TECNOLOGIA vs UMANITÀ?

Essere, o non essere, questo è il dilemma:
se sia più nobile nella mente soffrire
colpi di fionda e dardi d’atroce fortuna
o prender armi contro un mare d’affanni
e, opponendosi, por loro fine?
W. Shakespeare

Ormai non passa quasi un singolo, brevissimo giorno senza che gli scaffali delle librerie di tutto il mondo si arricchiscano dell’ennesimo libro che mette in guardia l’umanità dai pericoli che si nasconderebbero – ma poi non così tanto – dietro la rivoluzione tecnologica che, a quanto pare, giungerà a completa maturazione entro i prossimi venti anni. Alcuni “futurologi” parlano di dieci anni: in appena due lustri l’umanità si giocherebbe la partita con l’Intelligenza Artificiale, e tutto lascia supporre che non sarà la prima a uscirne trionfante, tutt’altro.

Personalmente l’altro ieri mi sono imbattuto nell’ultimo saggio del “futurologo” (è così che egli ama definirsi) Gerd Leonhard: Tecnologia vs Umanità. Lo scontro prossimo futuro (Egea, 2019). Confesso che ho iniziato a leggere il libro con una certa ritrosia, perché temevo di perdere tempo andando dietro a concetti letti e riletti mille volte nel corso degli ultimi dieci e passa anni, e da me rubricati come feticismo tecnologico. La ritrosia, che comunque non voleva scadere nel pregiudizio, si è purtroppo rivelata ben fondata; tuttavia, cercando di cogliere in qualche pagina del libro almeno un passo suggestivo e fecondo, uno spunto argomentativo dove agganciare una critica di qualche interesse, alla fine mi sono accorto di averlo letto tutto: mio malgrado! Comunque ho chiuso la “pratica” in poco tempo, proprio perché i concetti esposti nel saggio in questione sono tutt’altro che originali, e quindi il pensiero ha avuto modo di “digerirli” rapidamente.

Il tedesco (di Bonn) Leonhard è il classico “pensatore visionario” («inserito da Wired Magazine tra le cento persone più influenti in Europa già nel 2015, e secondo il The Wall Street Journal uno dei dieci futurist keynote speakers tra i più importanti al mondo»: come mi sento insignificante!) che nei confronti delle innovazioni tecnologiche ha un atteggiamento tutt’altro che ostile, ma che al contempo riflette sugli aspetti negativi, o quantomeno fortemente problematici, di molte di esse. Per il Nostro futurista l’umanità deve certamente accogliere con entusiasmo i “lati positivi” della rivoluzione digitale che ridisegnerà radicalmente la società capitalistica, e le cui avvisaglie già possiamo cogliere in diversi ambiti della nostra vita, mentre essa deve respingerne senz’altro i “lati negativi”, ossia quelle tendenze che spingono la tecnoscienza per un verso a comprimere tutte le peculiari qualità umane; quelle qualità (emozionarci, essere compassionevoli, porci problemi etici, ricercare la felicità, essere creativi, ecc.) che fanno di noi ciò che siamo da millenni e che ci distinguono dalla macchina più intelligente che siamo in grado di concepire e produrre; e per altro verso a renderci dipendenti in modo assoluto dalle macchine intelligenti, ciò che ci obbligherebbe a una continua e snervante competizione interumana per rimanere socialmente abili in un ambiente sociale totalmente digitalizzato. Senza parlare del fatto che alcune importanti capacità umane, fisiche, intellettuali e psicologiche, col tempo subiranno un processo di atrofizzazione, essendo stato il loro uso delegato alle macchine cosiddette intelligenti. Il darwinismo tecnologico è dietro l’angolo! C’è poi un grande problema che assilla e inquieta Leonhard: la convergenza tra nanotecnologia e biologia, convergenza che potrebbe creare un mostruoso ibrido biotecnologico che renderà difficile capire dove finisce la “componente umana” della Cosa e inizia quella inumana. Chissà, forse è lo stesso concetto di umanità che subirà una radicale ridefinizione, com’è stato previsto da moltissimi romanzi e film del genere fantascientifico. Bisogna anche considerare che mentre i mutamenti tecnologici si danno con una rapidità sempre maggiore e investono sempre più direttamente e capillarmente la stessa “nuda vita” dell’uomo, i mutamenti che coinvolgono la sua struttura fisica e psichica rimangono invece lenti, e questa diversa velocità di cambiamento non può non generare problemi e contraddizioni di vasta portata, che la società cercherà di superare investendo ancora più massicciamente nell’Intelligenza Artificiale, innescando un circolo vizioso tecnologico dalle conseguenze imprevedibili.

