SE QUESTO CAPITALE È UMANO

Se, quindi, applico il nome di Capitale nella
convinzione che “semper aliquid haeret”,
ho dimostrato che l’esistenza del capitale è
un’eterna legge di natura della produzione
umana, e allo stesso modo potrei dimostrare
che Greci e Romani facevano la comunione
perché bevevano vino e mangiavano pane.
Karl Marx

La forza-lavoro di un uomo consiste
unicamente nella sua personalità vivente.
Karl Marx

Con questo scritto mi propongo di offrire un contributo alla critica dell’odioso concetto di “capitale umano”. Si tratta di un contributo particolare, occasionale, direi, perché nasce dal mio ennesimo studio della teoria del valore-lavoro. In effetti, non ho fatto che mettere insieme con un certo criterio, spero non del tutto… scriteriato, i miei appunti di studio per colpire criticamente il concetto e la miserabile “filosofia” del capitale umano. Purtroppo non ho avuto modo di rivederne la stesura e quindi mi scuso con i lettori per gli errori formali e sostanziali, nonché per le ripetizioni che certamente troveranno.

1.
Il “capitale umano” è oggi definito e misurato generalmente in due modi, secondo due diverse accezioni: come costo di produzione (formazione scolastica e professionale, spese sanitarie, ecc.) di ogni singola capacità lavorativa e come sua capacità di creare reddito nel corso della vita. La prima definizione/misurazione ci invita a riflettere sulle spese che una società deve affrontare per dotarsi di un “capitale umano” che sia in grado di contribuire alla formazione della ricchezza sociale e al benessere generale della “collettività”; la seconda orienta l’attenzione sul reale potenziale economico (sulla capacità di generare reddito) di ogni singola e particolare forza lavoro. Ovviamente i due punti di vista si intergrano perfettamente tra loro e insieme realizzano le facce di una stessa – e a mio avviso assai escrementizia – medaglia.

«Il Dipartimento of Economic Affaire delle Nazioni Unite (United Nations, 1953) definì investment in human capital l’investimento compiuto per accrescere la produttività della forza lavoro: la produzione futura di una paese può essere sviluppata non solo attraverso l’accrescimento degli stock fisici di capitale, ma anche attraverso investimenti in educazione, formazione professionale, politiche di immigrazione, acquisizione di conoscenza, miglioramento della salute dei lavoratori e degli altri fattori intangibili che accrescono la produttività del fattore lavoro (miglioramento degli standard sociali e familiari, sviluppo di politiche per l’immigrazione) (1). Qui siamo alla definizione del capitale umano secondo la prima accezione, ossia come costo di produzione della risorsa lavoro. Veniamo adesso alla seconda accezione.

Per stabilire orientativamente la misura del “capitale umano” individuale, il Progetto Human Capital dell’Ocse applica il calcolo del lifetime labour, il quale tiene conto dei seguenti parametri: salario netto orario di un individuo con un una certa istruzione di base, la sua età (e la sua “prospettiva di vita”), la sua «quota di tempo libero», il tempo che egli dedica alla «produzione familiare». Basandosi su un simile approccio, in uno studio di qualche anno fa dedicato al «valore monetario attribuibile allo stock del capitale umano», l’Istat stimò in 342mila euro il valore monetario annuo del «capitale umano di ciascun italiano» in età lavorativa (15-64 anni). Complessivamente «Il valore dello stock totale di capitale umano è di circa 13.475 miliardi di euro, cioè un valore quasi 2,5 volte superiore al capitale fisico netto del nostro Paese e oltre otto volte superiore al Pil» (2). A questo punto sorge abbastanza spontanea la domanda: come impatta concretamente sull’economia italiana questo enorme «valore dello stock totale di capitale umano»? A occhio, come si dice, c’è qualcosa che non quadra in tutto questo ragionamento sullo «stock del capitale umano». In ogni caso abbiamo visto che secondo la “scienza economica” il capitale umano ha un costo non indifferente e può, d’altra parte, rivelarsi come una fondamentale risorsa economica, e non solo economica, considerato che una continua “accumulazione” di capitale umano migliora l’ambiente sociale considerato nel suo insieme. Infatti, «È diffusa la convinzione che l’accumulazione di capitale umano sia oggi fondamentale per sostenere la crescita economica e per rafforzare la coesione sociale» (3).

L’investimento aziendale e sociale in capitale umano si configura insomma come un investimento altamente redditizio, e ciò si accorda perfettamente con la “logica” capitalistica della massima profittabilità.

2.
La “filosofia” che informa il discorso sul capitale umano mira a instillare in chi vive del proprio lavoro la convinzione che egli è un imprenditore di se stesso, un portatore di capacità professionali di cui deve aver cura con la stessa scrupolosa dedizione con cui un imprenditore si prende cura della sua azienda. Secondo questa “filosofia”, dal punto di vista concettuale non ci sarebbe alcuna differenza fondamentale tra chi detiene e investe il capitale umano, e chi ha il monopolio del capitale fisico delle imprese: sempre di un capitale da investire e da mettere a valore si tratterebbe. Il capitale umano non è una risorsa immutabile che il lavoratore può investire sempre allo stesso modo, e ciò vale soprattutto oggi, nell’epoca della rapidissima obsolescenza di prodotti, tecnologie, professioni e “abiti mentali”. Com’è noto, il concetto di “posto fisso” ha i secondi contati, e analogo discorso si può fare con quello di professione fissa. In effetti, oggi non è solo la struttura tecnico-organizzativa di un’impresa a dover fare i conti con un’obsolescenza sempre più rapida e precoce delle tecnologie, ma lo stesso destino capita in sorte al “capitale umano”, il cui «logorio morale» è tra le cause più importanti della debolezza politico-sociale dei lavoratori dei nostri tempi.

Lo “stock di capitale umano” va insomma rinnovato, accumulato e riprodotto sempre di nuovo, esattamente come lo stock di capitale che l’imprenditore investe nei fattori della produzione. Responsabilizzare il lavoratore intorno al “capitale umano” che egli incarna significa dunque farlo sentire partecipe tanto dei successi quanto degli insuccessi dell’impresa che oggi lo ha assunto e che domani potrebbe licenziarlo, magari proprio perché egli non è riuscito a valorizzare adeguatamente le sue capacità professionali o perché ha trascurato di aggiornarle. Lo Stato e le imprese investono sempre più risorse finanziarie nei programmi di formazione continua e permanente dei lavoratori, e la società si aspetta da essi la serietà che si deve alle attività costose e rivolte al “bene comune”.

Scrive l’economista Franco Debenedetti sul Corriere della Sera: «Tre anni dopo, il datore di lavoro avrà conoscenza più approfondita del suo “avventizio”, non necessariamente maggiore visibilità sulle future condizioni economiche della sua azienda, che gli potrebbero consentire l’assunzione a tempo indeterminato. Anche l’”avventizio” sa che alla fine del periodo di prova ci sarà uno scalino, che verrà presa una decisione sul suo futuro, dentro o fuori; per lui il periodo di prova sarà un periodo di incertezza, vivrà nel dubbio se investire il proprio capitale umano. Se questa non è precarietà, che cosa lo è?». Insomma il «datore di lavoro» e il suo «avventizio» vivrebbero la stessa condizione di precarietà, che si manifesta soprattutto come incertezza nell’investimento dei rispettivi capitali.

