PER UNA STRETTA DI MANO…

In fondo il (cosiddetto?) Premier italiano ieri, nella conferenza stampa di fine Conferenza, è stato sincero, e ha peraltro usato un espediente retorico che davvero rappresenta un minimo sindacale di autodifesa politica e di diplomazia: «Se la misura del successo è di dire che oggi a Palermo abbiamo trovato la soluzione a tutti i problemi della Libia, la Conferenza è un insuccesso». Ma chi poteva pretendere dal meeting di Palermo «la soluzione a tutti i problemi della Libia»? Solo uno sciocco, è evidente. I risultati vanno insomma commisurati con le aspettative, le quali devono essere sempre realistiche, soprattutto quando si tratta di problemi connessi con la geopolitica, in generale, e con la Libia in particolare. Questo, credo, sia il succo concettuale della dichiarazione di Conte.

Quali obiettivi si proponeva dunque di centrare il Governo italiano organizzando l’ambiziosa Conferenza di Palermo sulla Libia? In primo luogo si trattava quantomeno di pareggiare i conti con la Francia, la quale negli ultimi anni ha fatto di tutto per creare problemi all’imperialismo concorrente in Libia (e non solo), cioè all’Italia, che da parte sua ha sempre rivendicato per sé un ruolo, economico e geopolitico, di primissimo piano in quel disgraziato Paese, peraltro in gran parte una creazione artificiale di Roma – attraverso l’accorpamento di tre “macro-regioni”: Cirenaica, Tripolitania, Fezzan.

La volontà dell’Italia di segnare il goal del pareggio con la Francia si è materializzata con l’ormai “mitica” foto che racconta la stretta di mano tra Khalifa Haftar, “l’uomo forte della Cirenaica”, e il suo concorrente Fayez al-Serraj, l’uomo debole di Tripoli, alla presenza del sempre sorridente (pare su suggerimento dell’inquietante Rocco Casalino) Giuseppe Conte. Il generale Haftar ha giocato una partita tutta sua, spregiudicata al limite della sfacciataggine e della provocazione (in continuità del resto con la trazione libica: vedi l’ex rais Gheddafi, “il pazzo di Tripoli”). Non partecipando alla Conferenza («Non parteciperemo alla conferenza neanche se durasse cento anni. Non ho nulla a che fare con tutto questo») ma incontrandosi con le rappresentanze politico-diplomatiche dei Paesi che lo sostengono (Russia ed Egitto, in primis), e accreditandosi come soggetto chiave e imprescindibile nell’intrigo libico, Haftar ha certamente vinto la sua “personale” partita, cosa che costituisce di fatto,  “oggettivamente”, una sconfitta per al-Serraj, il quale ha dovuto anche subire il chiaro avvertimento lanciatogli dal rivale cirenaico: «Non si cambia il cavallo mentre si attraversa il fiume», dichiarazione che equivale a una dichiarazione di guerra differita nel tempo – si parla dell’aprile del prossimo anno. Per adesso rimani in sella, domani si vedrà! Il tempo sembra infatti giocare a favore di Haftar, che controlla con pugno di ferro la Cirenaica grazie al sostegno di russi, egiziani e francesi.

L’indebolimento di al-Serraj si può leggere anche seguendo il comportamento della Turchia, la quale ha abbandonato la scena della foto-opportunity finale per segnalare il suo “rammarico” e la sua “delusione” per come sono andate le cose a Palermo. Com’è noto, la Turchia sostiene attivamente l’uomo debole di Tripoli, anche attraverso quella Fratellanza Musulmana che invece è fortemente invisa all’Egitto, che appoggia Haftar, il quale a sua volta considera appunto la Fratellanza come un covo di terroristi al pari di al-Qaida. Per Stefano Stefanini (La Stampa) «sono i fratelli musulmani  il nuovo ostacolo alla stabilità della Libia». La verità è che dal 2011 la crisi libica crea “ostacoli” in quantità industriali ovunque e comunque la si guardi.