Per analogia possiamo forse pensare ai problemi che in passato hanno dovuto affrontare le popolazioni che sono state costrette ad adattarsi nel giro di poche generazioni al clima e al regime alimentare dei luoghi nei quali si sono recati “in cerca di fortuna”. Pare che l’obesità e non poche patologie della pelle e degli occhi abbiano colpito – e colpiscano – più frequentemente persone provenienti da Paesi caldi e aventi un regime alimentare sostanzialmente vegetariano, che si sono trasferiti per lavoro in Paesi dal clima più rigido e assoggettati a una dieta basata sulla carne e sui derivati del latte. L’adattamento degli organismi viventi secondo natura è un processo che si svolge quantomeno nei millenni, mentre il capitalismo non concede alle persone tutto questo tempo, e ciò ha avuto – e forse continua ad avere – delle conseguenze anche sul loro corpo. Il nostro corpo e la nostra struttura psichica sono ancora troppo poco “moderni” e flessibili per adattarsi senza alcuna frizione alle esigenze capitalistiche. La composizione organica del “capitale umano” (1) è ancora troppo bassa. Per dirla con Günther Anders, L’uomo è antiquato: che «vergogna prometeica»! (2)

Il “lato positivo” secondo Leonhard: «La tecnologia rende le cose abbondanti perché con la buona tecnologia il prezzo cala drasticamente e la tecnologia esponenziale renderà le cose esponenzialmente abbondanti. I mezzi di comunicazione, l’informazione, i viaggi, i servizi finanziari, i servizi medici, il cibo, l’acqua, l’energia. In meno di 20 anni possiamo arrivare al punto in cui avremo energia, cibo e acqua abbondanti, mentre la maggior parte del lavoro sarà svolta da macchine o software; il che significa che “lavoreremo” solamente per poche ore al giorno, godendoci lo stesso tenore di vita e di reddito. Ciò significherà che il consumo e la crescita non potranno essere più considerati i principi che definiscono l’economia – si svilupperà una sorta di post-capitalismo. Il PIL come parametro sarà completamente sparito da allora – e forse troveremo un modo per perseguire più FIL (Felicità Interna Lorda)». Il concetto di FIL ai miei occhi è eccitante quanto lo è il pensiero di un sasso che mi cade dritto sulla testa. E ho detto tutto! Questo concetto si segnala peraltro per originalità. Tento di fare della facile ironia, con quale risultato non tocca a me dirlo.

È il turno del “lato negativo”: «Il rischio più grande, oggi, non è tanto che le macchine domineranno, governeranno o addirittura inavvertitamente elimineranno, attraverso complessi sistemi di intelligenza artificiale, l’umanità; questo è un pericolo più vicino ad alcuni film di Hollywood che affronteremo forse tra trent’anni. Il vero problema e che noi umani possiamo diventare troppo simili alle macchine, lasciando che software e IA prendano decisioni al nostro posto disabituandoci a compiere delle scelte autonome. La minaccia della disumanizzazione può interessare diversi aspetti ed è un cambiamento concreto da non sottovalutare. Ad esempio i social media, che utilizziamo tutti giorni, sono strumenti digitali fuorvianti che attraverso dati algoritmici sostituiscono i rapporti sociali ed influenzano le nostre scelte. La stessa dinamica si evidenzia, in maniera ancora più acuta, anche con gli assistenti digitali personali come l’Assistente Google ed Alexa di Amazon, che promettono di svolgere sempre più attività per noi, facendoci gradualmente dimenticare di compiere azioni comuni come accedere la luce del bagno o regolare il termostato».

Ecco adesso il “lato critico”: «La tecnologia viene sempre creata dagli umani e a sua volta ridefinisce ciò che possiamo fare e che faremo. […] L’umanesimo progressista si basa su “esseri umani fantastici sulla cima di una tecnologia straordinaria” non rifiutando la tecnologia stessa, ma rifiutando l’idea che la tecnologia sia lo scopo stesso. Lo scopo della vita è il progresso umano collettivo!»