Sentenziava il Premio Nobel per l’Economia Gary Becker qualche anno fa: «Il successo e la crescita saranno in quei Paesi che sapranno investire nei propri cittadini. Perché il capitale umano è sempre più importante; perché non basta possedere petrolio e materie prime per prosperare; perché le persone e non le risorse o le macchine determinano già, ma lo faranno sempre di più, la nostra ricchezza. Questa è la mia visione dell’umanità: le persone sono importanti. […] Il XXI secolo segnerà la rivoluzione del capitale umano e la conoscenza sarà – è già – il fondamento di ogni aspetto della vita umana». Quanta umanità, signor Becker! Anche troppa, visto che stiamo parlando di Capitalismo, sempre che nel frattempo la «rivoluzione del capitale umano» non abbia mutato a mia insaputa il regime sociale mondiale. A occhio, sembra proprio di no. Ebbene, di pochissime cose sono certissimo, e fra queste spicca soprattutto quella che segue: la società capitalistica è intrinsecamente e necessariamente disumana, ed è per questo che la locuzione capitale umano mi appare come un odioso ossimoro che cela una condizione sociale/esistenziale degli individui che grida vendetta al cospetto della splendida possibilità di emancipazione che essi non riescono a vedere, sebbene essa abbia oggi le dimensioni di un intero mondo. È la tragedia dei nostri tempi.

A questo punto mi sembra quasi superfluo aggiungere che la “filosofia” del capitale umano trasuda menzogna e disumanità da tutti i pori.

3.
Ognuno investe il capitale di cui dispone: chi ha denaro investe denaro in una qualsiasi attività o affare per ricavarne un legittimo profitto, e chi è meno fortunato e possiede solo capacità lavorative di qualche tipo, investe questo particolare capitale per ricavarne un salario, uno stipendio, un reddito: che cosa c’è di sbagliato in questo più che realistico ragionamento?  Provo a rispondere con questa osservazione che ovviamente ricavo direttamente da Marx: il lavoratore non investe il proprio “capitale umano”, ma lo aliena (lo vende, lo scambia) contro denaro. Detto altrimenti, il lavoratore vende merce, non investe capitale – più o meno “umano”. Di più: è lo stesso lavoratore, e non solo il suo lavoro, ad assumere nella nostra società la forma (la natura) di merce. E questo lo avevano già capito gli economisti “classici” che dalla fine del XVII secolo in poi iniziarono a interrogarsi sulla natura della ricchezza sociale in regime capitalistico, un regime che nel frattempo ha assunto una connotazione economico-sociale che fa impallidire, quanto a dominio capitalistico, la società che conobbe la prima rivoluzione industriale. Dalla sottomissione formale del lavoro al Capitale siamo passati a quella reale di cui parlò Marx, e da questa ha poi preso corpo, come una mostruosa e gigantesca creatura, la sottomissione totale e totalitaria del lavoro e della natura al Capitale, la cui odierna dimensione mondiale fa sì che la sua realtà corrisponda esattamente, e marxianamente, al proprio concetto.

Ai tempi di William Petty (4), di François Quesnay, di Adam Smith e David Ricardo il grano era il bene di consumo di gran lunga più importante nella dieta delle classi subalterne («alimento della gente comune»), e quindi nel paniere dei cosiddetti beni-salario esso occupava un posto specialissimo: di qui l’interesse degli economisti “classici”, espressione teorica dei ceti borghesi in rapida ascesa, per il prezzo del grano, bene appunto di larghissimo consumo da essi assunto a rappresentare l’insieme dei prodotti agricoli. Un prezzo realisticamente basso del grano naturalmente realizzava le condizioni per disporre di una manodopera a buon prezzo. La creatura che mangia grano: questa definizione forse si attaglia bene all’idea che quegli economisti avevano del lavoratore. Scriveva Adam Smith: «La ricompensa reale del lavoro è la quantità di cose necessarie e comode della vita che essa può procurare al lavoratore.  Se i salari sono alti, troveremo che gli operai sono più attivi, diligenti e svegli di quando i salari sono bassi» (5).

In realtà furono i fisiocratici francesi, teorici della produzione agricola come unica fonte del «produit net» (o sovrappiù, insomma del profitto), a porsi il problema di come realizzare un «bon prix» per il grano; essi giunsero alla conclusione che bisognava liberalizzare il commercio del grano, aprendo il mercato nazionale all’importazione del grano, quantomeno tutte le volte che una cattiva annata nella produzione di quella merce ne alzava eccessivamente il prezzo, facendo con ciò stesso salire anche quello del lavoro, ossia il salario. Più che di una teoria del valore-lavoro, qui abbiamo a che fare con una teoria del grano-valore. In realtà la scuola fisiocratica (Mirabeau, Quesnay) non elaborò mai una teoria del valore, e questo semplicemente perché, considerando la ricchezza sociale sotto il suo aspetto puramente fisico, ossia come ammasso di prodotti del lavoro, essa non riuscì a trovare una misura omogenea del valore in grado di rendere commensurabili fra loro le diverse merci. I fisiocratici non si interessarono dunque della formazione genetica dei prezzi, della loro origine, ma si limitarono piuttosto a prendere empiricamente atto della loro esistenza sul mercato. Per loro il valore di una merce si identificava senz’altro con il loro prezzo di mercato, il quale costituiva il punto di partenza della loro riflessione sulla distribuzione del prodotto annuo del lavoro. Ciò premesso, non c’era spazio per una spiegazione teoricamente fondate circa la formazione del prodotto netto, ossia di quella parte del prodotto annuo che toccava ai proprietari terrieri e, attraverso la loro mediazione, ai fittavoli.

Oltre a liberalizzare il commercio estero del grano (bene di consumo ritenuto strategico anche ai fini della sicurezza nazionale: nutrire l’esercito in caso di guerra), i fisiocratici si schierarono contro la creazione dei monopoli nell’attività manifatturiera, attività che essi consideravano peraltro «sterile» ai fini della creazione del «prodotto netto», e quindi un mero costo di produzione che gravava sulla classe produttiva, ossia sui proprietari terrieri, sugli affittuari (conduttori capitalistici) e sui salariati agricoli.

4.
«Per la nostra azienda il capitale umano rappresenta la risorsa più preziosa da mettere a valore, e quindi investiamo molto nella formazione continua del nostro personale»: quante volte abbiamo letto o ascoltato questa commovente confessione? Certamente moltissime volte, perché l’apologia del cosiddetto capitale umano, esibita anche, se non soprattutto, dall’establishment  politico e culturale della società, è uno dei più importanti tratti distintivi della nostra epoca, la quale mentre mostra una crescente preoccupazione per ciò che riguarda l’«accumulazione del capitale umano», realizza  una svalutazione sempre più accelerata della nostra esistenza in quanto esseri – semplicemente e puramente – umani. Le due cose stanno insieme benissimo e, come abbiamo detto, in una necessaria relazione. Da una parte, dunque, l’apologia del capitale umano, dall’altra la negazione dell’umano – e la svalorizzazione del lavoro causata dalla “globalizzazione capitalistica” che mette in diretta concorrenza i nullatenenti di tutto il mondo.

In questo scritto la poco gratificante definizione di nullatenente è usata in un’accezione niente affatto moralistica ma schiettamente “scientifica”: il nullatenente è chi non avendo la proprietà dei mezzi di produzione, non possiede nemmeno la proprietà delle merci che gli occorrono per vivere. Ritornerò su questo fondamentale concetto.

«Considerando che la capacità di una società di produrre i beni e servizi necessari a soddisfare i propri bisogni dipende dalla quantità, qualità e combinazione delle risorse a propria disposizione, il capitale umano viene sempre più frequentemente incluso tra le risorse economiche, insieme all’ambiente e al capitale fisico, soprattutto nelle analisi sulla sostenibilità dello sviluppo» (6).

