SULL’ATTO DI SOTTOMISSIONE ALLA CINA BY DOLCE & GABBANA

Gli uomini sono molli quando vogliono qualcosa
dai più forti; duri e brutali, quando ne sono richiesti
dai più deboli. È questa la chiave del carattere nella
società come è stata finora.
M. Horkheimer, T. W. Adorno

«Maglione nero e facce tiratissime: così Domenico Dolce e Stefano Gabbana nel video pubblicato sui social dove si scusano dopo le polemiche nate in Cina che hanno portato alla cancellazione dello show previsto a Shanghai. Stefano Gabbana, che dice: “vogliamo anche chiedere scusa a tutti i cinesi nel mondo perché ce ne sono molti e prendiamo molto seriamente questa scusa e questo messaggio”. “Siamo sempre stati molto innamorati della Cina, l’abbiamo visitata, amiamo la vostra cultura e certamente – sottolinea Dolce – abbiamo ancora molto da imparare e per questo ci scusiamo se abbiamo sbagliato nel nostro modo di esprimerci”. Conclude Gabbana: “faremo tesoro di questa esperienza e sicuramente non succederà mai più, anzi proveremo a fare di meglio, rispetteremo la cultura cinese in tutto e per tutto. Dal profondo del nostro cuore vi chiediamo scusa”» (Ansa.it).

Dolce: Vi chiediamo scusa con la faccia sotto i piedi e potete camminare; quelli pensano siamo proprio due umili.
Gabbana: Una bellissima immagine, la nostra faccia sotto i loro piedi e possono muoversi quanto pare e piace loro, e noi zitti sotto.
Dolce: Scusate il paragone di prima tra la pizza e le bacchette, non volevamo minimamente offendervi.  I vostri peccatori di prima con la faccia dove sappiamo.
Gabbana: Gli si è detto…
Dolce: Sempre zitti.
Gabbana: Sempre zitti.

La vicenda che ha visto come protagonisti il duo D&G e la Cina si presta a più commenti, alcuni poco seri, anzi decisamente spassosi, e altri concettualmente un po’ più preganti sotto diversi aspetti – non ultimo quello relativo al moralismo vomitato in queste ore dagli amici italiani del Celeste Imperialismo Cinese, i quali hanno approfittato del randello padronale Made in China per contunderlo sulla testa dei noti stilisti, evidentemente oggetto di non poca invidia sociale, magari celata dietro una miserrima ideologia “anticapitalista”. Fare la “lotta di classe” con l’appoggio dei Carabinieri o usando il randello di questo o quel padrone è evidentemente il destino di molti “comunisti” italioti.

È piuttosto sull’agghiacciante scenografia messa in piedi dai due imprenditori italiani per rendere più credibile il loro atto di sottomissione, la loro “autocritica” nei confronti del Grande Fratello capitalistico cinese, nonché sul loro “linguaggio del corpo”, che vorrei dire due cose, in estrema sintesi e sapendo di pestare i calli di qualche lettore. Pazienza!

Che cosa hanno voluto comunicare D&G ai dirigenti cinesi e alla popolazione di quel grande Paese, una popolazione peraltro sempre più intossicata di propaganda nazionalista e revanscista? Di più: che tipo di Cina hanno inteso evocare i due simpatici (c’è dell’ironia, lo giuro!) personaggi per far comprendere all’interlocutore che il messaggio è arrivato alle loro sofisticatissime orecchie forte è chiaro? Inutile girarci intorno: la scenografia ricorda fin troppo bene i processi stalinisti e maoisti, e il linguaggio del corpo comunica un solo, inequivocabile concetto: la piccolezza e la debolezza di chi disgraziatamente viene a trovarsi nella problematica (diciamo così!) situazione di dover giustificare il proprio comportamento dinanzi al Moloch. I capitali in ballo sono tanti («il mercato del lusso del Dragone vale oltre 500 miliardi di yuan annui, circa 72 miliardi di dollari,  pari a quasi un terzo del valore che il settore registra a livello mondiale», scrive l’Ansa), e i due imprenditori italiani hanno dovuto abbandonare subito ogni velleità suggerita dall’orgoglio radicato in una prestigiosa marca; ma forse in questa foga “autocritica” essi sono andati incontro a un eccesso di difesa, per così dire, un eccesso che probabilmente non verrà colto da Pechino. Può anche darsi che a Pechino quell’eccesso vada benissimo, semplicemente perché esso si sposa con la realtà cinese e con il “messaggio” che i Cari Leader intendono comunicare all’opinione pubblica interna e internazionale. Con la Cina non si scherza!