Non c’è il minimo dubbio: «La tecnologia viene sempre creata dagli umani»; ma questa stessa prassi creatrice non è nemmeno concepibile, né spiegabile, se non si prendono in considerazione i rapporti sociali che dominano in una determinata epoca storica, il reale processo sociale che rende possibile la vita degli uomini, la loro multiforme attività. È verissimo che il desiderio di conoscere e di trasformare il mondo è una qualità peculiarmente umana; essa però non si dà in astratto, a prescindere da specifici e sempre mutevoli presupposti storici e sociali. La storia del pensiero scientifico e della tecnologia ci mostra fino a che punto essi siano sempre stati intimamente connessi alla reale struttura sociale delle comunità umane, agli interessi che fanno capo in primis alle classi dominanti, e questo aspetto è diventato di un’evidenza solare quantomeno all’inizio della Prima rivoluzione industriale. Nella nostra epoca la tecnoscienza è in primo luogo e fondamentalmente legata agli interessi capitalistici; essa è lo strumento più potente di cui dispone il capitale per rendere più produttivo il lavoro umano, per accrescere il suo dominio sulla natura, per moltiplicare all’infinito le sue occasioni di profitto. La tecnoscienza è essa stessa capitale all’ennesima potenza, ed è per questo che ho trovato sommamente feticistico il titolo del libro di Leonhard: infatti, ciò che opprime e minaccia la vita dell’umanità non è la Tecnologia ma il Capitale.

Lo sanno tutti, per fare un esempio legato alle recenti celebrazioni lunari, che dietro la sfida tecnologica e scientifica tra russi e americani per la “conquista dello spazio” c’erano interessi assai poco “umanistici”, compendiabili nel concetto di competizione imperialistica tra le due maggiori Superpotenze dell’epoca. Una competizione sistemica, “a 360 gradi”: tecnologica, scientifica, politica, militare, economica, ideologica.

Come tutti gli intellettuali “umanisti” e “progressisti” di questo mondo, Leonhard accetta, non si sa se a malincuore, il capitalismo, ma poi ne critica i “lati negativi” (come se fosse possibile separarli, anche solo concettualmente, da quelli “positivi”) e prospetta un’azione più chimerica che visionaria: renderlo “più umano” attraverso una “rivoluzione etica” che dovrebbe coinvolgere capitalisti, politici, scienziati e l’intera opinione pubblica.

La domanda eticamente corretta, sostiene giustamente Leonhard, non è quella che chiede se la tecnologia può fare questa o quella cosa, ma in vista di che cosa la usiamo, per raggiungere quale fine: per fare più soldi? per controllare la vita delle persone? per battere il nemico e vincere le guerre (militari, commerciali, tecnologiche, scientifiche, geopolitiche)? «Ci sono cose che probabilmente non dovremmo fare, anche se possiamo». Giustissimo! Ma chi decide, “in ultima analisi”, su tutti questi problemi?

Certo, a ben considerare non c’è solo un problema legato all’uso capitalistico delle macchine e della scienza, ma ce n’è un altro che chiama in causa anche il tipo di tecnologia e di scienza che si armonizza con i bisogni di una comunità autenticamente umana. Ovviamente lungi da me azzardare soluzioni concrete a questo problema, le quali sono interamente nelle mani di una possibile (“futuribile”) Comunità umana, che per essere tale come minimo non deve conoscere alcun tipo di divisione classista degli individui, alcun tipo di rapporto sociale di dominio e di sfruttamento. Ma con il pensiero sono salito troppo in alto, sul pianeta Utopia: mi scuso e rimetto i piedi sul nostro capitalistico pianeta.

Ridiamo la parola al futurista: «L’obiettivo che mi pongo con questo libro è quello di dare risonanza e imprimere velocità al dibattito su come fare in modo di guidare, sfruttare e controllare gli sviluppi scientifici e tecnologici perché raggiungano il loro scopo primario, ovvero servire il genere umano e promuoverne la prosperità». Che bei pensieri, e soprattutto che originalità di concezione. E tuttavia! Un altro tedesco, questa volta di Treviri, instilla nella mia debole mente un inquietante dubbio: siamo proprio sicuri che nella nostra società lo «scopo primario [degli] sviluppi scientifici e tecnologici» sia quello di «servire il genere umano e promuoverne la prosperità»?

