LA PERFETTA CONTINUITÀ DELLO STATO. OVVERO: LO STATO ETERNO

La macchina statale va avanti sempre,
automaticamente, e nessun braccio può
d’un tratto fermarla (Benito Mussolini).

Quella che segue non è una recensione, ma piuttosto una riflessione sul fascismo e dintorni che prende spunto dalla lettura del libro di Guido Melis La macchina imperfetta. Immagine e realtà dello Stato fascista (Il Mulino, 2018).

La lettura del lungo (616 pagine) e assai documentato saggio sul fascismo dello storico Guido Melis è a mio avviso da consigliare soprattutto a chi intenda farsi un’idea di ciò che realmente fu il regime fascista al di là della retorica sia fascista che antifascista, oltre la mitologia costruita sul suo conto dai fascisti (già in epoca fascista) come dagli antifascisti. Ma la lettura del libro si segnala di un certo interesse anche perché potrebbe aiutare a collocare la contingenza politica in un contesto storico di più vasto respiro, in grado cioè di gettare luce su alcuni aspetti dell’attuale vicenda politico-sociale che non appaiono del tutto chiari, oppure che si ritengono essere del tutto originali e per molti versi addirittura “rivoluzionari”. La comparazione di eventi passati e presenti, se riesce a mettersi al riparo da tentazioni ideologiche tese a piegare i primi in direzione di una tesi prestabilita che soddisfi la nostra lettura del presente, può essere un’operazione politica di una certa importanza.

A proposito di eventi “rivoluzionari”, c’è da dire che lo stesso fascismo presentò se stesso come un movimento politico “rivoluzionario”, mentre esso fu lungi dall’essere tale anche sul ristretto terreno della prassi politica borghese. L’affettazione di pose antiborghesi da parte del fascismo dello origini, poi riprese ed esasperate nel suo periodo agonico, riuscirono ad ingannare solo gli elementi della piccola-borghesia rovinata dalla guerra e fremente di una qualche rivincita sociale. La stessa “mitica” Marcia su Roma non andò oltre la farsa intesa a pompare e a drammatizzare un evento, la nascita del Governo Mussolini, che non ebbe appunto nulla di “rivoluzionario”, sotto ogni rispetto, a cominciare dal comodo (“borghese”!) viaggio del Duce in vagone-letto. Molto rumore per nulla, si potrebbe dire.

E qui entriamo in qualche modo nel merito della tesi di fondo esposta da Melis nel suo interessante libro, tesi, occorre dirlo, che si impone “spontaneamente” alla coscienza del lettore attraverso l’attenta analisi compiuta dall’autore dell’edificio politico, amministrativo, giuridico e sociale costruito dal fascismo tra l’ottobre del ‘22 e il luglio del ’43. Particolarmente interessanti appaiono i documenti conservati negli archivi che danno conto della relazione che il regime fascista ebbe con le diverse articolazioni, centrali e periferiche, dello Stato, e con la frammentata società civile italiana. Ma prima di esporre il filo rosso, o nero, che percorre il libro in questione, mi permetto una sorta di breve introduzione.

Come concordano tutti gli storici che lo hanno studiato a fondo, la genesi del fascismo sarebbe inspiegabile senza chiamare in causa i processi sociali innescati dalla Grande Guerra, la quale per molti aspetti ebbe per l’Italia il significato di una rivoluzione capitalistica, in quanto le permise di accelerare quel processo di modernizzazione “strutturale” e “sovrastrutturale” che l’avrebbe fatta avanzare di molti passi sul terreno della società di massa basata sulla produzione industriale, sui nuovi mezzi di trasporto (automobili e aerei, in primis) e di comunicazione (stampa, radio e cinema). Un’esigenza che era stata annunciata già prima della guerra dall’arte e dalla cultura d’avanguardia orientate in senso futurista-nazionalista. La guerra, accelerando processi economici e sociali già in atto ma frenati da una forte inerzia di interessi di diverso genere e provenienza sociale, consentì al Paese di colmare, almeno in parte, il gap sistemico che la divideva dalle potenze capitalistiche di più vecchia formazione, ma innescò anche movimenti sociali e politici che scuotevano la vecchia architettura politico-istituzionale.

