il più odioso degli ossimori, dà corpo ad una palese contraddizione in termini: infatti, o c’è il capitale o c’è l’umanità. Aut Aut! Oggi l’umano viene fuori, quando può e attraverso sforzi e contraddizioni d’ogni genere, non in armonia con il capitale, ma contro il concetto stesso di capitale, per non parlare della sua prassi. L’umano si fa strada timidamente e con indicibili difficoltà in un ambiente ostile che può vederlo soccombere da un momento all’altro, per mancanza di aria respirabile, mentre il capitale può vivere e prosperare solo respirando e producendo disumanità.

In secondo luogo, il concetto di cui si parla è falso sotto il profilo squisitamente economico-sociale, e qui faccio valere un punto di vista particolare. Il concetto di capitale umano dà a intendere che i lavoratori, non importa di che genere, avrebbero qualcosa da investire, che poi sarebbe appunto la loro capacità lavorativa: la loro professionalità, la loro creatività, la loro forza, la loro intelligenza, la loro perizia e così via. Siamo insomma tutti autorizzati a crederci imprenditori di noi stessi, a pensarci un po’ come dei capitalisti (1). Invece le cose stanno altrimenti. Il lavoratore non investe ma vende capacità lavorativa, e la vende alla stregua di qualsiasi altra merce, trasformando con ciò stesso tutta la sua vita, e non solo la sua forza-lavoro, in una merce il cui valore di scambio trova espressione appunto nel salario, nel denaro che gli permette di vivere come lavoratore, e quindi di riprodurre sempre di nuovo la sua maledetta condizione sociale.

«Distinguiamo: la forza-lavoro è merce, non capitale; [essa] opera come capitale dopo la vendita, in mano al capitalista, durante il processo stesso di produzione» (2). Nelle mani dei lavoratori la capacità lavorativa si dà come merce, come «un articolo di commercio», mentre essa diventa capitale solo nelle mani di chi la compra per trarne un profitto: ed è appunto questo il corretto concetto di capitale, già secondo Adam Smith: «Il reddito derivato dal lavoro si chiama salario, quello derivato dal capitale, da parte di colui che lo amministra o lo impiega, si chiama profitto» (3). Marx farà il contropelo critico all’economia politica smithiana impigliata nella feticistica formula trinitaria (4), dimostrando che il profitto non sgorga come sostanza naturale dal capitale (così come la rendita fondiaria non nasce spontaneamente dalla terra), ma piuttosto dall’uso capitalistico del lavoro umano (che diventa così senz’altro disumano), ma questo qui non ci riguarda.

Ecco perché non vedo dignità alcuna nel lavoro salariato, che, lo ripeto, non dà al lavoratore se non la possibilità di perpetuare la propria condizione di sudditanza sociale (economica, politica, ideologica, psicologica, in una sola e tutt’altro che meramente filosofica parola: esistenziale), mentre arricchisce chi ne sfrutta il prezioso… capitale umano. Insomma, quando un lavoratore sente parlare di “capitale umano” dovrebbe subito tirare fuori la metaforica pistola dalla tasca (trattasi di arma critica, Maresciallo Gargiulo, non della critica delle armi!), zittire tutti e gridare: «Alt! Basta così! Quantomeno non mi si prenda in giro!». Come diceva il Sommo, ogni limite ha una pazienza! O mi sto sbagliando?

(1) L’Istat ha perfino quantificato «il capitale umano di ciascun italiano», il cui «valore medio è di circa 342mila euro. […] Attenti però: lo stock di capitale umano non è uniformemente distribuito tra i diversi gruppi della popolazione» (Il Sole 24 Ore). Lo stock di capitale umano! Come sempre, cinica è la realtà, non chi cerca di darne conto con gli strumenti concettuali di cui dispone.
(2) K. Marx, Il capitale, II, p. 399, Editori Riuniti, 1980.
(3) A. Smith, La ricchezza delle nazioni, p. 99, Newton, 1995.
(4) «Capitale-profitto, terra-rendita fondiaria, lavoro-salario, questa è la formula trinitaria che abbraccia tutti i misteri del processo di produzione sociale. […] In questa trinità economica collegante le parti costitutive del valore e della ricchezza in generale con le sue fonti, la mistificazione del modo di produzione capitalistico, la materializzazione dei rapporti sociali, la diretta fusione dei rapporti di produzione materiali con la loro forma storico-sociale è completa: il mondo stregato, deformato e capovolto in cui si aggirano i fantasmi di Monsieur le Capital e Madame la Terre. […] Personificazione delle cose e oggettivazione dei rapporti di produzione, questa [è] la religione della vita quotidiana» (K. Marx, Il capitale, III, pp. 927-943, Editori Riuniti). Il concetto di capitale umano bestemmia contro l’umanità e la verità mentre delizia le orecchie del Dominio.

4 pensieri su “SUL CONCETTO DI CAPITALE UMANO

  1. Caro Sebastiano,
    trovo ovviamente ineccepibile tutto il contenuto dell’articolo e, quando concludi con «ma questo qui non ci riguarda», in riferimento a «dimostrando che il profitto non sgorga come sostanza naturale dal capitale [..] ma piuttosto dall’uso capitalistico del lavoro umano», forse il mio commento potrebbe risultare fuori contesto. Siccome la vedo come una questione aperta soprattutto per il movimento comunista, ridurre la prassi capitalistica ad un mero uso si presta ad una visione neutrale di ciò che usa evitando di considerare che è la stessa prassi a produrre gli strumenti della disumanità. In riferimento al passaggio citato non ho dubbi nel dire che diviene pressante riconsiderare, in termini umani, la ricchezza sociale, oggi estorta e appropriata privatamente (profitto). E ancora, l’uso capitalistico del lavoro umano (lavoro salariato) persa la sua funzione di classe può trovare adattamento in una organizzazione sociale superiore senza ripensare il lavoro come ricambio organico (farsi uomo e farsi natura) in totale opposizione allo stato di cose vigente?

    • Ciao! L’uso, meglio: lo sfruttamento capitalistico del lavoro presuppone naturalmente il rapporto sociale capitalistico di produzione, un rapporto di dominio e, appunto di sfruttamento. La Comunità Umana (umanizzata) non potrà che conoscere e “usare” il lavoro umano, umano nell’accezione più peculiare e profonda del termine. E, come si dice nel post (se ricordo bene), dove c’è autentica umanità non può esistere il Capitale, che è un rapporto sociale (non una cosa, non uno strumento economico socialmente neutro, come pensano anche taluni “marxisti”), e viceversa. Ti ringrazio del commento e della domanda perché mi hanno offerto l’occasione di chiarire meglio (spero!) certi concetti che ho espresso male, forse per un eccesso di sintesi. Ciao!

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