WITTGENSTEIN E IL LINGUAGGIO DELLA VITA REALE

Appunti di studio su alcune opere di Ludwig Wittgenstein

 

È la prassi che dà alle parole il loro senso.
L. Wittgenstein

Soltanto nel fluire del pensiero e della
vita le parole hanno significato.
L. Wittgenstein

Immaginare un linguaggio significa
immaginare una forma di vita.
L. Wittgenstein

Il linguaggio comune è una parte dell’organismo
umano, né è meno complicato di questo.
L. Wittgenstein

Il significato di una parola è il suo uso
nel linguaggio.
L. Wittgenstein

Vero e falso è ciò che gli uomini dicono;
e nel linguaggio gli uomini concordano.
E questa non è una concordanza delle
opinioni, ma della forma di vita.
L. Wittgenstein

La parola “gioco linguistico” è destinata
a metterei in evidenza il fatto che il parlare
un linguaggio fa parte di una attività, o di
una forma di vita.
L. Wittgenstein

 

Da dove cominciare? Confesso che ho tentato più volte di esporre in modo ordinato e “sistematico” i miei strabocchevoli appunti di studio su alcune opere di Ludwig Wittgenstein, e altrettante volte ho rinunciato all’impresa, e non solo per sfiducia nei miei modesti mezzi intellettuali. Guardando e riguardando quegli appunti mi vien da dire, sempre con Wittgenstein, «non mi ci raccapezzo»! D’altra parte non è facile scegliere un punto di partenza, talmente complessi e reciprocamente connessi sono i concetti implicati nell’oggetto qui preso in considerazione: il linguaggio. Nientemeno! «Da qualche parte bisogna cominciare, e, visto che l’inizio non esiste, perché non da qui» (L. Wittgenstein). E allora iniziamo da un punto qualsiasi degli appunti, da me scelto del tutto arbitrariamente. Non prima però di far notare ai lettori quanto segue: «L’inizio non esiste» non ricorda molto da vicino quanto disse una volta Theodor  W. Adorno a proposito dell’origine in polemica con la filosofia orientata in senso ontologista? A mio avviso sì, e se la memoria non m’inganna il concetto dovrebbe trovarsi nella Metacritica della teoria della conoscenza.

Ma veniamo al nostro punto d’avvio. In realtà ho cercato di comporre, attraverso un lavoro di copia-incolla, un quadro generale dei temi trattati negli appunti di studio, così da realizzare una sorta di introduzione alle successive “puntate”, sempre che ce ne siano, beninteso. Spero che quel lavoro di sintesi abbia prodotto un testo comprensibile e interessante, e non un’incomprensibile guazzabuglio di parole, di proposizioni e di concetti, come sospetto.

Quando il Dottor Klein chiede all’amico neurologo che lo accompagnava cosa stesse dicendo Regan, la ragazzina indemoniata del romanzo L’Esorcista, egli si sentì rispondere: «Non lo so. Cose inintelligibili. Sillabe senza senso. Però da come le pronuncia si direbbe che significhino qualcosa. C’è un certo ritmo». Regan mormorava «con una voce curiosamente gutturale» parole come «onussenonosnonoi». Può darsi che in questo caso possiamo parlare di una variazione sul tema, attingendo a un’analogia assai cara a Wittgenstein (quella con il linguaggio musicale); in ogni caso la proposizione celata («io non sono nessuno») costringe la sua variante capovolta dentro schemi logici obbligati, tali da conferirle un’aria familiare, da esibire una certa parentela con ciò di cui è immagine rovesciata. Evidentemente anche il Demonio deve sottostare alla logica linguistica, la quale rinvia a una logica più generale, di natura extralinguistica: quella dello «stato di cose, ossia del mondo» (Wittgenstein). Ecco, mi auguro che i lettori riescano quantomeno a riconoscere nello scritto che segue «un’aria familiare» – al tema del linguaggio.

La tesi, tutt’altro che originale, che qui sostengo posso riassumerla come segue: Il linguaggio non è uno strumento raffinatissimo al servizio dell’umanità: il linguaggio è l’umanità, la quale non può esistere che con e nel linguaggio. Il pensiero è strutturato come un linguaggio.

Ho preferito non rivederne la stesura originaria degli appunti, né darne un ordine tematico (né un ordine di qualche tipo, in verità), e così può anche accadere che un passo sia contraddetto, in parte o in tutto, dal passo successivo, o che un concetto sia anticipato prima di una sua più puntuale trattazione, peraltro svolta sempre in forma sintetica. Tutto ciò riflette la progressione – abbastanza caotica – della mia lettura. I lettori dovranno anche prepararsi alla ripetizione di non pochi concetti. Può anche capitare che alcune mie riflessioni eccedano, non so dire in quali proporzioni, l’oggetto posto al centro di questa riflessione: la natura del linguaggio, ossia il suo rapporto con le cose e con «la totalità del mondo».Un’ultima avvertenza, che non deve suonare come una captatio benevolentiae nei confronti di chi legge: approccio il problema del linguaggio da perfetto ignorante della materia linguistica e della logica (e, più in generale, di ogni altra materia!), e quindi sono apertissimo alle critiche che i lettori vorranno rivolgere a questo modestissimo scritto, il cui approccio alla “problematica” è informato da ciò che definisco punto di vista umano.

Rintanato come un topo in una fangosa e pidocchiosa trincea, così scriveva il giovane soldato-filosofo Ludwig nel 1916: «Appare che la vita felice si giustifica da sé, che essa è l’unica vita giusta». Il passo wittgensteiniano mi appare impeccabile soprattutto sotto il profilo della logica umana, la quale non necessariamente (anzi!) si armonizza con altre “forme logiche” – alludo ovviamente alle pratiche scientifiche, economiche, politiche, ecc. dei nostri pessimi tempi.

Continua qui.

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