Per evitare qualche antipatico (soprattutto per chi scrive!) equivoco, è forse il caso di chiarire che la rivoluzione capitalistica di cui parlo non ha nulla a che vedere con la tesi gramsciana della rivoluzione borghese incompiuta (o mancata, tradita, ecc.), tesi che peraltro echeggia e per molti aspetti incrocia quella sposata da molti interventisti di “sinistra”: la Prima guerra imperialistica mondiale come Secondo Risorgimento Italiano, come compimento della rivoluzione nazionale-borghese. Com’è noto, Giovanni Gentile definì il fascismo come «l’erede più legittimo» del lungo Risorgimento italiano. Niente di tutto questo: qui il concetto di rivoluzione capitalistica è interamente ripreso dall’analisi marxiana della società capitalistica concepita nel suo contraddittorio e tumultuoso (“rivoluzionario”, appunto) evolversi. La natura compiutamente capitalistica della società italiana, sebbene segnata da profonde contraddizioni sistemiche (alcune delle quali ancora operanti: pensiamo solo al gap Nord-Sud), può ben farsi risalire agli anni Settanta del XIX secolo.

Spiegare il successo del fascismo come il frutto avvelenato della debolezza dello Stato democratico-liberale, secondo una lettura abbastanza diffusa nella storiografia di matrice liberale, è quanto di più sbagliato si possa fare alla luce dei fatti e dei documenti. È vero invece che lo Stato democratico-liberale affrontò con successo i momenti più difficili della crisi economico-sociale che caratterizzò il passaggio dalla situazione di guerra a quella postbellica, e questo successo è visibile soprattutto sul terreno della lotta di classe. Quello Stato, infatti, riuscì a fronteggiare assai efficacemente, anche in grazia di un forte potenziamento degli apparati di repressione (con l’inserimento di molte migliaia di uomini nei ranghi dei carabinieri, della Guardia di Finanza, dei servizi investigativi e della Guardia Regia di recente formazione), la radicalizzazione del conflitto sociale e a spezzare la resistenza operaia concentrata soprattutto nelle Camere del lavoro e nei Circoli operai delle grandi città industriali del Nord’Italia. Le squadre paramilitari armate dal fascismo conquistarono terreno non contro lo Stato democratico-liberale, ma grazie alla sua attiva complicità. La sinergia tra apparato repressivo legale e organizzazioni repressive “illegali” fu praticamente perfetta, anche se trovò un’accanita resistenza da parte delle avanguardie proletarie che non volevano chinare il capo senza lottare. Come notò L’Ordine Nuovo del 26 marzo 1921, la «legalità borghese» fu, per così dire, molto parziale e discrezionale: «tutti i bianchi che nella loro azione antirivoluzionaria trovino comodo oltrepassare i limiti delle leggi» venivano perlopiù assolti «ad occhi chiusi», mentre il pugno di ferro del Diritto si abbatteva immancabilmente, con fin troppa durezza e facilità, sui «sovversivi», contro i quali lo Stato democratico-liberale inventava «pretesti inammissibili». Ma il giornale comunista coglieva un aspetto fondamentale della situazione che gli oppositori democratici e socialisteggianti del fascismo, con la loro richiesta di ripristinare il precedente status democratico-liberale, erano lontano da considerare: «I comunisti sanno che nei limiti convenzionali della legalità borghese non si ritornerà più. […] Essi non si pongono come obiettivo di riaprire il periodo dei rapporti normali, politici e giuridici – che sarebbe, ove non fosse assurdo, il periodo del ristabilimento pacifico dei poteri e dei privilegi capitalistici». La prassi sociale del periodo bellico e postbellico aveva prodotto nuovo diritto, formale e informale, dottrinario e politico, e di ciò si trattava di prendere in qualche modo atto, senza nutrire sogni piccoloborghesi di un ritorno a una precedente epoca del dominio capitalistico. Scriveva Vittorio Emanuele Orlando nel 1924: «La verità è che quando il fascismo arrivò al governo, delle antiche istituzioni parlamentari non rimaneva più che l’apparenza esteriore. Nella sostanza esse erano state distrutte, e vi si era sostituito una specie di direttorio, composto dai delegati dei gruppi» [parlamentari].

Spesso ci si dimentica che la violenta, per non dire feroce, repressione del movimento operaio (con tanto di fucilate, cannonate, attacco della cavalleria militare, atti di vero e proprio terrorismo) è una pratica che precede di molto l’avvento al potere del fascismo, il quale non ha affatto l’esclusiva quanto a uso di mezzi violenti per regolare i conti con la combattività proletaria. Ci si dimentica anche che nel Primo dopoguerra la violenza antiproletaria, “legale” e “illegale”, fu un fenomeno comune a tutti i grandi Paesi occidentali: dalla Germania alla Francia, dall’Inghilterra agli Stati Uniti. Ovunque assistiamo alla “dialettica” di bastone e carota, di carota e bastone, il quale è usato dalle classi dominanti con pieno Diritto (il Diritto borghese, si capisce) e a prescindere dalla forma politico-istituzionale che in un dato momento dà espressione al loro potere sociale.