Già parlare degli uomini in termini di risorse economicamente rilevanti, la dice lunga sulla natura di questa società, la cui logica ruota ossessivamente intorno all’imperativo categorico della massima profittabilità: di un’iniziativa, di un investimento, di un impegno, di un evento: di qualsiasi cosa, e quel concetto “gira” a meraviglia, a pieno regime, ben oltre il puro ambito economico, nel cui seno peraltro esso trova il suo più autentico e paradigmatico significato. Iniziamo ad avvicinarci al focus della questione osservando, sempre sulla scorta di Marx, che la società di cui qui si parla, cioè la società capitalistica, non produce generici «beni e servizi necessari a soddisfare i propri bisogni», ma merci prodotte esclusivamente per ricavare dalla loro vendita un profitto, e infatti la sola domanda di un bene che nella nostra società ha un significato economico (ha razionalità) è quella in grado di pagare: senza denaro i bisogni umani rimangono incapaci di soddisfazione. La forma-merce è il prodotto più caratteristico del Capitalismo, e il suo valore – o funzione – d’uso ha una sua rilevanza economica solo perché nel corpo della merce è contenuto un valore che attende di venir realizzato, ossia monetizzato attraverso lo scambio. Non i bisogni degli individui, ma la ricerca del profitto è il cuore pulsante della nostra società, tant’è vero che le crisi economiche sorgono non perché quei bisogni non sono stati soddisfatti, ma perché non sono state soddisfatte le condizioni che rendono profittevole la produzione di «beni e servizi». Come scriveva uno che se ne intendeva (sempre quello), «il processo lavorativo non è che mezzo al fine del processo di valorizzazione». Tutto ruota intorno al profitto, non ai bisogni del consumatore, come la scienza del marketing è così abile a far credere a un’opinione pubblica sempre più bisognosa di illusioni a buon mercato e di rassicurazioni d’ogni tipo.

5.
Il dizionario economico della Treccani dà la seguente definizione di capitale umano: «Insieme di capacità, competenze, conoscenze, abilità professionali e relazionali possedute in genere dall’individuo, acquisite non solo mediante l’istruzione scolastica, ma anche attraverso un lungo apprendimento o esperienza sul posto di lavoro e quindi non facilmente sostituibili in quanto intrinsecamente elaborate dal soggetto che le ha acquisite. Pur non potendo essere misurate univocamente, le componenti del c. u. determinano tuttavia la qualità della prestazione erogata dal detentore, concorrendo ad aumentare la produttività di un’impresa e a qualificarla, influenzandone i risultati».

Fin qui si tratta di una definizione abbastanza generica del concetto in questione, mentre molto più interessante, ai fini della nostra intenzione critica, appare quest’altra caratterizzazione, sempre presa dallo stesso testo: «Capitale umano come patrimonio dell’impresa. Investire in c. u. significa, da parte di un’azienda, curare la formazione professionale e tecnica dei propri dipendenti; così come disperdere, sprecare un rilevante c. u. corrisponde a una utilizzazione solo parziale, malaccorta o improduttiva delle conoscenze e competenze dei propri collaboratori. In questo senso, il c. u. si riferisce anche all’insieme di quelle capacità e abilità che consentono l’ottenimento di un reddito da parte dell’individuo che le possiede. Il reddito percepito dagli individui in cambio della prestazione dei loro servizi è pertanto interpretato come remunerazione del loro c. umano. Le spese destinate all’accrescimento delle conoscenze, capacità e abilità (per es., le spese destinate all’istruzione) degli individui sono investimenti in c. umano. Si stabilisce così una particolare analogia fra c. u. e c. non umano (attrezzature e impianti). Gli investimenti in c. u. sono destinati ad accrescere la capacità produttiva e i redditi degli individui; gli investimenti in c. non umano sono finalizzati all’incremento delle capacità produttive e dei redditi delle imprese. Resta tuttavia fondamentale la differenza, per quanto concerne i titoli di proprietà, di questi due tipi di capitale. Il c. u. può essere posseduto solo dall’individuo in cui esso è incorporato e non è alienabile tramite compravendita; il titolo di proprietà del c. non umano può essere invece oggetto di scambio sul mercato». Messe le cose e i concetti nei loro giusti termini, fino a che punto nei passi appena citati troviamo una descrizione sufficientemente adeguata del rapporto sociale capitalistico? Soprattutto invito a riflettere su questo passo: «Il c. u. può essere posseduto solo dall’individuo in cui esso è incorporato e non è alienabile tramite compravendita».

6.
Tutto questo discorso mi conduce, chissà poi perché, a ciò che Marx definì, polemizzando con l’«economia volgare» del suo tempo (cosa dovremmo dire noi, piccoli e modestissimi epigoni del XXI secolo?!), formula trinitaria, la quale «abbraccia tutti i misteri del processo di produzione sociale» (7). Di che si tratta?

Intanto occorre precisare che, in generale, quando parla di «processo di produzione sociale» Marx non intende riferirsi esclusivamente alla produzione immediata delle merci, ma anche alla loro circolazione sul mercato, alla realizzazione (monetizzazione) del loro valore mediante lo scambio, alla trasformazione della massa di denaro ottenuta attraverso le vendite in capitale investito in un nuovo ciclo produttivo e nei più disparati redditi idonei a soddisfare i bisogni delle diverse classi sociali. Tutto questo complesso processo, che si dà in una precisa dimensione spazio-temporale, non crea e realizza solo valori, ma soprattutto afferma e genera sempre di nuovo il rapporto sociale capitalistico: all’inizio e alla fine del processo troviamo sempre da un lato i detentori dei presupposti materiali della produzione/circolazione, che a questo titolo hanno diritto alla proprietà dell’intero prodotto del lavoro; e dall’altro i detentori di mere capacità lavorative, i quali si appropriano di una parte di quel prodotto attraverso la mediazione del salario. Detto in altri termini, da un lato troviamo i funzionari del Capitale, e dall’altra chi per vivere deve alienare giorno dopo giorno le proprie capacità lavorative. Per l’anticapitalista di Treviri la sfera economica è fondamentalmente il luogo nel quale si manifestano e si generano le condizioni oggettive della sottomissione del lavoro salariato al Capitale.

La «trinità economica» cui accennavo sopra occulta questa realtà, la cui rappresentazione sotto i suoi falsi presupposti assume una forma che è «a prima vista molto mistica».

Consideriamola, allora, e seppur rapidamente, questa benedetta formula trinitaria. Per semplificare al massimo le cose credo di poter scrivere queste elementari inferenze: Capitale → profitto (con incorporato interesse); Lavoro → salario; Terra → rendita fondiaria. Il Capitale “secerne” naturalmente il profitto, cioè il reddito dei capitalisti; il Lavoro “secerne” altrettanto naturalmente il salario, ossia il reddito dei lavoratori e, dulcis in fundo, la Terra dà come suo frutto più prezioso la rendita fondiaria, che costituisce il reddito dei proprietari terrieri. Naturalmente le cose non stanno affatto così, e la critica a questo modo di presentare il processo economico-sociale trova preziose pezze d’appoggio nella riflessione dello stesso Adam Smith, che pure, come vedremo,  in quella formula rimase gravemente impigliato.

