LA VECCHIA VIA DEL PROFITTO E DEL POTERE MONDIALE. Sull’accordo Italia-Cina

L’ennesima pagliacciata messa in scena dal governo italiano, che questa volta ha per oggetto la firma del Memorandum d’adesione alla proposta cinese di partecipazione alla iniziativa nota come Belt Road, sta avendo quantomeno il merito di porre all‘attenzione dell’opinione pubblica italiana e internazionale questioni di grande importanza che investono tanto la sfera della competizione economica (industriale, commerciale, finanziaria) e sistemica (tecnologica, scientifica, ideologica) tra imprese, Stati e Continenti, quanto la sfera della competizione geopolitica che vede grandi, medie e piccole nazioni contendersi il mitico (ma quanto reale!) “spazio vitale”. Naturalmente si tratta di due sfere intimamente e indissolubilmente avvinghiate l’una all’altra, due aspetti di una stessa realtà chiamata Imperialismo. Se qualcuno dovesse chiedermi consigli circa la comprensione del concetto di Imperialismo, non lo orienterei alla lettura dei testi “classici” (quelli di Hobson o di Lenin, ad esempio), ma gli direi piuttosto di leggere i quotidiani di questi giorni, e più precisamente gli articoli che danno appunto conto del dibattito nazionale e internazionale che imperversa intorno alla cosiddetta Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative), che poi è la vecchia via del profitto e del potere sistemico vista dalla prospettiva degli interessi cinesi.

Oggi la Cina minaccia da molto vicino la sempre più problematica leadership imperialistica mondiale degli Stati Uniti (perfino nel “cortile di casa” di Washington, in America Latina), mentre punta a integrare almeno una parte del Vecchio Continente nel suo ambiziosissimo, quanto complesso e non poco rischioso (anche per quello stesso Paese), piano di espansione economica e geopolitica. Molti parlano di «imperialismo delle infrastrutture», o di neo-colonialismo, pensando, rispettivamente alla Belt Road e alla penetrazione del capitale cinese in Africa; a mio avviso sarebbe più corretto parlare di Imperialismo, semplicemente, come ho cercato di argomentare nei miei diversi post dedicati al Celeste Imperialismo, post particolarmente apprezzati dagli italici sostenitori del regime cinese. Naturalmente faccio della bassa ironia.

La Germania frigna perché teme che le imprese italiane eventualmente coinvolte nei progetti cinesi possano restringere la parte della torta che in prospettiva potrebbe finire nella disponibilità delle imprese tedesche. Berlino e Parigi temono davvero che l’Italia possa trasformarsi nel paventato “cavallo di Troia” destinato a fare entrare il nemico nel cuore dell’Unione Europea, che la Germania e la Francia cercano di egemonizzare? Può darsi; in ogni caso adesso dietro i grandi discorsi sulla solidarietà tra i Paesi europei e sui valori occidentali da difendere si nascondono preoccupazioni più “triviali” e contingenti, il cui concetto si addensa un una sola parola: affari.

Tutti vogliono mettersi in affari con i cinesi, e tutti guardano con sospetto gli affari altrui. «Rispetto ad altri Paesi, europei e non, che hanno avviato da anni collaborazioni importanti con Pechino in materia di connettività, l’Italia formalizza in modo trasparente la cornice entro cui avviare questa collaborazione. […] Con Pechino dobbiamo riequilibrare la bilancia commerciale, attraverso un maggior accesso al mercato cinese per i nostri beni, dall’agroalimentare al lusso, e per i nostri servizi, e qui mi riferisco all’eliminazione delle barriere al mercato degli appalti in Cina. Tra i partner Ue siamo solo il quarto esportatore verso la Cina, a grande distanza soprattutto dalla Germania». È ciò che ha detto oggi Giuseppe Conte al Corriere della Sera. Della serie: chi non vuole fare affari con la Cina, scagli la prima pietra.

La Germania per un verso non fa nulla per nascondere il suo orientamento per una maggiore “collaborazione” tra il capitale tedesco e quello cinese, ma per altro verso teme la penetrazione di quest’ultimo nella sua fera d’influenza europea, e difatti Berlino ha sempre visto con sospetto e timore il formato 16+1, ossia l’accordo di «cooperazione economica» sottoscritto nel 2012 dalla Cina e da sedici Paesi dell’Europa Centrale ed Orientale (Albania, Bulgaria, Bosnia-Erzegovina, Ungheria, Lettonia, Lituania, Macedonia, Polonia, Romania, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Croazia, Montenegro, Repubblica Ceca ed Estonia). Molti in Germania temono da parte di Pechino «una mentalità da guerra fredda» che potrebbe destabilizzare gli equilibri geopolitici nel cuore stesso dell’Europa. Come sempre, nella “fase imperialistica” del Capitalismo questioni economiche e questioni politiche sono, come detto, intimamente e necessariamente intrecciate.

