L’ECCEZIONALISMO CINESE TRA MITO E REALTÀ

Con qualche anno di ritardo (meglio tardi…), il Professorone Ernesto Galli della Loggia scopre l’intima natura (compendiabile nel concetto di dominio del Capitale sull’intera prassi sociale) della società capitalistica al tempo della sua fase imperialistica di sviluppo, per dirla con Lenin. Leggiamo (della Loggia, non Lenin!): «Il caso ormai notissimo occorso a Dolce & Gabbana – la casa d’alta moda italiana spinta a chiedere scusa al popolo cinese per una sua pubblicità giudicata offensiva da quel Paese – getta luce su una cruciale trasformazione che è iniziata da tempo ma che in questo inizio del XXI secolo sta assumendo proporzioni impreviste soprattutto in seguito alla globalizzazione. Mi riferisco alla crescita esponenziale del peso dell’economia nel sistema delle relazioni e delle organizzazioni internazionali: un fenomeno che ancora una volta sembra rivolgersi a danno soprattutto dell’Europa. Naturalmente l’economia ha sempre costituito un elemento determinante nel definire la potenza di un Paese, e l’arma economica è sempre stata usata in vari modi (sanzioni, embargo, limitazioni commerciali, ecc). Negli ultimi venti anni, però, le cose stanno velocemente cambiando o sono già cambiate, e il protagonista assoluto di questo cambiamento è la Cina» (1). Insomma, il Nostro professorone registra l’ulteriore rafforzamento della natura sociale della vigente società, la quale ha ormai i confini dell’intero pianeta (anche grazie alla penetrazione del Capitale cinese in Africa) (2), perché sollecitato da una legittima (dal suo punto di vista) preoccupazione confermata da molte vicende e da molti segnali: l’inarrestabile ascesa del Celeste Imperialismo sulla scena della competizione globale (economica, scientifica, tecnologica, politica, ideologica) ai danni del Capitalismo/Imperialismo occidentale.

Rispetto al prestigioso editorialista del Corriere della Sera, chi scrive nutre preoccupazioni d’altro genere, che ruotano intorno al problema che segue: «Col pieno trapasso del dominio alla forma [capitalistica], mediata deal commercio e dal traffico, e ancor di più dall’industria, ha luogo un mutamento [sostanziale]. L’umanità si lascia asservire, anziché dalla spada, dall’apparato colossale, che alla fine, peraltro, torna a forgiare la spada» (3). Qui per apparato colossale bisogna intendere ovviamente la Società-Mondo dei nostri pessimi giorni, e non solo la Cina: nel XXI secolo tutta la Terra giace infatti sotto il plumbeo cielo del rapporto sociale capitalistico, il quale, è sempre bene ricordarlo, è un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento, a prescindere da quanto ci ritroviamo – o non ci ritroviamo… – in busta paga alla fine del mese.

Sul grottesco, quanto significativo, “incidente diplomatico” occorso a Dolce & Gabbana, mi è venuto in mente quanto scrissero negli anni Quaranta del secolo scorso Horkheimer e Adorno: «Gli uomini sono molli quando vogliono qualcosa dai più forti; duri e brutali, quando ne sono richiesti dai più deboli. È questa la chiave del carattere nella società come è stata finora» (4). Ma chiudiamo la breve parentesi “esistenzialista” e continuiamo la citazione dellaloggiana.

«La Cina è oggi in grado di adoperare l’arma economica suddetta come mai è accaduto prima grazie ad almeno quattro fattori: 1) l’enormità smisurata del suo mercato interno che assommando a poco meno di un quarto dell’intera popolazione mondiale è decisivo per lo smercio adeguato di molte produzioni di altri Paesi; 2) il bassissimo costo del lavoro che fa del Paese un luogo ambitissimo di delocalizzazione per un gran numero di industrie occidentali. Poi gli altri fattori: 3) la crescita vertiginosa di una produzione manifatturiera competitiva che ormai si è spinta anche nei settori ad alto contenuto tecnico; 4) l’accumulo nelle mani dello Stato di un forte potere dirigistico e insieme di un’immensa quantità di risorse finanziarie (le riserve cinesi, ammontanti a 3.200 miliardi di dollari, sono le maggiori del mondo). Se non sbaglio è la prima volta nella storia che questi quattro fattori appaiono riuniti insieme. Si tratta di una novità che corrisponde all’altra assoluta novità storica incarnata dalla Cina: e cioè quella di un Paese che vede la presenza contemporanea di un’economia in tutto e per tutto di tipo capitalistico da un lato, ma dall’altro di un sistema politico dittatoriale che non solo detiene importanti strumenti di orientamento economico ma che, non riconoscendo alcun diritto di libertà individuale e collettiva, è di fatto padrone della vita e della morte dei suoi cittadini. In Cina anche il miliardario proprietario legale delle più grandi ricchezze, detentore del massimo potere economico, può in pratica sparire dalla sera alla mattina nel buio di una galera del regime senza che egli possa fare realmente nulla per ritornare a vedere la luce». Sono contento perché ancora dall’articolo di della Loggia non è venuto fuori nessun riferimento a un supposto (fantomatico) “socialismo con caratteristiche cinesi”: è già qualcosa! Come si vede, ho imparato ad accontentarmi di poco, di pochissimo, quasi di nulla: che tempi!