I due personaggi hanno offeso con una serie di luoghi comuni (sull’Italia: pizza, spaghetti e cannolo siciliano «troppo grosso per lei», e sulla Cina: bacchette e ammiccanti donne dal fascino orientale), e si sono difesi evocando altri luoghi comuni: il Processo del Popolo. D’altra parte, in tempo di populismo… Ma non è detto che la difesa non sortisca effetti positivi, magari non subito, magari insieme ad altri atti di sottomissione concordati con i dirigenti cinesi. Vedremo.

Scrive Giulia Pompili: «La lezione che la Cina ha dato al lusso made in Italy è questa: possiamo chiudere tutte le porte quando ci pare, anche se siete un colosso internazionale» (Il Foglio). Di qui, per la Pompili, l’esigenza di una comunicazione pubblicitaria che tenga conto delle tradizioni culturali dei Paesi che si intendono conquistare con i marchi italiani. È la stessa preoccupazione espressa sul Manifesto da Simone Pieranni: «La figuraccia del marchio italiano può anche diventare un evento su cui soffermarsi, ragionando su quanto si conosce in Italia della Cina. Benché non manchino i tentativi, l’Italia è ancora preda di un incredibile orientalismo, ovvero quella prassi di pensare ai paesi lontani come fossero una proiezione del proprio immaginario. […] Significa, in pratica, non conoscere il proprio target, errore fatale per chi si muove su immaginari, advertising, potere del brand». Essendo io un anticapitalista “a 360 gradi”, poco mi curo dell’errore fatale di comunicazione commesso da D&G: non ho insomma suggerimenti da dare al responsabile del marketing di Dolce & Gabbana – magari se mi pagassero, potrei fare qualcosina…

Piuttosto mi interessa quel che dice Pieranni a proposito del caso in oggetto come «termometro di una situazione interna assatanata in fatto di patriottismo»: «In trent’anni la Cina è passata da una situazione di estrema povertà a quella di potenza mondiale, ormai in procinto di diventare numero uno al mondo e determinare i destini anche di altre zone del mondo. Questa crescita economica ha visto il ritorno di un nazionalismo forte, basato su una sorta di sentimento di rivincita». Tra l’altro l’imperialismo cinese inizia a manifestare l’intenzione di esportare anche il modello politico, ideologico e culturale con caratteristiche cinesi, naturalmente rendendolo adattabile alle specificità locali – o periferiche, secondo la concezione chiamata tutto-sotto-il-cielo (dinastia Zhou) che colloca la Cina al centro del mondo. Già da qualche parte in Italia si sostiene con entusiasmo che l’etica confuciana è più rispettosa della donna, della famiglia, della gerarchia sociale, del lavoro e di quei tanti valori etici ormai “traditi” dall’Occidente.

D&G forti con i deboli e deboli con i forti: è questa la lezione che ci viene dal caso in questione? Certamente. Ma a mio avviso non è questa la chiave di lettura più interessante, anche se posso capire – ma non condividere – la reazione di chi ha in antipatia i due “simpatici” personaggi. Sul piano personale essi non mi fanno né caldo né freddo, come si dice dalle mie parti. Io immagino piuttosto un operaio, un ladro, un campagnolo, uno studente, un dissidente politico (magari di etnia uigura) che viene “attenzionato” dal Celeste Moloch e trascinato in giudizio: come deve sentirsi il malcapitato? Come un’assoluta nullità che può solo confidare nella magnanimità dei suoi padroni. «Pochi giorni fa in Cina sono scomparsi un vescovo e un gruppo di catechisti. I cinesi non chiederanno scusa e nessuno chiederà loro di farlo, tantomeno il Vaticano fresco firmatario di un accordo che mette la Chiesa cinese nelle mani del Partito comunista cinese. Era già scritto nel libro di Siracide: “Il ricco commette ingiustizia e per di più grida forte, il povero riceve ingiustizia e per di più deve scusarsi”» (C. Langone, Il Foglio). Nella Neolingua si chiama “Partito comunista cinese” ciò che nella Mialingua si chiama Partito capitalista cinese. Ma questo è un altro discorso.

Un pensiero su “SULL’ATTO DI SOTTOMISSIONE ALLA CINA BY DOLCE & GABBANA

  1. Pingback: L’ECCEZIONALISMO CINESE TRA MITO E REALTÀ | Sebastiano Isaia

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