Il Corriere della Sera di oggi pubblica il «Documento d’intesa tra il Governo della Repubblica Italiana e la Repubblica Popolare Cinese», il quale si apre ricordando «favorevolmente le conclusioni del Forum sulla cooperazione internazionale della Via della Seta, tenutosi a Pechino nel maggio 2017», e si chiude precisando che esso «verrà interpretato secondo la legislazione delle controparti e la legislazione internazionale, laddove ne ricorrano i presupposti, e per la parte italiana anche secondo la normativa dell’Unione Europea».

Scrive Enrico Oliari: «In realtà lo scorso gennaio il presidente francese Emmanuel Macron ha mostrato interesse al maxi-progetto in occasione della sua visita in Cina, ed a Xi ha detto che “la Francia vuole essere parte attiva nella realizzazione della Nuova Via della Seta”, anche perché sul piatto ci sono, come era stato spiegato al Forum di Pechino del 2017 al quale avevano preso parte 29 capi di Stato e di governo (per l’Italia era presente Paolo Gentiloni), 900 miliardi di investimenti per creare infrastrutture in 62 paesi su tre continenti» (Notizie Geopolitiche). Una bella torta che fa gola a tutti, tranne che agli Stati Uniti, che temono di perdere altro terreno nei confronti di un Paese da essi considerato ufficialmente il nemico strategico di gran lunga più pericoloso per gli interessi strategici americani. Di qui, le «vive preoccupazioni» esternate da Washington circa i rischi geopolitici insiti nel prospettato accordo tra Roma e Pechino. «Di fronte a tale pressione, per Roma si apre una fase molto delicata. Tassello per nulla irrilevante dell’impero americano, l’Italia non può gettarsi nell’abbraccio cinese perché gli Usa non lo accetterebbero: hanno gli strumenti per farle pagare un conto salato. Primo fra tutti la minaccia di rimuovere l’ombrello bellico-finanziario, che garantisce la protezione della penisola. Ma non può nemmeno rinunciare agli investimenti della Repubblica Popolare, occasione per rilanciare soprattutto le infrastrutture portuali e il loro indotto. All’Italia spetta il difficile compito di selezionare con cura i progetti cinesi non lesivi non solo della sicurezza nazionale ma pure degli interessi militari e spionistici Usa nella penisola. Con una consapevolezza: essere teatro dello scontro Cina-Stati Uniti è un’opportunità da non sprecare per aumentare il profilo e il peso negoziale del paese» (G. Cuscito, Limes). Tutto ciò dimostra, tra l’altro, quanto ridicola sia l’ideologia sovranista, ma attesta anche, cosa per me assai più significativa, la tragica impotenza delle classi subalterne, le quali assistono silenti e incapaci di iniziativa a “giochi di potere” che potrebbero preparare vere e proprie carneficine.

Ha dichiarato Michele Geraci, sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico: «L’Italia ha sempre detto che guardava con interesse a questa iniziativa. A suo tempo l’ex primo ministro Gentiloni ha partecipato al primo forum Belt & Road Initiative a Pechino, a dimostrazione che si tratta di un dossier avviato non da noi ma dal governo precedente. Noi stiamo solo accelerando, perché temo che possa sfuggirci questa opportunità di fare affari con la Cina e di far sì che l’Italia si giochi un ruolo importante nel Mediterraneo». Verissimo! Già a metà degli anni Novanta del secolo scorso Romano Prodi invitava l’Italia e l’Europa a spalancare porte e finestre al sempre più forte e dinamico capitalismo cinese, mentre Umberto Bossi sbraitava contro la globalizzazione trainata dal Made in China che rischiava di spazzare via i distretti manifatturieri dell’Italia settentrionale, in primis quelli che primeggiavano sul mercato mondiale nel tessile e nelle calzature. La Lega guardava come il fumo negli occhi l’ingresso della Cina nel Wto (cosa avvenuta nel dicembre 2001), mentre D’Alema e compagni lo caldeggiavano apertamente, confidando sugli effetti benefici che la libera concorrenza avrebbe auto sull’ingessato e asfittico capitalismo italiano. Com’è andata a finire è noto.

Al punto 3 del «Paragrafo III, Modalità di cooperazione», si legge: «Le controparti si impegnano a esplorare congiuntamente tutte le opportunità di cooperazione tra Italia e Cina e di possibile cooperazione in paesi terzi». Leggendo questi passi mi vien da pensare all’Africa. Chissà poi perché… E scommetto che anche a Macron è balenata in testa la stessa bizzarra idea!

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