Non c’è dubbio che le caratteristiche strutturali e istituzionali della società cinese sono state tali da aver creato una Potenza capitalistica davvero eccezionale, e gli Stati Uniti fanno bene, dal loro punto di vista, a individuare nella Cina il loro nemico strategico di gran lunga più pericoloso nel medio e lungo periodo. Molti analisti geopolitici e non pochi militari americani danno per molto probabile un conflitto armato, più o meno esteso, tra USA e Cina entro i prossimi tre anni; il “punto caldo” è individuato nell’area capitalisticamente più forte e dinamica del XXI secolo, quella bagnata dal Mar Cinese Meridionale. «Il comandante del United States Fleet Forces Command è molto sincero. La Cina ha raggiunto un tale livello di radicamento delle proprie basi navali in tutte le aree marittime disputate, che è sostanzialmente impossibile fare in modo che il controllo di quelle aree da parte cinese sia messo a repentaglio. Ed è in particolare il Mar Cinese Meridionale a preoccupare il comandante delle flotte statunitensi. “Una volta occupato, la Cina sarà in grado di estendere la sua influenza a migliaia di chilometri a sud e proiettare la potenza in profondità fino in Oceania”, ha scritto l’ammiraglio Philip S. Davidson. “Le forze armate cinesi saranno in grado di utilizzare queste basi per sfidare la presenza degli Stati Uniti nella regione, e qualsiasi forza dispiegata dalla Cina nelle isole finirebbe facilmente per sopraffare le forze militari di qualsiasi altro pretendente sul Mar Cinese Meridionale. In breve, la Cina è ora in grado di controllare il Mar Cinese Meridionale in tutti gli scenari, al netto di una guerra con gli Stati Uniti“. Le frasi di Davidson non sono da sottovalutare. Finora gli Stati Uniti e gli alleati del pacifico avevano parlato della Cina come superpotenza che metteva a rischio la libertà di navigazione. Il Pentagono ha sempre parlato della minaccia nelle rotte commerciali asiatiche e di pericoli derivanti dalla presenza militare cinese. Adesso l’ammiraglio Davidson dice qualcosa di diverso. In sostanza, ammette la sconfitta strategica degli Stati Uniti nel Pacifico. Per il sistema di alleanze degli Usa nel Pacifico, questa ammissione significa che è necessario uno sforzo maggiore da parte di tutti» (5).

Se per l’ex ministro del Tesoro di George W. Bush, Hank Paulson, «Sta calando una nuova cortina di ferro tra Usa e Cina, viviamo la Seconda Guerra Fredda», il vegliardo ma ancora lucidissimo Henry Kissinger «confessa a Singapore che l’Occidente non ha una strategia per evitare lo scontro con la Cina. America ed Europa sono divise dai risorti nazionalismi. Kissinger teme l’AI, come un altro Premio Nobel, il filosofo Bertrand Russell, temeva gli ordigni atomici, e in un saggio sulla rivista The Atlantic ammonisce che i computer razionali potrebbero cancellare le conquiste dell’Illuminismo: democrazia, tolleranza, società aperta. […] Sul fronte Intelligenza artificiale, per Kissinger si inquadrano tutte le frizioni Washington-Pechino, dalla tensione navale nel Mar Cinese Meridionale ai dazi e tariffe. Fanno cornice la mesta impotenza europea e la crescente influenza giapponese, potenza autonoma» (La Stampa). Insomma, la “pace nel mondo” non vive sonni tranquilli, e gli interessi capitalistici dell’Occidente non si sentono benissimo. Qui è il caso di segnalare en passant la solita inversione feticistica del problema: la «cosa triviale» (il computer razionale) «si trasforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile» in grado, nientedimeno, di «cancellare le conquiste dell’illuminismo»! Parlare delle «conquiste dell’illuminismo» nell’epoca del dominio totalitario del rapporto sociale capitalistico (non dell’Intelligenza Artificiale, mister Kissinger) è quantomeno anacronistico, anche se il termine corretto è quello di ridicolo. Sarebbe come parlare della democrazia capitalistica del XXI secolo usando i concetti adeguati a dar conto della democrazia ateniese dei tempi di Pericle: ridicolo!