In primo luogo, osserva Marx, la terra e il lavoro, storicamente considerati, non sempre “secernono” una rendita fondiaria e un salario, e gli stessi mezzi di produzione non sempre sono stati una fonte di profitto. Anzi, solo sotto peculiari condizioni storico-sociali la terra, il lavoro e il capitale possono venir considerati, con qualche rozza (e, come vedremo, fallace) approssimazione, tre fonti di reddito. Come ricorda Adam Smith, «Nella situazione originaria che precede sia l’appropriazione della terra sia l’accumulazione dei fondi [del capitale], tutto il prodotto del lavoro appartiene al lavoratore, che non ha né proprietario fondiario né padrone con cui spartirlo» (8). Se ne ricava che «nella situazione originaria» la comunità umana non ha nemmeno i concetti di profitto, salario e rendita fondiaria, pur conoscendo ovviamente gli strumenti di lavoro, il lavoro e la terra, nonché le “materie prime” da trasformare in beni di consumo in grazia, appunto, del lavoro, «ricambio organico fra uomo e natura» (Marx). È degno di rilievo, sia detto en passant, che il grande economista inglese facesse risalire la nascita del Diritto, inteso nella sua più vasta accezione, all’instaurazione della proprietà, regime economico-sociale che in origine si afferma appunto con l’appropriazione violenta della terra da parte di alcuni a spese degli interessi degli altri, degli espropriati, i quali per vivere si videro costretti a lavorare sotto un padrone. «Il governo civile, in quanto viene instaurato per la sicurezza della proprietà, viene in realtà instaurato per la difesa dei ricchi contro i poveri, cioè di coloro che hanno qualche proprietà contro coloro che non ne hanno alcuna» (9). Anche qui, da una parte i proprietari, dall’altra i nullatenenti. La grande visione storica dei processi economici consentì al moralista (nell’accezione etico-filosofica dell’aggettivo) Smith di afferrare la natura storica e sociale del «governo civile», la cui autentica funzione come cane da guardia dello status quo sociale è celata dalla classe dominante dietro l’ideologia pattizia (contrattualistica). Monopolio della forza (della violenza) e monopolio dei mezzi di produzione/circolazione sono le due facce della medaglia chiamata Dominio.

7.
Compra-vendita della forza-lavoro e suo consumo produttivo; processo lavorativo e processo di valorizzazione; lavoro concreto e lavoro astratto; lavoro oggettivato e lavoro vivo: tutte queste coppie concettuali esprimono, secondo Marx, il reale processo di produzione della ricchezza sociale nella sua forma capitalistica, un processo costituito dall’inscindibile unità di produzione e circolazione. Anche la migliore scuola dell’economia politica (Smith e Ricardo, in primis) non fu in grado di cogliere queste fondamentali coppie concettuali, e questo soprattutto perché gli economisti, di ieri e di oggi, vedono solo l’aspetto immediatamente materiale (cosale) della ricchezza sociale e dei fattori che la generano, mentre ciò che davvero conta nella comprensione del meccanismo economico, cioè a dire il rapporto sociale che sta a suo fondamento, è da essi del tutto trascurato, anzi molto spesso negato, e si comprende bene perché. Scrive Marx: «Questa follia, che scambia un certo rapporto sociale di produzione che si presenta sotto forma di oggetti, di cose, per proprietà materiali, naturali di queste stesse cose […] è un metodo molto comodo per dimostrare l’eternità del modo di produzione capitalistico, o per mostrare il capitale come un elemento naturale immutabile della produzione umana » (10). In questo peculiare senso si potrebbe parlare di “capitale umano” in un’accezione ancora più vasta – e apologetica.

Per un verso è del tutto corretto assimilare la compra-vendita che ha come attori il capitalista («come capitale personificato») e il lavoratore («come pura personificazione della capacità lavorativa») a ogni altro atto di scambio che si verifica sul mercato; per altro verso questa assimilazione è del tutto falsa, o quantomeno estremamente superficiale e colpevolmente unilaterale, se si considera la natura particolarissima, si potrebbe dire eccezionale, dell’oggetto di scambio che occupa la scena del mercato del lavoro: la capacità lavorativa, la forza-lavoro. Infatti, si tratta della sola merce esistente in “natura” dal cui consumo l’acquirente si aspetta di ricavarne un plus di valore, un’eccedenza di valore rispetto a quello espresso dal denaro da egli corrisposto per comprarla e accostarla ai mezzi di produzione e alle materie prime da trasformare che già si trovano nel cosiddetto luogo di lavoro, il quale è a tutti gli effetti un luogo di sfruttamento, sia che il salario pagato ai lavoratori è “alto”, sia nel caso contrario. Il concetto stesso di lavoro salariato presuppone e pone sempre di nuovo chi sfrutta e chi viene sfruttato, e il livello salariale misura solo il grado di questo sfruttamento.

«Per dimostrare che il rapporto tra capitalista e operaio non è altro che un rapporto tra possessori di merci che si scambiano vicendevolmente denaro e merce con vantaggio reciproco e mediante un libero contratto, basta isolare il primo processo e pervenire al suo carattere formale. Questo semplice trucco non è stregoneria, ma rappresenta l’intero patrimonio di sapienza dell’economia volgare» (11).

8.
Il lavoro mette al centro la persona: in un certo, particolarissimo, senso questa tesi, che molto piace agli “uomini di buona volontà” di “destra”, di “centro” e di “sinistra”, coglie la verità del processo di produzione della ricchezza sociale.

Dicevamo che dal consumo del lavoro vivo sgorga il plusvalore: non si tratta di una stregoneria o di un arbitrio, ma è la conseguenza di un peculiare rapporto sociale che fa del lavoratore un nullatenente, un «non proprietario», per dirla con Marx; siamo al cospetto di una maledetta condizione sociale (esistenziale, direbbe il filosofo), la quale fa sì che «le condizioni del suo lavoro» gli si ergono dinanzi «come proprietà non sua». La merce alienata dal lavoratore in cambio di un salario non è un oggetto estraneo alla sua persona, ma è la sua stessa persona, la sua stessa soggettività. Premessa della compra-vendita della forza-lavoro è un rapporto sociale che avendo trasformato un essere umano in un nullatenente, lo costringe a vendersi per un tot di ore al giorno a chi è disposto a metterlo nelle condizioni di guadagnarsi da vivere: «sul mercato del lavoro il denaro gli si contrappone continuamente come forma monetaria del capitale» (12). Ecco perché «non è l’operaio che acquista mezzi di sussistenza», ma sono piuttosto questi ultimi che acquistano l’operaio, e possono farlo appunto perché essi non sono che la materializzazione del capitale monetario con cui il capitalista acquista e si porta a casa il lavoro vivo, la capacità lavorativa, insomma un essere umano nella sua peculiare determinazione di lavoratore salariato. «Questa appropriazione è mediata dallo scambio che si svolge sul mercato tra capitale variabile [salario] e capacità lavorativa, ma viene portata a compimento soltanto nel processo produttivo reale» (13). Consolido, per così dire, il concetto marxiano citando l’amico del cuore  Friedrich Engels: «Ciò che gli economisti avevano considerato come costo di produzione del “lavoro”, erano i costi di produzione non del lavoro, ma dello stesso operaio vivente. E ciò che questo operaio vendeva al capitalista non era il suo lavoro [ma] la sua forza-lavoro. Questa forza-lavoro è però unita insieme con la sua persona e inseparabile da essa. I suoi costi di produzione coincidono dunque con i costi di produzione dell’operaio» (14).

In altri termini, lo sguardo che si fissa sulla sfera della circolazione vede solo scambisti interessati ad avere, di volta in volta, chi merce (forza-lavoro), chi denaro (salario), mentre il processo produttivo visto nella sua inscindibile totalità ci mostra l’esistenza non di generici scambisti, ma di classi sociali aventi opposti interessi: classi sociali che sfruttano e classi sociali che vengono sfruttate. «È il capitale, dunque, che impiega l’operaio, non l’operaio il capitale e soltanto le cose che impiegano l’operaio, e perciò possiedono un’esistenza autonoma, una coscienza propria ed una propria volontà nel capitalista, sono capitale» (15). Ha dunque un senso, che non sia meramente ideologico, parlare di “capitale umano”?

