L’APOCALISSE AL TEMPO DI GRETA THUNBERG

Ho appena letto un interessante articolo pubblicato lo scorso 25 aprile da George Monbiot sul Guardian. Interessante a partire dal titolo: «Abbiate il coraggio di dichiarare il capitalismo morto – prima che ci porti tutti giù». In effetti, sembra che Monbiot abbia finalmente scoperto che «Il sistema economico è incompatibile con la sopravvivenza della vita sulla Terra. È tempo di disegnarne uno nuovo»: santissime parole! Se pensiamo che alcuni scienziati di fama mondiale, sulla scia del compianto Stephen Hawking, professano la colonizzazione umana di altri pianeti come estremo rimedio alla Catastrofe Finale prossima ventura («Lasciare il pianeta Terra è la nostra migliore speranza per la sopravvivenza»), bisogna riconoscere che già immaginare la possibilità di costruire un nuovo – sebbene non meglio precisato – sistema su questo azzurro pianeta costituisce un’apprezzabile conquista concettuale e politica. Non bisogna essere troppo schizzinosi con l’anticapitalismo ai tempi di Greta Thunberg. O mi sbaglio? Dite che non si tratta affatto di anticapitalismo ma di un’assai intelligente strategia intesa a mettere il Capitalismo del XXI secolo nelle condizioni di affrontare e vincere le vecchie e le nuove sfide sistemiche? Può darsi. Chi sono io per poter escludere una simile lettura del nuovo ambientalismo? A ogni modo desidero non saltare troppo precipitosamente a conclusioni definitive.

Confessa il neo-anticapitalista: «Per gran parte della mia vita da adulto ho inveito contro il “capitalismo aziendale”, il “capitalismo dei consumi” e il “capitalismo clientelare”. Mi ci è voluto molto tempo per vedere che il problema non è l’aggettivo, ma il nome». Bravo! Meglio tardi che mai. Diciamo che è il rapporto sociale dominante che quel nome esprime a costituire l’essenza della cosa, ma adesso non è il momento di cavillare intorno alla dialettica tra la cosa e il suo nome, tra la cosa e il suo concetto. Attestiamoci dunque su una postura “dialogica” e continuiamo la citazione: «Mentre alcune persone hanno rifiutato il capitalismo con gioia e rapidità, io l’ho fatto con lentezza e riluttanza. Parte del motivo era che non vedevo un’alternativa chiara: a differenza di alcuni anticapitalisti, non sono mai stato un entusiasta del comunismo di Stato». Ahi! Forse ci siamo esaltati anzitempo. Comunque personalmente intendo mantenere un approccio disponibile nei confronti di Monbiot, e desidero soprattutto comunicargli che anch’io «non sono mai stato un entusiasta del comunismo di Stato», che infatti ho iniziato a combattere fin da ragazzino, e cioè quanto il «comunismo di Stato», nelle sue diverse forme nazionali (russa, cinese, cubana, ecc.), godeva ancora di un larghissimo seguito nella sinistra occidentale. Ma qui dobbiamo occuparci del giornalista del Guardian, non della mia insignificante persona! Vediamo dunque come Monbiot articola la sua riflessione anticapitalista: «Non si può tornare indietro: l’alternativa al capitalismo non è né il feudalesimo né il comunismo di Stato. Il comunismo sovietico aveva più in comune con il capitalismo di quanto i difensori di entrambi i sistemi avrebbero voluto ammettere. Entrambi i sistemi sono (o erano) ossessionati dal generare crescita economica. Entrambi sono disposti ad infliggere stupefacenti livelli di danni nel perseguimento di questo ed altri fini. Entrambi hanno promesso un futuro in cui avremmo dovuto lavorare solo per poche ore alla settimana, ma invece chiedono un lavoro infinito e brutale. Entrambi sono disumanizzanti. Entrambi sono assolutisti, insistendo sul fatto che solo il loro è l’unico vero Dio». Peccato, al nostro amico manca il concetto fondamentale: entrambi sono (o erano) regimi sociali capitalistici. Definire «comunismo di Stato» il Capitalismo di Stato con caratteristiche staliniste (o maoiste) è un ossimoro che non sta in piedi nemmeno con l’aiuto dalla più potente delle divinità: c’è un limite a tutto! Forse…