Per completare (si fa per dire!) il quadro, debbo menzionare anche la scuola di pensiero americana che porta avanti la tesi che potremmo definire del gigante dai piedi d’argilla: nonostante tutto, la Cina è destinata a collassare nel volgere di non molto tempo a causa delle sue tante magagne “strutturali” (decine di milioni di cinesi non ancora raggiunti da una seppur relativa prosperità, problemi etnici, un inquinamento generale dell’ambiente che continua a crescere, ecc.) e “sovrastrutturali” (connesse sostanzialmente all’esigenza di “modernizzare” l’assetto politico-istituzionali del Paese). Per questo bisogna continuare a premere “a 360 gradi” sulla Cina, affrettandone l’implosione. Washington è ormai da un decennio che cerca di tenere insieme le tesi qui esposte brevemente, ed è per questo che la sua politica nei confronti di Pechino (per meglio dire: anche nei confronti di Pechino) appare spesso contraddittoria.

L’eccezionalismo del Capitalismo cinese si mostra in tutta la sua strategica potenza anche nella Belt & Road Initiative («il più ambizioso progetto economico e diplomatico dalla fondazione della Repubblica popolare cinese») e nella China manufacturing 2025, i due grandi piani strategici elaborati dal regime cinese per portare in profondità lo sviluppo economico del Paese e per vincere la sfida economica e tecnologica con gli Stati Uniti.   «Così come accade per tutte le politiche economiche cinesi, anche China 2025 ha un approccio prevalentemente top down. Il governo indica nel dettaglio non solo le tecnologie, ma anche i settori principali d’intervento: l’information technology di prossima generazione, macchine di controllo numerico ad alta tecnologia, robotica, aerospazio e aviazione, attrezzature avanzate per l’ingegneria marittima e ferroviaria, produzione di navi hi-tech, veicoli a basso consumo energetico ed elettrici, macchinari e attrezzature agricole, nuovi materiali, biofarmaceutica e strumenti medicali ad alta performance. Il piano definisce anche quali siano gli obiettivi: dalla riduzione dei costi, all’aumento di qualità e affidabilità, all’istituzione di nuovi centri d’innovazione, alle percentuali di componenti che devono essere prodotti nel paese. Infine, definisce gli strumenti necessari al raggiungimento degli obiettivi indicati» (6). In Cina, chi non riesce a tenere il passo con le esigenze competitive indicate dal Partito-Regime, perde punti, ma letteralmente: vedi l’odioso quanto orwelliano sistema a punti (7), un modello di controllo totale degli individui (a cominciare da chi ha la sventura di vivere di salario) guardato con invidia da tutte le classi dominanti del pianeta.  «Solo il tempo potrà dire se il sistema di credito sociale si trasformerà davvero in una dittatura digitale del ventunesimo secolo. Gli strumenti sono sempre di natura neutra, sta all’essere umano non abusarne e utilizzarli in modo saggio e corretto» (Medium.com). Come commentare questa espressione di commovente ingenuità? Meglio non commentare. In ogni caso rinvio i lettori ai miei diversi scritti sulla natura sociale della tecnoscienza (8).

«D’altra parte», continua della Loggia, «egualmente degno di nota è il fatto che l’espansionismo cinese, proprio perché fondato in così ampia misura sul potere dei soldi e sui meccanismi del mercato – ormai assurti anche da noi al rango di divinità indiscutibili – non susciti neppure nell’Europa cristiana, liberale e socialdemocratica, alcuna apprezzabile critica e tanto meno una qualche opposizione significativa». Qui mi metto a ridere! Ma se è stato l’Occidente (cristiano, liberale e socialdemocratico) a indicare, con le “buone” e con le cattive maniere, a tutti i Paesi del pianeta la strada da battere! Già il vecchio barbuto di Treviri aveva detto chiaramente come sarebbero andate a finire le cose, e lo disse partendo dal semplice concetto di Capitale – che io insisto a scrivere con la “c” maiuscola per un gusto estetico e soprattutto per alludere a una costellazione di concetti a esso in qualche modo connessi che ne illuminano il carattere di potenza sociale che domina le nostre vite. Più storia e meno ideologia, signor Professore! Anzi, professorone.

Per Carlo Pelanda, un altro professorone, solo «le democrazie alleate possono contenere l’imperialismo cinese»: «Gli Usa non riusciranno a fermare da soli il capitalismo autoritario di Pechino, ma la coalizione con l’Ue può vincere. Molte democrazie, tra cui quella italiana, tacciano perché la Cina è abile nell’offrire vantaggi di breve termine e nascondere l’obiettivo imperiale di lungo termine» (9). E come si accorda la necessità di costruire un forte polo imperialista europeo con il miserrimo sovranismo di marca leghista che tanto piace ai lettori della – cosiddetta – Verità? Non si accorda, è ovvio.