Per Benedetto Croce non ha alcun senso contrapporre la forza al consenso, «perché, in verità, forza e consenso sono in politica termini correlati, e dov’è l’uno, non può mai mancare l’altro. Consenso (si obietterà) “forzato”; ma ogni consenso è forzato, più o meno forzato ma sempre forzato, cioè tale che sorge sulla “forza” di certi fatti, e perciò “condizionato”. […] Non c’è formazione politica che si sottragga a questa vicenda: nel più liberale degli Stati come nella più oppressiva delle tirannidi» (1). Occorre a mio avviso declinare in termini squisitamente sociali la natura di questa forza e di questo condizionamento. Ad esempio, il cuore dell’ideologia dominante è rappresentato dai rapporti sociali dominanti in una data situazione storica: ancor prima che “sovrastrutturale”, l’ideologia si configura dunque come un problema essenzialmente “strutturale”. Per Marx l’ideologia dominante è borghese in primo luogo perché essa prende corpo spontaneamente a partire dai rapporti sociali peculiari della moderna epoca borghese, e non perché esce fuori in guisa di libri, giornali e forme artistiche di varia natura dai cervelli dell’intellighentia borghese. La divisione sociale del lavoro, ad esempio, produce da sola più ideologia di tutti gli intellettuali del pianeta messi insieme, e la stessa cosa si può dire a proposito del rapporto capitale-lavoro, della forma-merce, della forma-denaro e così via. I concetti di alienazione, reificazione, massificazione si limitano a esprimere la materialità della condizione disumana nell’epoca del dominio totalitario del Capitale, il quale, per così dire, trasuda ideologia da tutti i pori. In questo peculiare senso l’ideologia dominante in una data epoca storica è l’ideologia delle classi dominanti.

Alla fine di un processo sociale e politico molto complesso e dagli esiti tutt’altro che scontati, il fascismo dimostrò di essere il solo soggetto politico in grado, in quel peculiare momento storico, di unificare tutte le fazioni della classe dominante e di mettere al servizio della conservazione sociale (non della conservazione del contingente quadro politico-istituzionale) le energie attinte in diversi ambiti della cosiddetta società civile: nella piccola e media borghesia (perdente e vincente, in quella parte di essa frustrata nelle sue ambizioni di promozione sociale e in quella parte allettata ed eccitata dalle nuove opportunità di promozione sociale offerte dal nuovo scenario politico e sociale), fra i cosiddetti sbandati di guerra che non riuscivano a integrarsi nel nuovo contesto postbellico, fra i disillusi della rivoluzione socialista che il Partito Socialista Italiano mostrava di non volere, e così via. La stessa vaghezza politica e ideologica esibita dal fascismo («Siamo degli antipregiudizialisti, degli antidogmatici, dei dinamici», aveva detto Mussolini nel marzo del ’19; oggi forse avrebbe detto: «Non siamo né di destra né di sinistra, categorie che appartengono al Novecento»); la sua vaghezza politica e ideologica (2), dicevo, consentì al fascismo di attirare a sé le simpatie sia di strati sociali diversi, aventi diversi e non di rado opposti interessi materiali da difendere, sia di individui che in precedenza non avevano avuto niente in comune sotto il profilo politico, ideologico, culturale. La “rivoluzione fascista” sembrava sorridere tanto al perdente che voleva vendicarsi ai danni di chi lo aveva tradito (perfino la vittoria del 1918 si rivelava una “vittoria mutilata”!), quanto al vincente che voleva mettere la Nazione al passo con i tempi. L’eclettismo politico e ideologico del fascismo si prestava dunque bene a far da cerniera e da collante, e questa funzione gli conferiva quell’aspetto di autonomia nei confronti delle classi dominanti che, di nuovo, ingannava solo la piccola borghesia e gli stessi militanti fascisti.

