SUL TRATTATO DI AQUISGRANA

Commentando il Trattato di Aquisgrana sottoscritto dal Presidente francese e dalla Cancelliera tedesca lo scorso 22 gennaio, Giulio Sapelli ha segnalato un «rapido mutare dei giochi di potenza» e «una decisa proiezione di potenza» da parte del rinsaldato asse Franco-Tedesco. L’una e l’altra cosa si danno, sempre secondo Sapelli, contro gli interessi dell’Unione Europea, in generale, e soprattutto contro gli interessi dell’Italia, la quale si mostrerebbe «incapace di esprimere quello che Dino Grandi chiamava il “peso determinante”, ossia il grado di potenza di cui è in grado di produrre una nazione non abbastanza forte da decidere motu proprio la propria politica estera, ma nel contempo abbastanza forte per potersi inserire nel gioco di potenza in atto (la lezione di Camillo Benso di Cavour, insuperabile stratega) districandosi volta a volta negli equilibri esterni di potenza tra nazioni più potenti, così da perseguire i propri interessi e dar vita a un “peso determinante” nel contesto internazionale» (Il Messaggero).

Ma davvero il Trattato di Aquisgrana, che «integra il trattato del 22 gennaio 1963 tra la Repubblica francese e la Repubblica federale di Germania sulla cooperazione franco-tedesca» (Art. 27), ha disegnano il nuovo ordine europeo, come sostengono diversi analisti geopolitici? Oppure, come ha scritto François Bonnet, «in ampie parti esso è in realtà un semplice “copia-incolla” del trattato del 1963, e che per il resto non fa che formalizzare, pretendendo di rafforzarle, le cooperazioni [tra i due Paesi] che esistono già» (Il Fatto Quotidiano)? Molti non la pensano così e ritengono che con il Trattato Francia e Germania «si sono chiuse a riccio» per blindare lo storico Asse che le unisce dai primi anni Sessanta del secolo scorso. «Come ricordato da Roberto Fabbri su Il Giornale di oggi, l’Unione europea dopo questo trattato sarà molto diversa. Nelle 16 pagine del trattato, infatti, si “arriva a delineare una concertazione talmente profonda tra le politiche dei due Paesi da prefigurare una fusione politica di fatto. Non si tratta di interpretazioni giornalistiche, è tutto messo per iscritto nel trattato”. Per esempio, prosegue Fabbri, “viene esplicitato che Francia e Germania intendono elevare “i loro rapporti bilaterali a un nuovo livello” per essere all’altezza “delle sfide che attendono i due Paesi e l’Europa nel XXI secolo”, sia pure all’interno di “un ordine internazionale fondato sulle regole e il multilateralismo, con al centro le Nazioni Unite”. A tale riguardo, è molto importante notare che nell’articolo 8 si legge che “l’ammissione della Repubblica Federale Tedesca come membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu è una delle priorità della diplomazia franco-tedesca”. Ecco un chiaro passo verso una nuova Europa, con aperta sfida agli equilibri voluti dagli Stati Uniti”». In effetti è forse questo il punto più scottante, innovativo e gravido di conseguenze che personalmente ho rilevato leggendo il Trattato (1).

Una “scuola di pensiero”, di marca decisamente europeista, ritiene che il rafforzamento dell’asse franco-tedesco sia una buona notizia per l’Europa e per l’Italia, perché l’Unione Europea e gli interessi italiani in essa non possono prescindere dallo storico rapporto tra due Paesi che per secoli si sono fatti la guerra e che infine hanno trovato il modo di cooperare. Per Giuseppe Masala si tratta invece di «Un Trattato ferale, per l’Italia, per l’amata Francia, per l’Europa tutta. Da non crederci, i francesi si sono consegnati a Berlino. Per l’Italia gli spazi di manovra all’interno della costruzione europoide si restringono sempre di più. […] Un’ultima considerazione dal punto di vista italiano: abbiamo dato ai francesi di tutto per evitare che ci fosse un asse franco-tedesco che è un danno enorme per noi (oltre che per i francesi). Tutto inutile» (Sinistrainrete). Quasi verso una lacrimuccia di dispiacere. Quasi! In realtà questi sono sentimenti che un anticapitalista “senza se e senza ma” non può certo condividere: il punto di vista degli interessi nazionali o europei li lascio molto volentieri ai politici e agli intellettuali che esprimono il punto di vista delle classi dominanti.