Intanto fissiamo per l’ennesima volta e portiamo a casa un fondamentale, quanto maligno, concetto: «Ciò che l’operaio vende non è direttamente il suo lavoro, ma la sua forza-lavoro, che egli mette temporaneamente a disposizione del capitalista. […] Se fosse permesso all’uomo di vendere la sua forza-lavoro per un tempo illimitato, la schiavitù sarebbe di colpo ristabilita» (16). Dai tempi di Marx la potenza disumana del Capitale ha enormemente ampliato la dimensione mercantile (mercificata) dell’esistenza umana, e non solo di quella del lavoratore; mi riferisco naturalmente all’ambiente economico-sociale reso possibile dalle tecnologie cosiddette intelligenti, le quali trasformano in preziose “merci virtuali” ogni nostro respiro emesso sul Web. Anche qui, il pensiero superficiale (reificato) si concentra feticisticamente sulla natura pervasiva e invasiva della cosiddetta Intelligenza Artificiale, mentre gli sfugge la natura sociale del problema: “intelligente” non è la cosa tecnologica ma il Capitale che la genera per forzare sempre di nuovo i limiti della profittabilità, per fare di qualsiasi attività umana, anche di quella che non sembra avere nulla a che fare con la prassi economica, in un’occasione di profitto. Molte persone professionalmente assai qualificate sono stipendiate dal Capitale per trovare nuove possibilità di mercificazione dello “spazio umano”, che infatti diventa sempre più disumano.

Scriveva Marx in un appunto del 1849 (praticamente nella preistoria!): «L’attività umana = merce. L’estrinsecazione della vita umana – l’attività vitale si presenta come semplice strumento; l’esistenza separata da questa attività come fine» (17). Ebbene, quelle parole che 170 anni fa potevano suonare esagerate all’orecchio della stragrande maggioranza della gente, aderiscono perfettamente al Capitalismo del XXI secolo, al punto da suonare al nostro capitalistico orecchio perfino banali: «Ma lo sanno tutti che ciò che davvero conta nella vita è il denaro, sai che novità!».

Lo stesso anno Marx scriveva: «La crescente concorrenza tra gli operai va perdendo il suo carattere locale. […] Il salario dipende sempre più dal mercato mondiale» (18). Già ai tempi dell’Ideologia tedesca (1845) il comunista di Treviri aveva capito che la dimensione geosociale adeguata al concetto di Capitale è il mondo intero. Non si tratta – solo – di genialità; si tratta soprattutto di una profonda comprensione del rapporto sociale capitalistico. «Notiamo marginalmente che, una volta afferrato il significato del rapporto tra capitale e lavoro, tutti i tentativi di compromesso appaiono in tutta la loro ridicolaggine» (19). Qui la lancia critica marxiana era puntata contro i riformatori sociali del passato – del presente e del futuro. Ma chiudiamo la breve parentesi “profetica” e riprendiamo il filo del discorso – sempre che questo discorso ne abbia uno!

9.
«L’apparenza ingannevole delle cose» che il mercato genera continuamente fa sì che chi osserva l’atto di compra-vendita tra lavoratore e capitalista è indotto a credere che tutto il lavoro erogato dal lavoratore verrà pagato, mentre le cose, come già siamo in grado di intuire, non stanno affatto così, e anzi in regime capitalistico non possono stare così, necessariamente. Ciò che infatti il capitalista paga con il salario è solo una parte della giornata lavorativa, un x di ore che corrisponde al valore oggettivato nei beni-salario di cui il lavoratore necessita per vivere e per rigenerarsi come tale; è la parte della giornata lavorativa che Marx chiama necessaria, ossia indispensabile alla vita del lavoratore. Alla fine di questa parte della giornata lavorativa inizia la parte che non riceve alcun pagamento da parte del capitalista, e che per questo Marx chiama superflua dal punto di vista del lavoratore. Ebbene, è proprio questa parte eccedente che crea il plusvalore, e infatti storicamente il Capitale cerca sempre di accorciare la parte necessaria della giornata lavorativa e di allungare quella superflua, a volte lo fa in modo assoluto, cioè allungando senz’altro la giornata lavorativa, altre volte lo fa in termini relativi, attraverso l’impiego di tecnologie e l’implementazione di forme organizzative che accrescono la produttività di ogni singolo lavoratore a parità di giornata lavorativa, o addirittura con una più corta giornata di lavoro, e ne svalorizzano il valore rendendo più a buon mercato i mezzi di sussistenza di cui egli ha bisogno.

Scrive Marx: «La parte pagata e la parte non pagata del lavoro sono confuse in modo inscindibile, e la natura di tutto questo procedimento è completamente mascherato dall’intervento del contratto e dalla paga che ha luogo alla fine della settimana»(20), o del mese. Ovviamente nessuno sa quando (a che ora) finisce la parte pagata e quando (a che ora) inizia la parte non pagata della giornata lavorativa, e anzi né il lavoratore né il capitalista hanno la benché minima coscienza di questa “strana” distinzione temporale (anche se spesso entrambi si comportano come se intuissero qualcosa): il primo crede di ricevere un salario più o meno “giusto”, e il secondo crede giusto aggiungere un “onesto” profitto alle spese da lui sostenute per produrre un bene idoneo a soddisfare un bisogno dei consumatori.

In realtà accade che «una quantità minore di lavoro oggettivato [nei mezzi di sussistenza] viene scambiato contro una quantità maggiore di lavoro vivo, poiché ciò che il capitalista riceve realmente in cambio del salario è lavoro vivo» (21).

Lo scambio Capitale-Lavoro che si dà sul mercato del lavoro appare uno scambio come tutti gli altri perché anche nel caso della compra-vendita di capacità lavorative si scambiano equivalenti. Infatti, il salario che il lavoratore riceve dal capitalista equivale al valore di scambio oggettivato nelle merci che il primo consuma per rinnovare sempre di nuovo la propria capacità di lavoro. Detto più correttamente, il salario rappresenta la forma monetaria del valore di scambio oggettivato nei mezzi di sussistenza che il salariato consuma per vivere e riprodursi in quanto salariato. Il capitalista intasca un profitto non perché paga al suo lavoratore un salario inferiore al saggio medio salariale fissato magari da un Contratto Nazionale del Lavoro, ma semplicemente perché ne usa la capacità lavorativa, come d’altra parte appare ovvio che debba fare: nessuno compra una merce per poi gettarla! Pagandolo al disotto di quel saggio medio il capitalista può certamente sperare di intascare un profitto extra, che si aggiunge a quello “normale” (medio-sociale), ma questo non muta di un solo atomo la qualità del rapporto di scambio Capitale-Lavoro. Come già sappiamo, il concetto di sfruttamento è immanente al concetto stesso di lavoro salariato, e prescinde completamento dalla quantità di salario corrisposta al lavoratore, ed è per questo che gli adoratori del “mitico” Articolo 1 della Costituzione Italiana si rendono artefici di un’odiosa apologia di questo regime sociale fondato sulla sottomissione totale dei nullatenenti al Capitale. «Invece della parola d’ordine conservatrice: “Un equo salario per un’equa giornata di lavoro”, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: “Soppressione del sistema del lavoro salariato”» (22). Detto altrimenti, soppressione del rapporto sociale capitalistico, superamento rivoluzionario della Società-Mondo fondata su quel disumano rapporto sociale.