La violenza fascista completò insomma l’opera di distruzione delle posizioni conquistate dalla classe operaia italiana iniziata dallo Stato liberale attraverso una sapiente alternanza di politiche riformiste (contenere e stemperare) e repressive (attaccare e distruggere). Quando il manganello fascista sostituì la scheda elettorale, il proletariato italiano si trovava in una condizione di grande debolezza politica, morale e psicologica dovuta soprattutto alla politica praticata da tutte le componenti del Partito Socialista Italiano, il quale non solo non spinse l’avanguardia operaia su un terreno «di scontro di classe adeguato alla situazione, ma fece di tutto per scongiurare una sua radicalizzazione, nascondendo la sua paura dietro il solito mantra della “situazione immatura”: «Restate nelle vostre case, non rispondete alle provocazioni; anche il silenzio, anche la viltà sono talvolta eroici!». Questo scriveva il socialista Giacomo Matteotti nello stesso momento in cui la violenza “legale” e “illegale” si abbatteva su singoli militanti rivoluzionari e sulle organizzazioni del movimento operaio, nelle città e nelle campagne. Mentre le forze congiunte della reazione capitalistica distruggevano ogni strumento di iniziativa politica del proletariato, ogni suo spazio di manovra e di “agibilità politica”, i socialisti ammonivano i proletari a «non accettare le provocazioni del nemico»!

Solo i comunisti, costituitisi in partito nel piena dell’offensiva controrivoluzionaria (Livorno, 21 gennaio 1921), accettarono il terreno di scontro imposto dalle squadracce nere, perché spesso solo con le armi i lavoratori possono fermare il tallone di ferro che vuole schiacciarne lo spirito combattivo e difendere, semplicemente difendere, quel poco o tanto che essi sono riusciti a conquistare attraverso dure lotte; difendere soprattutto il bene più prezioso che le classi subalterne possono vantare: l’autonomia di classe, la coscienza di classe, ossia ciò che non le fa precipitare al rango di «gregge di pecore» (Mussolini). «Non sono affatto ostile alla massa. Soltanto nego che possa governarsi da sola» (3). Qui Mussolini aveva perfettamente ragione: fin tanto che la massa rimane allo stato di massa, di aggregato atomistico privo di coscienza di classe, di autonoma capacità d’iniziativa, essa è appunto assimilabile a un «gregge di pecore», e ciò è vero sotto tutti i regimi capitalistici. «La gente oggi non vuole governare: vuole essere governata, e starsene tranquilla» (Mussolini). Quantomeno si deve riconoscere che il fascismo non spacciava merce ideologica avariata del tipo: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Sto forse dicendo che al regime democratico, dotato di numerosi e sofisticati meccanismi idonei a imbrigliare, deviare e depotenziare le tensioni sociali, preferisco un regime apertamente autoritario, che non fa nulla per nascondere il pugno che minaccia i potenziali ribelli? Nemmeno per idea! Dopo tutto, non sono poi così ingenuo e poco dialettico come forse sembra. Come diceva quello, «Si può essere nemici del regime costituzionale senza essere per questo amici dell’assolutismo» (4).

Quando si riconosce l’impossibilità di controllare i processi sociali e di spiegare razionalmente molti e importanti fenomeni sociali, lo spirito di resistenza alle pressioni esterne capitola, e all’improvviso appare meno impegnativo e meno pericoloso abbandonarsi al potente flusso della corrente che tutto travolge. Dopo qualche resistenza, ci si sottomette con piacere e leggerezza a un Capo, a un Partito, allo Stato, a una tifoseria (politica o sportiva) sbarazzandosi di una – più o meno reale – libertà diventa un fardello troppo pesante da portare; ma al contempo si acquista il sadico piacere di schiacciare o di veder rovinati gli individui che stanno più in basso nella gerarchia sociale, o che sono stati “meno fortunati” nella vita, oppure quelli che i Capi hanno individuato e additato come i nemici del “bene comune”. Si sviluppa, insomma, quel carattere sado-masochista così diffuso nella società di massa fino ai nostri giorni; mi correggo: soprattutto ai nostri giorni.

Ma veniamo al libro di Giorgio Melis. Attraverso l’esame di una vasta documentazione, l’autore mostra la forte, profonda e ramificata continuità che venne a realizzarsi tra il vecchio Stato liberale e il nuovo (“rivoluzionario”) Stato fascista. Il maggior tasso di discontinuità con il passato liberale si registrò nella sfera economica, che vide il sorgere di quel capitalismo fortemente assistito e partecipato dallo Stato che sarà in larga parte ereditato dal regime post-fascista, il quale a sua volta si pose, per non pochi ed essenziali aspetti, in sostanziale continuità con il regime precedente (5). Quella discontinuità peraltro fu in larga misura imposta al fascismo dalla crisi mondiale che agli inizi degli anni Trenta devastò il capitalismo internazionale, e difatti forme di statalismo vennero introdotte in tutti i Paesi occidentali nel tentativo di salvare un rapporto sociale che mostrava tutta la sua carica disumana: negli Stati Uniti, ad esempio, si distruggevano interi raccolti (di qualsiasi genere) e si uccidevano capi di bestiame allo scopo di non fare crollare i prezzi delle materie prime alimentari sul mercato interno e internazionale, e questo mentre la gente moriva letteralmente di fame.