La vera sostanza strategica di questo Trattato la vedremo naturalmente sul terreno della prassi nel medio periodo (salvo improvvise, e sempre possibili, accelerazioni nel quadro europeo e mondiale), e comunque al netto della prossima tornata elettorale europea, e questo vale soprattutto per Emmanuel Macron, assai indebolito dalle ultime vicende interne. «Si tratta di una risposta al nazionalismo e al populismo», ha dichiarato la Cancelliera per chiarire gli aspetti politici contingenti della mossa di Aquisgrana. Un proclama politico che non è piaciuto neanche un po’ ai sovranpopulisti europei, a cominciare da quelli Made in Italy.

Il velleitario – oltre che rozzo, scomposto e farsesco – movimentismo propagandistico del pollaio governativo romano, pronto a dichiarare guerra a chicchessia e, al contempo, a mettersi alla testa di «un’Europea del Popolo, fatta dal Popolo, per il Popolo» (nientemeno!), si spiega anche nei termini di una prima reazione dell’Italia alla ritrovata (?) sintonia tra Parigi e Berlino. Non a caso i Pentaleghisti hanno tirato in ballo l’annosa e scottante questione del seggio permanente all’Onu che la Germania (e il Giappone, ma anche l’India) rivendica da molto tempo, anche se fino ad oggi in modo assai “civile”, e di cui la Francia, insieme agli altri vincitori della Seconda Carneficina Mondiale, fino a qualche anno fa non voleva nemmeno sentir parlare. Roma dice: «La Francia deve rinunciare al suo seggio permanente a favore dell’intera Unione Europea: è così che essa dimostrerebbe che il suo europeismo è sincero». Sincerità per sincerità: signori, siamo seri! Che fine farebbe quel rimasuglio di Grandeur senza il comodo e prestigioso seggio permanente? Una ben misera fine, bisogna ammetterlo. È dai tempi della crisi di Suez del 1956 che la Francia (e la Gran Bretagna) deve fare i conti con il proprio declassamento economico e geopolitico, peraltro già in corso prima della Seconda guerra mondiale, come dimostrò oltre ogni ragionevole dubbio il facile trionfo delle Armate Tedesche su quelle Francesi. È dalla figuraccia del ’56 che la Francia ricerca un più stretto rapporto con la Germania, sia per controllarne da vicino la crescente potenza sistemica, sia per servirsene in chiave di proiezione internazionale, perché la sola potenza militare, peraltro molto esibita dai  cugini francesi, non è sufficiente a dare consistenza alla politica estera di Parigi. Berlino invece ha cercato di servirsi del rango politico internazionale di cui ha goduto (per molti analisti assai immeritatamente) la Francia per allentare gradualmente i vincoli con gli stati Uniti e poter mantenere sul terreno politico-militare quel profilo basso che fino ad oggi ha fatto gli interessi del capitale tedesco. Non dimentichiamo che con la sola potenza sistemica (capacità economica, tecnologica, scientifica, culturale) la Germania ha vinto la cosiddetta Guerra Fredda, la quale da non pochi storici è stata considerata come la continuazione della Seconda guerra mondiale.

Oggi la Germania deve affrontare nuove sfide in uno scenario mondiale che è completamente cambiato anche rispetto al 1989. D’altra parte, dopo la Brexit Parigi può contare assai meno sulla sponda britannica per imbrigliare in qualche modo la potenza tedesca. Tutto è in movimento e i tempi sono “interessanti”, oltre che volatili.

Qualche giorno fa sul Financial Time Gideon Rachman ha scritto che la Brexit (2) ha dimostrato che ciò che tiene insieme l’Unione Europea non sono i valori, ma gli interessi, in primis l’interesse che hanno tutti i Paesi che formano l’Unione a mantenere in piedi il Mercato Comune Europeo, cosa che fino ad oggi li ha messi nelle condizioni di resistere alle pressioni del capitale americano e cinese, con ciò che questo comporta sul terreno dei rapporti di forza strategici tra le potenze mondiali. Nemmeno la Germania ha da sola il fisico idoneo per affrontare con successo i colossi americani e cinesi. Per non parlare di Paesi come l’Italia! Le forze centripete degli interessi economici finora hanno avuto la meglio sulle forze centrifughe di varia natura che pure sono forti e ben visibili nel seno dell’Unione. Finora, appunto. E in ogni caso la costruzione di un polo imperialistico unitario europeo non può che avere la Germania (con la copertura del cosiddetto asse Franco-Tedesco) come suo centro motore.