«La crisi libica», ha dichiarato il vicepresidente turco Fuat Oktay abbandonando il meeting palermitano, «non si risolverà se pochi continuano a tenere in ostaggio il processo politico per i loro interessi. Coloro che hanno creato le attuali condizioni in Libia non possono essere quelli che salvano il Paese». Verissimo. Solo che tra quei «pochi» bisogna menzionare la stessa Turchia, i suoi interessi geopolitici che si scontrano con quelli dell’Egitto e della Russia. Già da anni gli analisti geopolitici parlano di una riedizione dello storico scontro tra Impero Russo e Impero Ottomano. I tempi cambiano, le aspirazioni imperiali (oggi imperialistiche) dei Paesi rimangono e si rafforzano. D’altra parte è regola universalmente valida quella che vede il rappresentante degli interessi di un dato Paese vedere e denunciare solo gli interessi dei Paesi concorrenti, per cui il “vittimismo” del rappresentante turco non deve stupire.

La Russia conferma il suo ruolo di protagonista fondamentale nel grande gioco che coinvolge l’area del Medio Oriente e del Nord’Africa, e gli ammiccamenti di Roma rivolti alla numerosissima delegazione russa convenuta nel capoluogo siciliano vanno letti anche come segnali rivolti alla Francia e alla Germania, segnali intesi a comunicare a quei Paesi che l’Italia oggi può contare sul sostegno di Mosca, e non solo sulla Libia. Per Piero Ignazi (La Repubblica) «L’Italia all’estero gioca da sola», e sconta il suo ricercato isolamento da Bruxelles; l’esigenza di trovare delle sponde credibili nello scacchiere internazionale è dunque molto forte, e ciò espone il Paese al rischio di stringere alleanze molto pericolose.  La verità è che come sempre Roma cerca di giocare su diversi tavoli, e ciò è tanto più vero oggi, nel momento in cui lo scenario internazionale appare quanto mai fluido, confuso, di difficile interpretazione, se non per il breve (o brevissimo!) periodo. I tempi della geopolitica si sono fatti «interessanti», per dirla con il Presidente degli Stati Uniti, il quale ultimamente se l’è presa con Macron: «Il presidente francese Macron ha appena suggerito che l’Europa costruisca un suo esercito per proteggersi dagli Stati Uniti, dalla Cina e dalla Russia. Si tratta di un insulto. Forse l’Europa dovrebbe prima pagare la sua giusta quota alla Nato, che gli Stati Uniti sovvenzionano in gran parte!». Non c’è dubbio, si tratta davvero di tempi molto “interessanti”…

In conclusione, per gli interessi italiani la Conferenza di Palermo sulla Libia ha avuto successo o no? il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? La parola al Premier italiano: «A me spetta fare il Primo Ministro, non il notista politico. Lascio a voi valutare liberamente se la Conferenza è stato un successo o meno. È un incontro che ha fatto emergere un’analisi largamente condivisa da parte dei libici delle sfide da affrontare, le abbiamo messe a fuoco insieme, ne è nata un’analisi condivisa sui problemi e un’ampia condivisione da parte della comunità internazionale». Tradotto: l’esito della Conferenza va scoperto solo vivendo.

Aggiunta del 15 novembre 2018

Prime verifiche

Nuovi disordini a Tripoli. La Settima brigata occupa lo scalo internazionale. Per Francesco Semprini (La Stampa) «dietro l’azione alle porte della capitale, c’è la delusione per i risultati della Conferenza di Palermo». «Chiusi i lavori della conferenza di Palermo, la Libia torna protagonista in casa propria con una serie di azioni e reazioni corollario dei deboli teoremi formulati al vertice siciliano. È la Settima brigata a farsi sentire di nuovo dopo mesi di quiete seguita agli scontri che hanno travolto la capitale tra la fine di agosto e i primi di settembre. Si tratta dei cosiddetti “insorti” di Tarhuna», un gruppo sponsorizzato dalla Turchia. «Secondo alcune fonti i miliziani sarebbero appoggiati dalla brigata di Salah Badi, un deputato di Misurata diventato capo milizia, considerato da mesi un “cane sciolto” ma molto vicino agli islamisti armati e soprattutto vicinissimo alla Turchia. […] Una interpretazione che gira fra alcuni analisti libici è che però l’attacco della Settima Brigata (composta per buona parte anche da ex gheddafiani) possa essere stata una reazione al fatto che alla riunione di ieri mattina fra Haftar e Serraj erano presenti Egitto e Russia, ma non il Qatar. Secondo un analista “questa è la vera protesta della Turchia: hanno visto che Haftar stava guadagnando terreno politicamente, sostenuto dai loro avversari egiziani e con la copertura della Russia e dell’Italia. I turchi possono tranquillamente aver favorito chi ha voluto lanciare un segnale militare sul terreno”» (Rivista Africa).

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