Nel 1932 lo storico tedesco Emil Ludwig intervistò Mussolini; ne venne fuori un libro abbastanza interessante e certamente famoso, Colloqui con Mussolini. «Lei costruisce, migliora, edifica come i Russi. Lei costringe le banche ad appoggiare le fabbriche, e le fabbriche a tenere gli operai. Non so se questo sia socialismo di Stato…». Mussolini: «Qui noi dobbiamo intendere bene. Lo Stato fascista dirige e controlla [molte attività industriali]. Lo Stato ha il compito dei trasporti, perché gli appartengono le ferrovie. Allo stato appartengono molti stabilimenti. Tuttavia non si tratta di socialismo di Stato, perché noi non desideriamo alcun monopolio, in cui lo Stato faccia tutto. Noi chiamiamo questa politica economica intervento dello Stato» (6). In ogni caso, quando lo Stato esercita in forma monopolistica la direzione dell’economia nazionale non siamo in presenza di un «socialismo di Stato», come pensava il tedesco Ferdinand Lassalle, anche per questo deriso e mazziato da Marx, e come pensano oggi i superstiti dello stalinismo italiano (oggi molto attivi nel fronte populista-sovranista, in concorrenza con i “fascisti del XXI secolo”), bensì di un compiuto capitalismo di Stato, esattamente quello che negli anni Trenta cercavano di edificare «i Russi» sotto la sferza dello stalinismo. Ancora Mussolini: «Se qualche cosa non funziona, interviene lo Stato». «E il capitale obbedirà sempre?» La virile risposta: «Il capitale obbedirà fino all’estremo. Non ha alcun mezzo per opporsi: il capitale non è una divinità, è uno strumento».  In realtà fu il fascismo a porsi al servizio del capitale, prima sul terreno del conflitto sociale, spezzando le reni all’avanguardia rivoluzionaria, e poi sul terreno della politica economica, supportandolo in tutti i modi affinché la baracca capitalistica non crollasse. In effetti «il capitale non è una divinità»: è un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che, per così dire, usò il fascismo come strumento di conservazione, come poi userà il regime post-fascista «nato dalla Resistenza» – in realtà dalle bombe sganciate dagli aerei dei futuri alleati (7).

È vero che il fascismo si espanse in ogni fibra del tessuto sociale, in qualche misura fascistizzandolo, ma è anche – e forse ancor più – vero che il regime fascista subì profondamente l’influenza della società civile, in termini soprattutto di interessi “materiali” da difendere ed espandere, magari ai danni dei concorrenti. In altri termini, il fascismo fu costretto a piegarsi ad istanze sociali che credeva di poter piegare e controllare attraverso una politica prettamente autoritaria, seguendo una linea politica “fascistissima” in ogni settore dell’attività amministrativa. La concezione totalitaria della politica doveva fare i conti con il brulicare di interessi sociali che non si lasciavano amalgamare tanto facilmente e pacificamente in un unico e indistinto “bene comune nazionale”; il totalitarismo sbandierato in mille modi e incarnato nella figura del Duce forniva solo la facciata ideologica a un edificio politico-istituzionale costruito attraverso una realistica ed estenuante prassi governativa fatta di compromessi e di continui “aggiustamenti”. Il fascismo ereditò tutte le magagne dello Stato liberale: compromessi, trasformismo, equilibrismo, rinvio sine die delle soluzioni da dare a problemi scottanti, e via di seguito. Ma esso ereditò anche una struttura burocratica di prim’ordine (basti pensare ai prefetti) alla quale il Duce non mancherà più volte di tessere pubblici elogi. Solo i quadri burocratici delle ferrovie e delle poste, settori pubblici che nei primi anni del dopoguerra avevano visto il consolidarsi di posizioni rivoluzionarie, vennero senz’altro liquidati e sostituiti con materiale umano più in armonia con il regime. Tanto più che ormai i treni arrivavano in orario! In ogni caso, Mussolini non si faceva illusioni, almeno agli inizi degli anni Trenta, prima dell’ubriacatura “imperiale”, sulle conquiste ottenute dal fascismo: «Abbiamo attuato in Italia quel che è realizzabile nella fase attuale. […] Ogni rivoluzionario diventa in un determinato momento conservatore» (8).