A proposito del nostro Paese, l’Artico 7 del Trattato suona alquanto sospetto: «I due Stati si impegnano a stabilire un partenariato sempre più stretto tra l’Europa e l’Africa rafforzando la loro cooperazione in materia di sviluppo del settore privato, integrazione regionale, istruzione e formazione professionale, parità di genere ed emancipazione femminile, al fine di migliorare le opportunità socioeconomiche, sostenibilità, buon governo e prevenzione dei conflitti, risoluzione delle crisi, anche nel mantenimento della pace, e gestione delle situazioni postbelliche. I due Stati instaurano un dialogo annuale a livello politico sulla politica di sviluppo internazionale al fine di migliorare il coordinamento nella pianificazione e nell’attuazione delle loro politiche». Ma non è che Francia e Germania vogliono rafforzare la loro presenza in Africa a scapito degli interessi italiani? Di certo i due Paesi intendono reagire allo strapotere che il Celeste Imperialismo Cinese fa ormai registrare in molte aree del Continente Africano.

(1) Ecco il testo degli Articoli (in totale sono 27, distribuiti in 8 capitoli) del Trattato che mi sono sembrati più interessanti.

Articolo 1
I due paesi stanno approfondendo la loro cooperazione in materia di politica europea. Esse promuovono una politica estera e di sicurezza comune efficace e forte e rafforzano e approfondiscono l’unione economica e monetaria. Essi si sforzano di completare il mercato unico e si adoperano per costruire un’Unione competitiva, basata su una solida base industriale, che funga da base per la prosperità, promuovendo la convergenza economica, fiscale e sociale e la sostenibilità in tutte le sue dimensioni.

Articolo 3
I due Stati stanno approfondendo la loro cooperazione in materia di politica estera, difesa, sicurezza esterna e interna e sviluppo, cercando allo stesso tempo di rafforzare la capacità di azione autonoma dell’Europa. Essi si consultano per definire posizioni comuni su qualsiasi decisione importante che incida sui loro interessi comuni e per agire congiuntamente ogni qualvolta possibile.

Articolo 4
I due Stati, convinti che i loro interessi in materia di sicurezza non possono essere separati, stanno convergendo sempre più gli obiettivi e le politiche di sicurezza e di difesa, rafforzando così i sistemi di sicurezza collettiva cui appartengono. Essi si prestano reciprocamente aiuto e assistenza con tutti i mezzi a loro disposizione, comprese le forze armate, in caso di aggressione armata contro il loro territorio. […] I due Stati agiscono congiuntamente ogniqualvolta possibile, conformemente alle rispettive norme nazionali, per mantenere la pace e la sicurezza. Essi continuano a sviluppare l’efficacia, la coerenza e la credibilità dell’Europa in campo militare. Così facendo, si impegnano a rafforzare la capacità d’azione dell’Europa e a investire congiuntamente per colmare le sue lacune di capacità, rafforzando così l’Unione europea e l’Alleanza del Nord Atlantico.

(2) «Gli euroscettici stanno cominciando a ripensarci: il loro alfiere, il deputato arci-reazionario Jacob Rees-Mogg , ha detto che forse è preferibile turarsi il naso e correre in soccorso della May. Meglio portare a casa una Brexit rabberciata che restare con un pugno di mosche. Chi non aspetta, in questa incertezza, è il big business. I cui piani per parare i contraccolpi di un eventuale no deal stanno entrando nella fase operativa. P&O, la compagnia che opera i traghetti sulla Manica, ha ri-registrato tutti i battelli sotto bandiera cipriota. Sony ha annunciato lo spostamento del quartier generale da Londra ad Amsterdam. Airbus, che fabbrica in Galles le ali degli aerei, potrebbe trasferire la produzione in Europa. Bentley, la casa delle supercar, ha cominciato a fare scorte di componenti. E perfino Sir Dyson, il re degli aspirapolveri che pure era un sostenitore della Brexit, farà le valigie e traslocherà a Singapore. Si salvi chi può» (Il Corriere della Sera).

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