A proposito della Cina ho scritto poco tempo fa (contro i tifosi del Celeste Imperialismo): «La struttura logica del mio pensiero è purtroppo assai elementare, direi rozza, ed essa mi porta a ragionare in questi termini: dove c’è capitale, c’è Capitalismo. Infatti, il capitale non è una cosa, non è un mero strumento al servizio dell’economia (capitalista o “socialista” che sia): esso è in primo luogo l’espressione di peculiari (sul piano storico) rapporti sociali di produzione, i quali nelle società classiste sono rapporti di dominio e di sfruttamento. La “sovrastruttura” politica, istituzionale e ideologica non può non essere adeguata alla “struttura” economico-sociale che la esprime “dialetticamente” – e necessariamente. Mi scuso per questa trivialità adialettica e antimaterialistica, ma io la penso esattamente così, anche a proposito della Cina!». L’antipatica autocitazione mi serve solo per rendere evidente a chi legge come imposto i problemi che riguardano la struttura sociale delle comunità umane. Chiudo la parentesi e ritorno a Monbiot.

«Che aspetto ha un sistema migliore? Non ho una risposta completa e non credo che nessuna persona ce l’abbia». Ovviamente nemmeno io ho «una risposta completa» da tirare fuori dalla tasca; tuttavia, avendo compreso la natura pienamente e radicalmente capitalistica della Russia stalinista e della Cina (da Mao a Xi Jinping), posso quantomeno abbozzare i tratti distintivi di «un sistema migliore»: niente rapporti sociali di dominio e di sfruttamento, niente classi sociali (solo uomini e donne che collaborano insieme per godere il massimo della felicità umanamente possibile su questo pianeta), niente divisione sociale del lavoro fissata in qualche modo (tale cioè da creare una permanente divisione funzionale/professionale tra gli individui), niente Capitale, niente lavoro salariato, niente merci (solo beni d’uso della migliore qualità: il Comunismo, quello vero, è un lusso che nel XXI secolo l’umanità può permettersi!), niente Stato, da sempre strumento di controllo e di oppressione dei nullatenenti da parte dei padroni (o del Padrone unico: lo Stato!) delle condizioni materiali della produzione/distribuzione. Come si vede non scendo nei particolari dell’unico sistema che mi appare migliore di quello attuale, semplicemente perché non posso né voglio prevedere quale volto potrebbe avere una Comunità autenticamente umana. In ogni caso è il modestissimo contributo che chi scrive si sente di dare al dibattito sul «sistema migliore» possibile auspicato da Monbiot. Certo, so che quanto ho appena scritto è molto distante dallo schema fornito «dalla civiltà ecologica proposta da Jeremy Lent, uno dei più grandi pensatori della nostra epoca», o «dalla “economia delle ciambelle” di Kate Raworth», per non parlare del «pensiero ambientale di Naomi Klein, Amitav Ghosh, Angaangaq Angakkorsuaq, Raj Patel e Bill McKibben»; ma ognuno impasta la farina che piglia dal proprio sacco: questo pane posso offrire a un’umanità affamata di Speranza! A proposito: non sarebbe più costruttivo farsi Speranza, diventare Speranza? Anche perché, come diceva qualcuno, non esistono “liberatori” pronti a sacrificarsi per il bene dell’umanità, ma uomini e donne che lottano per liberarsi.

Ancora il Nostro: «La nostra scelta si riduce a questo. Fermiamo la vita per permettere al capitalismo di continuare, o fermiamo il capitalismo per permettere alla vita di continuare?». Una volta si diceva Socialismo o barbarie! La mia risposta è, come sempre del resto, scontata: superiamo il Capitalismo per permettere alla vita di dispiegarsi in una dimensione semplicemente umana, cosa che presuppone la costruzione della Comunità come delineata sopra. Per come la vedo io, non si tratta solo di «permettere alla vita di continuare», come recita il mantra degli apocalittici che si concentrano sulla catastrofe ambientale («La crescita infinita su un pianeta finito porta inesorabilmente alla catastrofe ambientale») mentre trascurano di considerare il rapporto sociale che oggi domina in modo sempre più totalitario in tutto il mondo e che sta a fondamento della catastrofe sociale (umana e ambientale) in atto.