Scriveva Adam Smith: «I salari correnti del lavoro dipendono ovunque dal contratto che comunemente si conclude tra queste due parti i cui interessi non sono affatto gli stessi. Gli operai desiderano ricevere il più possibile, i padroni dare il meno possibile. I primi sono propensi a coalizzarsi per elevare il salario, i secondi per diminuirlo. Non è comunque difficile prevedere quale delle due parti in una situazione normale dovrà prevalere nella contesa, costringendo l’altra ad accettare le sue condizioni» (23). Secondo Smith «in una situazione normale» chi incassa profitti ha sempre la meglio su «coloro che vivono di salari». In ogni caso possiamo apprezzare la concezione smithiana della compra-vendita di capacità lavorative come una contesa «tra queste due parti i cui interessi non sono affatto gli stessi», e ciò tanto più in un’epoca –  la nostra – in cui il pensiero dominante non fa che venderci la menzogna del «siamo tutti nella stessa barca, e se la barca affonda crepiamo tutti». Non è affatto vero: se la barca capitalistica affonda l’umanità può benissimo costruire una nuova e più splendida barca. Volere è potere! Ma l’umanità non vuole: che peccato!

10.
Come abbiamo accennato, uno dei maggiori acquisti concettuali che la teoria del valore-lavoro fa con Ricardo è quello di aver sempre considerato la quantità di lavoro, misurata in termini di tempo dispiegato produttivamente dal lavoratore, e non il valore del lavoro incorporato nei beni-salario, come ciò che rende commensurabili e scambiabili fra loro le merci «a seconda che contengano più o meno di questa sostanza» (Marx). Tuttavia egli non approfondì oltre il significato di questa fondamentale acquisizione, perché il suo pur geniale pensiero scientifico rimase impigliato nella concezione che intende la merce solo nella sua realtà fisica (si tratta del materialismo volgare/borghese tanto disprezzato dal materialista storico-sociale di Treviri), e ciò ebbe come necessaria conseguenza la sua incomprensione circa «la connessione esistente fra questo lavoro e il denaro, né la necessità che il lavoro si rappresenti come denaro. […] Donde la sua falsa teoria del denaro» (24). Questo fondamentale limite concettuale è peraltro riscontrabile negli economisti e nei riformatori sociali attivi ai tempi di Marx (vedi Proudhon), i quali pensavano di poter abolire il “demoniaco” denaro senza minimamente toccare la forma merce, ossia la fonte “naturale” del denaro in regime capitalistico. Si può eliminare l’effetto senza eliminarne la causa? Ovviamente no, quantomeno in una dimensione non quantistica della realtà… Per dirla marxianamente, la merce trasuda denaro da tutti i pori.

Marx mostrò nella Miseria della filosofia (1847) e più compiutamente nella Critica dell’economia politica (1859) come attraverso complesse ma verificabili mediazioni reali e concettuali fosse possibile giungere alla definizione del denaro come la più compiuta espressione del lavoro astratto, o lavoro medio sociale che dir si voglia. Non è un caso che egli rimproverò a Ricardo (e ai suoi epigoni più o meno dichiarati e degni di cotanto maestro) un grave “deficit dialettico”, «perché salta termini medi necessari e tenta di mostrare in maniera immediata la concordanza delle categorie economiche» (25). Nella comprensione del processo capitalistico di produzione della ricchezza sociale le mediazioni, reali e concettuali, sono tutto: la loro presa d’atto da parte del pensiero fa la differenza tra una comprensione davvero profonda (radicale) del meccanismo sociale capitalistico e una sua conoscenza solo superficiale, e quindi suscettibile di smottamenti ideologici e di “volgarità”. Il più delle volte i critici di Marx saltano a errate conclusioni circa la sua teoria del valore proprio perché prescindono dal considerare i «termini medi necessari», la «grande quantità di termini medi», e preferiscono seguire la strada assai più comoda, quella «di mostrare in maniera immediata la concordanza delle categorie economiche».

Scrive Marx: «Ho già dimostrato che in tutti gli economisti fino ad oggi l’analisi della merce sulla base del “lavoro” è ambigua e incompleta. Non basta ridurre la merce a “lavoro”; bisogna ridurla a lavoro nella duplice forma in cui, da un lato, si presenta come lavoro concreto nel valore d’uso delle merci e, dall’altro, è calcolato come lavoro socialmente necessario nel valore di scambio» (26). Non concependo questa fondamentale distinzione, gli economisti di cui parla Marx non compresero che il processo lavorativo è essenzialmente un processo di valorizzazione che mentre conserva (e “rianima”) il valore passato, aggiunge al prodotto del lavoro un nuovo valore che va a costituire la base del profitto. «La produzione capitalistica non è soltanto produzione di merci, è essenzialmente produzione di plusvalore» (27).

Come lavoro concreto, più o meno qualificato, si tratta di un lavoro che realizza un valore (bene) d’uso anch’esso concreto, particolare: un computer, una lavatrice, un’automobile, un tavolo, insomma: «quel particolare articolo»; come lavoro astrattamente sociale, si tratta di un lavoro la cui sola qualità è la seguente: creare un valore di scambio. Come già detto, a causa del loro rozzo materialismo economico, i teorici del valore del periodo “classico” concepivano il lavoro come somma delle merci idonee a far vivere il lavoratore, somma che si manifestava come prezzo del lavoro, come salario. Nella riflessione economica la natura vivente di questo lavoro non era presa in considerazione.

Il corretto punto di partenza da cui muove la teoria del valore-lavoro non è il valore del lavoro che si esprime nel prezzo del lavoro e quindi nel salario, ma la quantità di lavoro, misurata come tempo di lavoro “erogato”, oggettivata nella merce. Infatti, è il tempo di lavoro che realizza il valore della merce, mentre il valore del lavoro deve a sua volta venir spiegato e misurato sempre in termini di quantità di lavoro oggettivata nelle merci che entrano nel consumo del lavoratore. Parlare di valore del lavoro, anziché del tempo di lavoro, porta a un circolo vizioso che cerca di spiegare il risultato (il valore delle merci) non con la sua premessa logica e reale (il tempo di lavoro), ma con il risultato: insomma, ci si avvita in una tautologia. «Il valore del lavoro non determina il valore delle merci, ma il valore delle merci che entrano nel consumo degli operai determina il valore del salario» (28). Solo partendo dal tempo di lavoro incorporato nella merce è possibile giungere alla genesi del profitto secondo la triade dello sfruttamento capitalistico pluslavoro-plusprodotto-plusvalore.

11.
Ritorno alla formula trinitaria citando Smith: «Come il prezzo o valore di scambio di ogni merce particolare si risolve nell’una o nell’altra o in tutte e tre queste parti, così quello di tutte le merci che compongono tutto il prodotto annuale di un paese preso complessivamente deve risolversi nelle stesse tre parti, ed essere spartito fra i vari abitanti del paese, o come salari del loro lavoro o come profitti dei loro fondi o come rendita della loro terra. […] Salario, profitto e rendita sono le tre fonti originarie di ogni reddito, così come di ogni valore di scambio»   (29). È da notare che nel calcolo del valore di scambio della merce Smith non prende in alcuna considerazione il valore oggettivato nei mezzi di produzione: macchine, materie prime, ecc; per lui tutto il prodotto sociale annuo si risolve nei tre canonici redditi: salario, profitto, rendita fondiaria. Egli ammette l’esistenza del «capitale costante» per ogni singolo atto produttivo, ma non ne tiene conto quando passa a considerare il processo produttivo nella sua dimensione sociale. Solo questa incredibile omissione gli permetteva di far quadrare i conti partendo da certe errate premesse. Fu David Ricardo (1817) a portare sulla scena della teoria del valore-lavoro ciò che Marx chiamerà appunto capitale costante: «Non è soltanto il lavoro direttamente impiegato nella produzione di una merce che ne determina il valore, ma anche il lavoro impiegato nella produzione degli strumenti, degli utensili e degli edifici che sostengono questo lavoro» (30). Qui si fa strada la fondamentale distinzione, poi elaborata compiutamente da Marx, tra lavoro vivo (attuale) e lavoro morto (passato). Giustamente Ricardo obiettò a Smith che non solo lo sviluppo economico non richiedeva affatto un superamento della “vecchia” teoria del valore-lavoro, che secondo Smith valeva in uno «stadio piuttosto rozzo della società» (che egli comunque non riusciva a concepire se non come società mercantile di tipo semplice) (31), ma che anzi solo la misura del valore secondo il tempo di lavoro riusciva a spiegare compiutamente e senza contraddizioni il valore contenuto nel prodotto annuo sociale, come la sua razionale distribuzione tra le varie classi che in qualche modo avevano concorso a realizzarlo. Il grande merito teorico di Ricardo fu appunto quello di aver generalizzato la teoria del valore-lavoro.