(1) Il Corriere della sera, 02/12/2018.
(2) «La Cina del XXI secolo pratica un imperialismo che per molti e decisivi aspetti risponde quasi alla lettera alla caratterizzazione che dell’Imperialismo fece Lenin sulla scorta degli studi di J. A. Hobson, di R. Hilferding e di altri economisti borghesi che si misurarono con le profonde trasformazioni intervenute nel Capitalismo mondiale alla fine del XIX secolo e agli inizi del secolo successivo. L’imperialismo che caratterizza la nostra epoca storico-sociale ha la sua più forte e profonda radice, la sua più irresistibile motivazione e potente spinta propulsiva in un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che per “mantenersi” in vita ha bisogno che la sfera economica si allarghi sempre di nuovo e si approfondisca in ogni direzione, compresa quella che alcuni filosofi chiamano “esistenziale” e taluni sociologi alla moda chiamano “biopolitica”. In altri termini, l’imperialismo moderno ha come sua base fondamentale la competizione capitalistica volta ad assicurare agli investitori pubblici e privati profitti, mercati, materie prime, infrastrutture e quant’altro. Questa spinta e questa proiezione economica, che ha nel capitale finanziario la sua più aggressiva e verace espressione, ha coinvolto sempre più gli Stati nazionali, chiamati a puntellare, proteggere e promuovere gli interessi del capitale nazionale, sempre più organizzato (in trust, monopoli, cartelli) e sempre meno rispondente all’ortodossia libero-scambiata – peraltro più frutto della mitologia liberista e antiliberista, che specchio di una concreta realtà economica. La creazione di “sfere di influenza” e di “spazi” vitali” risponde in primo luogo a processi di natura “strutturale” che non mancano di avere un loro puntuale riscontro politico, militare e ideologico. Ecco, la Cina dei nostri tempi sembra aderire perfettamente, e sempre cambiando quel che c’è da cambiare, al modello “classico” di imperialismo appena abbozzato, e quindi esporta e prepara, insieme ai suoi competitori, le condizioni oggettive dei conflitti bellici e sociali ovunque entrano in gioco i suoi interessi economici e strategici: in Asia, in Africa, in America Latina» (La natura dell’imperialismo cinese).
(3) Horkheimer, T. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, p. 251, Einaudi, 1996.
(4) Ivi, p. 235.
(5) Occhi della guerra.it
(6) Orizzonte Cina.
(7) «Il sistema genererà un rating compreso tra 350 e 950 punti basandosi su cinque fattori (Alibaba non ha divulgato l’algoritmo preciso, ma ha solamente fornito le linee guida che verranno utilizzate per la valutazione personale):

  1. Storia Creditizia, che valuterà se il cittadino è in linea con i pagamenti delle tasse, delle bollette.
  2. Capacità di Adempimento, che valuterà la reale capacità del cittadino di far fronte ai suoi adempimenti fiscali, contrattuali, ecc.
  3. Caratteristiche personali, ossia il controllo delle credenziali di ogni cittadino come indirizzo, numero di telefono, ecc.
  4. Comportamento, che andrà ad indagare, misurare e soprattutto giudicare, ogni abitudine dei cittadini, come l’acquisto di un vestito, di un videogioco, di pannolini. Ad esempio, una persona che gioca troppo ai videogames verrà giudicata come pigra, mentre un assiduo compratore di pannolini, come una persona responsabile, in quanto si suppone, genitore.
  5. Relazioni Interpersonali, quello che gli altri dicono di te è importante e lo sarà anche per il Governo Cinese, che oltre questo valuterà anche la qualità e la tipologia dei tuoi post sui social network: pubblichi articoli a favore del Governo o parli della forza dell’economia cinese? Sesame Credit ti premierà.(Occhi della guerra.it)

(8) Sul potere sociale della scienza e della tecnologia; Robotica prossima futura. La tecnoscienza al servizio del dominio; Capitalismo cognitivo e postcapitalismo. Qualunque cosa ciò possa significare; Capitalismo 4.0. tra “ascesa dei robot” e maledizione salariale; Accelerazionismo e feticismo tecnologico.
(9) La Verità, 02/12/2018.

3 pensieri su “L’ECCEZIONALISMO CINESE TRA MITO E REALTÀ

  1. secondo me hanno gia introdotto il social credit system perchè quei big data sono gestibili al meglio e per contro a testare e quindi sviluppare velocemente gli algoritmi dell’ intelligenza artificiale – test che necessitano di milioni di terabyte per essere minimamente validi

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