Un tasso particolarmente alto di continuità con la tradizione liberale (da Francesco Crispi, ma anche prima, a Giovanni Giolitti) si registrò nei ranghi del Regio Esercito, tutt’altro che frastornato o intimidito dalla Milizia fascista, la quale molto abbaiava, soprattutto in occasione dei suoi virili riti celebrativi in onore della Patria Fascista, ma pochissimo mordeva – se non i polpacci dei nemici del regime, si capisce. Tra «Fascio e stellette» furono queste ultime ad avere la meglio. Nelle parole del «fascista critico» Giuseppe Bottai, citate da Melis, si coglie il disappunto dei fascisti duri e puri per la situazione che si era creata: «Guardo questo irresponsabile (un ufficialetto sedentario al ministero della Guerra) fatto responsabile da questo meccanismo d’irresponsabilità in cui ci siamo cacciati». Era il 17 novembre 1940, in pieno marasma greco, quando Mussolini si vide costretto a subire l’intervento delle armate tedesche per evitare un completo disastro. «Spezzeremo le reni alla Grecia!». Come no!

Soppressa la vecchia “dialettica parlamentare” incardinata sui tradizionali partiti di massa, rimaneva la necessità di offrire una sponda politica agli interessi che si sviluppavano nel corpo sociale, e questa incombenza costringeva il regime ad allontanarsi dai rigidi schemi politici che scaturivano da un’interpretazione ortodossa dell’ideologia totalitaria. Suo malgrado, il fascismo doveva essere tutt’altro che monolitico. La stessa accettazione della Monarchia, che diede vita a una «diarchia» forse fin troppo sottovalutata dagli storici, e gli accordi stipulati con il Vaticano testimoniano l’esistenza di una sorta di “pluralismo” politico, istituzionale e ideologico; un “pluralismo” di fatto, e in qualche misura anche di diritto, che certamente si esercitava nei limiti tracciati dal regime. Non bisogna dimenticare che i Patti Lateranensi del 1929 rafforzarono non poco la posizione della Chiesa nella società italiana, minando di fatto quel monopolio ideologico sulle coscienze e sulle anime cui aspirava il fascismo ideologico, impegnato a costruire l’Uomo Fascista.

Com’è noto, sulla base di questa complessa realtà Hanna Arendt sostenne che il fascismo, almeno fino al 1938, «non fu un vero regime totalitario, bensì una comune dittatura nazionalistica, nata dalle difficoltà di una democrazia multipartitica» (9). Nazismo tedesco e «comunismo russo» (leggi stalinismo) ebbero invece, per la  Arendt, la natura di autentici regimi totalitari.

Il Partito fascista si impadronì dello Stato, o non fu piuttosto quest’ultimo a impadronirsi del primo per continuare a svolgere le proprie funzioni nelle mutate condizioni storiche? La risposta che La Macchina imperfetta dà ci costringe a chiederci, insieme al suo autore, se non sia più corretto parlare di «Stato nel fascismo», piuttosto che di «Stato fascista». Più che di un «fascismo eterno», per riprendere la nota tesi di Umberto Eco, dovremmo forse parlare di uno “Stato eterno”. La natura sociale (capitalistica) di questo Stato è qui data per scontata. Il fascismo insomma non riuscì a fascistizzare completamente lo Stato, lo Stato profondo, per usare un concetto oggi assai usato nell’analisi politica e geopolitica, ma piuttosto ne subì l’influenza.

Forse niente rende meglio il concetto di continuità dello Stato attraverso l’avvicendarsi dei regimi politico-istituzionali, dell’annotazione che si può leggere sul frontespizio di un fascicolo trovato, scrive Melis, fra le carte della Presidenza del Consiglio conservate in una busta intestata «Consiglio dei ministri» (recante la data 31 luglio 1943): «Non ha avuto luogo per mutamento del Ministero». Evidentemente la burocratica annotazione, vergata frettolosamente e senza alcuna particolare cura “estetica”, come ci informa Melis, si riferisce agli eventi che portarono alla drammatica quanto miserevole caduta del regime fascista, derubricata da un anonimo servitore dello Stato a mero avvicendamento governativo. Insomma, i regimi politici passano, lo Stato resta. «La macchina statale va avanti sempre, automaticamente, e nessun braccio può d’un tratto fermarla» (10); si tratta, infatti, non di arrestarla, ma, marxianamente (11), di annientarla senz’altro in quanto macchina al servizio della classe dominante al di là dei regimi che si susseguono nel tempo.