Dalla feconda teoria del valore-lavoro, che ebbe in William Petty (1679) il suo geniale precursore, Smith passa dunque alla mistica formula trinitaria. Quella smithiana diventa una teoria del valore-lavoro “a valle”, per così dire, centrata cioè non sulla quantità di lavoro oggettivato (contenuto, cristallizzato) nelle merci, ma sulla quantità di lavoro che il valore di queste merci possono comandare (labour commanded), mettere in movimento. «È necessario osservare che il valore reale di tutte le diverse parti componenti del prezzo è misurato dalla quantità di lavoro che ognuna di esse può comprare o comandare. Il lavoro misura il valore non solo della parte del prezzo che si risolve in lavoro [pagato con il salario], ma anche di quella che si risolve in rendita e di quella che si risolve in profitto» (32). Ma si tratta del lavoro oggettivato nella merce (lavoro “intrinseco”), oppure del lavoro comandato (lavoro “estrinseco”) dal valore di essa? Smith rimase malamente aggrovigliato in una concezione della ricchezza sociale concepita sostanzialmente come un gigantesco ammasso di cose prodotte dal lavoro, anch’esso considerato essenzialmente come somma di beni-salario, che non gli consentì di sciogliere l’ambiguità circa il significato del lavoro come misura del valore: si tratta del lavoro “a monte” (produzione del valore nella fabbrica) oppure “a valle” (acquisto di forza-lavoro sul mercato)? A volte sembra vera la prima modalità («concezione esoterica»), a volte la seconda («concezione essoterica»).

In ogni caso a Smith il valore del lavoro contenuto in una merce appariva sempre minore del valore del lavoro che essa poteva comandare (acquistare), anche se, come abbiamo visto, egli non riuscì a trarre la corretta conclusione da questa fondamentale osservazione. Non poteva. Come abbiamo visto, gli mancava il concetto di lavoro vivo, e difatti concepiva il lavoro alla stregua di una qualsiasi merce, il cui valore di scambio era formato dai mezzi di sussistenza che tenevano in vita il suo proprietario, il lavoratore. Ma acquistata la merce-lavoratore pagata al suo giusto prezzo di mercato, il capitalista la porta nella sua impresa per consumarla, ed è in questo consumo che la forza-lavoro rivela le sue straordinarie proprietà.

Smith concepiva il profitto come un costo, come un’aggiunta esterna rispetto al processo produttivo, e non come il derivato di un plus di valore che viene ad aggiungersi al valore cristallizzato nei fattori della produzione e che per il capitalista rappresenta effettivamente un costo di produzione. «Non ho fatto che aggiungere il profitto medio ai costi che ho sostenuto. Infatti, se avessi investito il mio capitale in un altro impiego, avrei realizzato il profitto medio»: è così che ragiona l’ingenuo capitalista smithiano. «Smith rappresenta le cose esattamente come appaiono al capitalista, e come il capitalista le immagina lascandosi, nella prassi, guidare da esse» (33).

Quindi per Smith i costi appartengono alla sfera della produzione («concezione esoterica»), mentre il profitto ha a che fare solo con la sfera della circolazione («concezione essoterica»), nel cui seno si forma l’agognato profitto medio. Appare evidente che questa concezione occulta la natura sociale del profitto (e quindi della rendita che ne deriva), il quale come già sappiamo ha come suo fondamento il plusvalore, e quindi lo sfruttamento del lavoratore. Nemmeno Ricardo «distingue il plusvalore dal profitto, e in genere, al pari degli atri economisti, procede in maniera rozza e inintelligente con le determinazioni formali» (34). Beninteso, Marx ci tenne sempre a sottolineare come il geniale economista inglese giganteggiasse al cospetto della «massa di cretini venuti post Ricardum».

Paradossalmente, Smith, che restrinse la legge del valore-lavoro a una fase precapitalistica della società (pur dotandola delle “eterne” categorie dell’economia capitalistica: merce, mercato, denaro, ecc.), riuscì nondimeno a cogliere la natura eccezionale del lavoro (vedi la distinzione fatta sopra tra lavoro oggettivato nei beni-salario e lavoro comandato); Ricardo, che invece quella legge estese e generalizzò al moderno Capitalismo, non fu tuttavia in grado di spiegare l’eccedenza di valore-lavoro individuata da Smith e che egli non metteva in discussione, a partire dalla legge del valore secondo il tempo di lavoro contenuto nelle merci. «Ricardo non ha affatto risolto il problema, il quale costituisce la ragione intima della contraddizione smithiana. Valore del lavoro e quantità del lavoro restano espressioni “equivalenti” finchè si tratta di lavoro oggettivato. Cessano di esserlo, appena vengono scambiati lavoro oggettivato [nei mezzi di sussistenza] e lavoro vivo. […] In che cosa la merce lavoro si differenzia dalle altre merci? L’una è lavoro vivo, le altre sono lavoro oggettivato» (35). Sia Smith sia Ricardo non furono in grado di afferrare questa distinzione che sta alla base del Capitalismo.

12.
La “filiera” delle mediazioni reali e concettuali è lunga, ma alla fine sempre al rapporto sociale capitalistico arriviamo: il Capitale sfrutta il lavoro per ricavarne un profitto. Quando maneggiamo denaro, “reale” o “virtuale” che sia, crediamo di avere a che fare solo con una cosa, con la cosa più straordinaria e ambita dal “genere umano”, ma in realtà abbiamo tra le mani un intero mondo intessuto di relazioni umane: si tratta del famigerato feticismo della merce di cui parlava Marx. Scriveva Engels nell’Introduzione del 1859 a Per la critica dell’economia politica: «L’economia non tratta di cose, ma di rapporti tra persone e, in ultima istanza, tra classi; questi rapporti sono però sempre legati a delle cose e appaiono come delle cose. Marx è il primo che ha scoperto il valore di questa connessine, […] e in questo modo ha reso i problemi più difficili così chiari e così semplici, che ormai perfino gli economisti borghesi possono capirli» (36). Forse l’amico eccedeva in ottimismo…

Il profitto (che comprende l’interesse di chi dà a prestito denaro e la rendita del proprietario terriero) non sgorga naturalmente, o magicamente avrebbe detto Marx, dal capitale investito in qualche attività produttiva di “beni e servizi”, ma prende corpo dall’uso del lavoratore nel processo produttivo, il quale è in primo luogo – in regime capitalistico, s’intende – processo produttivo di valore e plusvalore, ossia di un valore che corrisponde esattamente ai valori dei “fattori produttivi” (mezzi di lavoro, lavoratori, materie prime, ecc.: si tratta del costo di produzione) e un extravalore che il capitalista incassa a titolo gratuito. Non è dunque nello scambio capitale-lavoro che nasce il profitto, ma nell’uso che il capitalista fa della merce-lavoratore che egli ha comprato pagandola con un salario contrattato sul mercato del lavoro. La merce-lavoratore è la sola merce che crea un plus di valore, cioè un’eccedenza di valore rispetto al prezzo d’acquisto, nello stesso momento in cui viene usata. La forza-lavoro conserva il vecchio valore incorporato nei “fattori produttivi” e ne crea, allo stesso tempo, uno nuovo di zecca che fa la fortuna del capitalista. Solo il valore d’uso della bio-merce chiamata lavoratore ha questo straordinario (per il capitalista) e maledetto (indovinate per chi) potere, che gli deriva non dalle sue intrinseche qualità naturali ma da peculiari rapporti sociali. È questa disumana realtà che cela la formula trinitari: «la mistificazione del modo di produzione capitalistico, la materializzazione dei rapporti sociali, la diretta fusione dei rapporti di produzione materiali con la loro forma storico-sociale è completa: il mondo stregato, deformato e capovolto in cui si aggirano i fantasmi di Monsieur le Capital e Madame la Terre, come caratteri sociali e insieme direttamente come pure ne semplice cose» (37).