Detto altrimenti, non si tratta di impedire una catastrofe imminente: si tratta piuttosto di farla finita con la catastrofe attuale chiamata società capitalistica, una catastrofe che ormai si protrae da moltissimo tempo e che oggi ha la dimensione del nostro pianeta, cosa che peraltro corrisponde al concetto stesso di Capitale, come aveva detto in tempi non sospetti l’anticapitalista di Treviri. Per come la vedo io, si tratta in primo luogo di chiudere definitivamente la storia delle società classiste, che ha reso e rende possibile ogni genere di catastrofe, e iniziare una nuova storia, quella appunto della Comunità che conosce solo uomini e donne in grado di padroneggiare con le loro mani e con la loro testa la propria esistenza. Come si vede, oggi mi accontento di fare la “rivoluzione” con il pensiero. In fondo è già qualcosa. Forse…

«Nel New York Times di domenica, l’economista Nobel Joseph Stiglitz ha cercato di distinguere tra il capitalismo buono, che ha definito “creazione di ricchezza”, e il capitalismo cattivo, che ha definito “furto di ricchezza” (che estrae le rendite). Capisco la sua distinzione. Ma dal punto di vista ambientale, la creazione di ricchezza è furto di ricchezza. La crescita economica, intrinsecamente legata al crescente uso di risorse materiali, significa rubare la ricchezza naturale sia dai sistemi viventi sia dalle generazioni future». Al punto di vista ambientale di Monbiot mi permetto, per concludere, di contrapporre il punto di vista storico-sociale di Marx: nelle società classiste in generale, e in quella capitalistica in particolare, la creazione di ricchezza «è furto» di tempo di lavoro, è saccheggio di capacità lavorative, ed è su questo fondamento sociale che si realizza il saccheggio e lo sfruttamento delle risorse naturali. Sulla natura del cosiddetto “capitale umano” rinvio al mio precedente post.

Leggi anche:

LETTERA DI UN ANTICAPITALISTA A GRETA THUNBERG
APPESI ALLE OPPOSTE “EVIDENZE SCIENTIFICHE”. Una questione di metodo a proposito di global warming.
SALVARE IL PIANETA! MA DA QUALE CATASTROFE ESATTAMENTE?
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10 pensieri su “L’APOCALISSE AL TEMPO DI GRETA THUNBERG

  1. Commenti da Facebook

    M. L.:
    Non lasciamoci ingannare, George Monbiot è un neomalthusiano della prima ora. Lui non odia il capitalismo, è ossessionato dall’umanità in quanto cancro della Terra. E adesso odia anche il capitalismo, non perché sottometta gli esseri umani alla macchina del profitto, ma perché potenzia la capacità della nostra specie di prosciugare Gea. Fautore di un severo controllo delle nascite, (poiché al mondo gli esseri umani ci possono stare, ma solo pochi e i migliori – come lui), è andato molto vicino alla proposta di inserire nel DSM il negazionismo del man-made global warming che invece lui agita da decenni in favore di una decrescita radicale anti-umana: gli scienziati che osano avanzare l’ipotesi che il riscaldamento globale possa essere dovuto a cause naturali (come già accaduto in altre epoche, persino in quelle in cui l’umanità non aveva fatto la sua comparsa sul pianeta), per Monbiot dovrebbero essere espulsi dalla comunità scientifica e sottoposti a rieducazione, alla stregua degli antivax o dei terrapiattisti. Fa bene Sebastiano a prendere le distanze da un personaggio del genere – il nostro anticapitalismo non ha bisogno del suo suffragio.

    D. W.:
    Tuttavia non è da sottovalutare la possibilità che si pervenga a formulazioni marxiste a partire dalla gravità della questione ambientale. Non si tratta di valorizzare Monbiot ma d’osservare cosa perfino un Monbiot arriva a dire.

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