Scrive Melis: «Il decisore supremo decideva, certo. Ma decideva sulla base di un’articolazione di poteri più vasta di quanto talvolta non si sia ritenuto e ponderando interessi di gruppo, spinte politiche, soluzioni tecniche, opportunità del momento». Il passaggio dal concetto alla prassi, dall’idea alla sua applicazione nella gestione quotidiana del potere, dall’immagine alla realtà, per riprendere il sottotitolo del libro di Melis, si compì insomma lungo vie tutt’altro che lineari e coerenti con le indicazioni di marcia fissate a tavolino. In questo senso il regime fascista può essere definito, secondo lo storico sardo, nei termini di una macchina imperfetta, e questa imperfezione si mostrerà in tutta la sua reale dimensione nei momenti critici che porteranno alla catastrofica caduta del Regime, che solo qualche anno prima appariva solidissimo.  «Un totalitarismo sempre annunciato e mai interamente realizzato, un sistema di istituzioni imperfetto, fatto di vecchi e nuovi materiali confusamente assemblati senza un progetto lineare, con un’evidente vocazione, nei momenti cruciali della ricostruzione dello Stato, al compromesso tra vecchio e nuovo». Alla fine del Secondo macello mondiale, il tentativo di conciliare «vecchio e nuovo» passerà nelle mani della Repubblica postfascista.

Vecchio e nuovo ebbero dunque modo di convivere abbastanza pacificamente e proficuamente, dando corpo a quello che potremmo definire “fascismo reale”. Occorre anche dire, per concludere davvero, che il concetto di regime autoritario (o dittatoriale) imperfetto non è nuovo, ma risale a Emilio Gentile, che parlò di «totalitarismo monco», a Renzo De Felice (12) e a Giovanni Sabbatucci, che parlò di «totalitarismo imperfetto». Nel suo libro di grande successo (e di poca cura quanto a date e citazioni) M. Il figlio del secolo (Bompiani, 2018), Antonio Scurati sostiene la necessità di una rifondazione dell’antifascismo: «L’antifascismo non regge più ai tempi nuovi […], va ripensato su nuove basi». Ecco, anche con questa modesta e abborracciata riflessione ho cercato di dare il mio contributo alla rifondazione dell’antifascismo, che io concepisco in termini radicalmente anticapitalistici.