Non solo i tre redditi canonici dell’economia classica non derivano da tre fonti autonome, ma possono essere spiegati solo a partire dal processo lavorativo immediato, il quale dal punto di vista del capitale è fondamentalmente un processo di valorizzazione. Ecco, mutatis mutandis credo che un analogo ragionamento si possa applicare ai concetti di “capitale umano” e “capitale fisico”. Intanto abbiamo appreso da Marx che solo nel processo di valorizzazione la bio-merce chiamata lavoratore si trasforma in capitale: ditemi dunque se a questo capitale si possa applicare impunemente l’etichetta e il concetto di umano! Concepire e presentare il lavoro (salariato) come una qualsiasi fonte di reddito significa occultarne l’autentico significato storico-sociale, mistificare la sostanza capitalistica della sua esistenza, una sostanza che, occorre ripeterlo, trasuda disumanità da tutti i pori.

In estrema sintesi, mi sento di poter dire che l’odiosa fuffa ideologica intorno al “capitale umano” non è che un maldestro tentativo di celare la realtà dei nullatenenti che per vivere sono costretti a vendersi sul mercato. Infatti, «si capisce da sé che l’operaio che viene privato dei mezzi di produzione viene privato dei mezzi di sussistenza» (38), e viceversa. Chi detiene la proprietà dei mezzi di produzione/circolazione detiene il monopolio dell’intero prodotto del lavoro, una parte del quale va a costituire il cosiddetto fondo-salario; la natura giuridica di questa proprietà (statale, privata, “mista”, cooperativistica) non ha alcuna importanza ai fini della definizione di un’economia che si dà come sottomissione totale del lavoro da parte del Capitale.

(1) P. Lovaglio, G. Vittadini Il concetto di capitale umano e la sua stima, p. 121, PDF.
(2) Il valore monetario dello stock di capitale umano in Italia, p. 31, Istat, 2014, PDF.
(3) Fondamenti e sviluppi delle teorie del capitale umano, p. 3, Università degli studi Bergamo, 2011, PDF.
(4) «Il primo ad affrontare il problema della misurazione quantitativa del capitale umano fu William Petty, nel 1676. Per Petty nel calcolo della ricchezza nazionale di un Paese si doveva includere la capacità lavorativa degli uomini, intesa come attitudine a creare ricchezza. Petty adottò un un’impostazione prospettica: il reddito da lavoro di una persona rappresenta la rendita perpetua del capitale umano rapportata ad un determinato tasso di interesse» (Ivi, p. 5). Per Marx Sir William Petty fu «uno dei più geniali e originali indagatori dell’economia, è il fondatore dell’economia politica moderna. Nel suo Treatise on Taxes and Contributions del 1662 si trovano numerosi passi che sviluppano l’origine e la valutazione del plusvalore. […] In questo scritto egli determina in realtà il valore delle merci dalla quantità proporzionale di lavoro in esse contenuto» (K. Marx, Storia delle teorie economiche, I, p. 15, Einaudi, 1954).
(5) A. Smith, La ricchezza delle nazioni, 1776, p. 119, Newton, 1995.
(6) Il valore monetario dello stock di capitale umano in Italia, p. 8, Istat.
(7) K. Marx, Il Capitale, III, p. 927, Editori Riuniti, 1980.
(8) A. Smith, La ricchezza delle nazioni, p. 99.
(9) Ivi, p. 589.
(10) K. Marx, Il Capitale, I, capitolo sesto inedito, p. 28, Newton, 1976.
(11) Ivi, p. 31.
(12) Ivi, p. 43.
(13) Ivi, p. 38,
(14) F. Engels, Introduzione (del 1891) a K. Marx, Lavoro salariato e capitale, 1849, p. 126, Newton, 1978.
(15) K. Marx, Il Capitale, I, capitolo sesto inedito, p.  36.
(16) K. Marx, Salario, prezzo e profitto, 1865,  p. 76, Newton, 1976.
(17) K. Marx, Lavoro salariato e capitale, p.83.
(18) Ivi, pp. 92-96.
(19) Ivi, p. 102.
(20) K. Marx, Salario, prezzo e profitto, p. 84.
(21) K. Marx, Il Capitale, I, capitolo sesto inedito p. 46.
(22) K. Marx, Salario, prezzo e profitto, p. 116.
(23) A. Smith, La ricchezza delle nazioni, p. 108.
(24) K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p. 11, Einaudi, 1955.
(25) Ivi, p. 12.
(26) K. Marx, Il Capitale, I, capitolo sesto inedito.
(27) K. Marx, Il Capitale, I, p. 556, Editori Riuniti, 1980.
(28) K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p. 69.
(29) A. Smith, La ricchezza delle nazioni, p. 98.
(30) D. Ricardo, Principi dell’economia politica, cit. tratta da K. Marx, Storia  delle teorie economiche, II, p. 21.
(31) «In quello stadio primitivo e rozzo della società che precede l’accumulazione dei fondi e l’appropriazione della terra, il rapporto fra le quantità di lavoro necessarie a procurarsi diversi oggetti sembra sia la sola circostanza che possa offrire una qualche regola per scambiarli l’uno con l’altro» (A. Smith, La ricchezza delle nazioni, p. 95). Non essendoci né profitto né rendita, il valore della merce è identico al valore del lavoro, e così il prezzo della prima è identico al prezzo del secondo, ossia al salario. Le cose cambiano completamente, dice sempre Smith, quando dallo «stadio piuttosto rozzo della società» si passa a una più matura e civile organizzazione sociale, dominata dalla feconda divisione sociale del lavoro. Qui il valore delle merci è dato, oltre che dal salario del lavoratore, anche dal profitto di chi investe capitale in un’impresa e dalla rendita fondiaria del proprietario terriero. Ai tempi di Smith la proprietà fondiaria godeva ancora di una certa autonomia rispetto al fittavolo capitalista che lo ripagava con una parte del profitto estorto ai lavoratori. Come osservò Marx, l’economista inglese per molti aspetti si mosse dentro schemi concettuali di chiara impronta fisiocratica, e ciò del resto si spiega con il grado di sviluppo, ancora relativamente modesto, del Capitalismo della sua epoca.
(32) A. Smith, La ricchezza delle nazioni, p. 97.
(33) K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p.   75.
(34) Ivi, p. 71.
(35) Ivi, pp. 108-109.
(36) F. Engels, Marx-Engels Opere, XVI p. 480, Editori Riuniti, 1983.
(37) K. Marx, Il Capitale, III, p. 943.
(38) K. Marx, Il Capitale, I, capitolo sesto inedito, p. 31.

Un pensiero su “SE QUESTO CAPITALE È UMANO

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