(1) B. Croce, Elementi di politica, 1924, pp. 19-20, RCS Quotidiani, 2011.
(2) «Per il fascismo le teorie sono ideologie piacevoli che bisogna improvvisare e subordinare alle occasioni. Le avventure riescono più seducenti che le idee, e queste perdendo la loro dignità e autonomia sono ridotte a funzioni servili» (P. Gobetti, La rivoluzione Liberale, 1924, p. 209, RCS Quotidiani, 2011).
(3) B. Mussolini, E. Ludwig, Colloqui con Mussolini, 1932, p. 129Arnaldo Editori, 1965.
(4) K. Marx, Discorso sulla questione del libero scambio, in Opere Marx-Engels, VI, p. 482, Editori Riuniti, p. 1973.
(5) «Per fare un esempio, il fascismo in Italia non è stata una parentesi, ha avuto complesse radici economiche e sociali, e ha lasciato un segno indelebile, ci ha lasciato comunque un’eredità che pesa ancora. Oggi ci stupiamo che negli anni ’20 e ’30 in Italia “tutti” fossero fascisti; come ci stupiamo che in Germania “nessuno” vedesse i delitti di Hitler e del nazismo. Sperando di non venire frainteso, direi che il fascismo ha cambiato l’Italia nel male e nel bene. Non è necessario che mi dilunghi sul male. Ma il fascismo anticipò quell’intervento dello Sato nell’economia che sarebbe poi diventato una caratteristica generale dello Sato moderno: per fare solo un esempio, l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) fu istituito nel 1933 per salvare le prime 3 banche italiane, due mesi dopo Roosevelt copiò l’idea, poi giocò un ruolo fondamentale nella ricostruzione postbellica, ed è stato sciolto solo nel 2002. Il fascismo creò il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche). In ogni caso, non ci siamo mai veramente “liberati” dal fascismo, basti pensare che la burocrazia italiana è rimasta quella e ha continuato (e continua) a condizionare pesantemente il nostro Paese» (A. Baracca, Pressenza). Ho il sospetto che Baracca consideri un cambiamento «nel bene» l’interventismo statalista inaugurato dal fascismo. Come diceva quello, a pensar male si fa peccato ma a volte…
(6) B. Mussolini, E. Ludwig, Colloqui con Mussolini, p. 154-155.
(7) «Quel fascismo lì in Italia venne travolto dalle bombe lanciate dagli americani sul Quartiere San Lorenzo, i cui 3000 morti costituiscono l’antefatto della riunione del Gran Consiglio del fascismo il 25 luglio del 1943, quando la gran parte dei capi storici del fascismo decise di votare contro il Duce e contro la continuazione della guerra. Quella sera il fascismo italiano è morto. La Repubblica di Salò, che senza l’appoggio delle armate tedesche non sarebbe durata nemmeno un’ora, è tutt’altro fenomeno e tutt’altro comparto storico-politico» (G. Mughini, Dagospia). Qui Mughini polemizza con i suoi colleghi di sinistra che parlano di «ritorno del fascismo» e proclamano l’urgenza di una nuova (ennesima!) Resistenza. Se sostengo che il regime oggi all’ordine del giorno non ha niente a che vedere con il regime fascista storicamente considerato, sto forse dicendo che il regime in fieri di cui molti parlano è meno reazionario, dal punto di vista politico e sociale, di quello fascista? Ovviamente no; sto solo affermando un’assoluta ovvietà, e cioè che si tratta di regimi politico-istituzionali diversi, collocati in contesti storico-sociali diversi. Ciò che accomuna questi due regimi, come del resto accomuna tutti i regimi, del passato, del presente e del futuro, sorti sulla base della società capitalistica, è la loro natura storico-sociale, ossia il fatto di essere questi regimi al servizio delle classi dominanti, o delle fazioni più forti e vincenti di esse. Dal mio punto di vista l’asserita diversità dal fascismo non attesta affatto un giudizio meno severo e definitivo circa i regimi di diversa connotazione politico-ideologica. La ricerca di una caratterizzazione politico-istituzionale di un regime che sia quanto più corretta possibile, non risponde a un’esigenza astrattamente dottrinale, ma serve piuttosto a calibrare meglio la critica politica nei confronti di quel regime, a coglierne gli aspetti essenziali, senza arrestarsi alla sua fenomenologia politico-ideologica, che si tratta appunto di ricondurre ai dati sociali e politici essenziali, così che la critica possa essere quanto più credibile agli occhi delle classi subalterne, le quali sono spinte dalle loro stesse condizioni sociali a dar credito alla propaganda dei politici al servizio dello status quo sociale. Il problema non è il «ritorno del fascismo» ma la continuità del regime sociale capitalistico attraverso i diversi regimi politico-istituzionali.
(8) B. Mussolini, E. Ludwig, Colloqui con Mussolini, p.87.
(9) H. Arendt, Le origini del totalitarismo, p. 358, Einaudi, 2009.
(10) B. Mussolini, E. Ludwig, Colloqui con Mussolini, p.75.
(11) «La classe operaia non può mettere semplicemente la mano sulla macchina dello Stato bella e pronta, e metterla in movimento per i propri fini» (K. Marx, La guerra civile in Francia, p. 109, Newton, 1973).
(12) «La politica di Mussolini, è il risultato di una politica che – volente o nolente – tende a fare del fatto fascismo solo la sovrastruttura di un potere personale, di una dittatura, di una linea politica che per molti aspetti diventa sempre più eredità di una tradizione» (R. De Felice, Intervista sul fascismo, p. 29, Laterza, 1976).

3 pensieri su “LA PERFETTA CONTINUITÀ DELLO STATO. OVVERO: LO STATO ETERNO

  1. i primi elementi di stato profondo, il verso istituzionale, li troviamo all’ epoca di Luigi XIV

    cioè prima ancora che ci fosse lo stato borghese (in costruzione) c’ era già un architettura statale poco permeabile e resiliente alla volatilità politica. c’ erano pur sempre specifici territori da sfruttare e difendere

    ma la necessità istituzionale risponde anche ad altro, al legittimità per esempio

    la domanda successiva è che relazioni tra stato profondo e volatilità economica, questo conferma e specifica alcune cose che dici

    https://drive.google.com/file/d/1nAVFPs2QKd-tbQkiqPVQ3sHpUalBBJ–/view?usp=sharing

  2. Pingback: CAMPANE A MORTE PER LA DEMOCRAZIA? IO NON PIANGO! | Sebastiano Isaia

  3. Pingback: RICORDARE E – SOPRATTUTTO – CAPIRE | Sebastiano Isaia

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