Ora, per credere in perfetta buonafede che nella Società-Mondo del XXI secolo, nella società dominata in modo sempre più totalitario dagli interessi economici, «lo scopo della vita» possa essere «il progresso umano collettivo», bisogna avere davvero un ben misero concetto di «progresso umano», di umanità. E bisogna aver maturato una consapevolezza davvero indigente circa la natura di questa società, per credere che le questioni etiche possano imporsi agli interessi economici e politici, «solo che noi lo vogliamo» – a patto però che non mettiamo radicalmente in questione il capitalismo!

«Lo sviluppo tecnologico esponenziale nei settori come quello dell’informatica e del deep learning, delle nanoscienze, delle scienze materiali, dell’energia (batterie!), eccetera significa oltre ogni dubbio che stiamo rapidamente avvicinandoci al punto dove computer, robot e intelligenza artificiale avranno la stessa potenza di calcolo del cervello umano (10 quadrilioni di CPS – connessioni per secondo). Raggiungeremo la cosiddetta singolarità (3) probabilmente in meno di 10 anni. Quando ciò accadrà, avremo bisogno di decidere se vogliamo “fonderci” con le macchine oppure no, e la posizione che prendo in questo libro è chiara: dovremmo sfruttare la tecnologia, ma non diventarla perché la tecnologia non è ciò che cerchiamo, è come cerchiamo!». E dunque? Che fare? «Dobbiamo investire in modo pesante in ciò che chiamo “umanesimo esponenziale“, ovvero dare soldi veri per lo sviluppo umano (e sì, al di sopra della tecnologia), salvaguardando la nostra umanità in maniera molto simile a come già salvaguardiamo la natura». È chiaro, almeno questo appare a chi scrive, che l’«umanesimo esponenziale» reclamizzato da Leonhard, se probabilmente otterrà un certo successo sul mercato delle idee politicamente ed eticamente corrette (leggi: “progressiste”), certamente non salverà l’umanità dalla pessima vita che già sperimenta e da quella ancor più cattiva (il peggio, com’è noto, non conosce saturazione) che la attende in assenza di una rivoluzione sociale in grado di spezzare il circolo fatale della coazione a ripetere del Dominio. Lo so, smotto sempre nell’utopia! Sempre meglio però di rimanere impigliati in mostruose chimere concettuali. Si pensa alla «nostra umanità» nei termini di una dimensione residuale da «salvaguardare» come facciamo con i parchi e gli zoo: che tristezza! Mi correggo: che indigenza concettuale! Se l’etica progressista sostenuta dal nostro futurista è l’ultima chance che ci rimane, la partita è già persa. Ma non affrettiamo i tempi e continuiamo a sperare in qualche sua inaspettata genialata etico-politica.

«La mia convinzione è che questa è la nostra ultima possibilità di mettere in discussione la natura delle sfide che ci attendono»: ma intanto bisogna aver compreso l’essenza (capitalistica) di quella natura, e non mi sembra che egli ci sia riuscito, neanche lontanamente. «È tempo di intavolare un dibattito etico sulla tecnologia digitale, che rappresenta una minaccia al progresso umano potenzialmente maggiore della proliferazione nucleare»: ma, come forse ho già detto, ciò che ci minaccia tutti i giorni, e che domina in guisa di «potenza estranea e ostile» le fonti essenziali della nostra esistenza è il rapporto sociale capitalistico! È su questo disumano rapporto sociale che dovremmo «intavolare un dibattito etico» planetario. Non sono gli «algoritmi, i software e l’intelligenza artificiale che puntano sempre di più a “mangiarsi il mondo”»: come ho scritto nell’ultimo post dedicato a Libra, la “futuristica” moneta di Facebook, è il Capitale che punta sempre più a mangiarsi il mondo. «È la nostra ultima possibilità di decidere fino a che punto permetteremo alla tecnologia di plasmare le nostre vite»: ma il Capitale plasma e riplasma sempre di nuovo, e ormai da moltissimo tempo (Marx ed Engels iniziarono a parlarne già negli anni Quaranta del XIX secolo), le nostre vite, le quali per l’essenziale rispondono a un meccanismo sociale che né comprendiamo né controlliamo – piuttosto ne siamo controllati. Ciò a cui assistiamo è l’ennesima accelerazione del processo sociale capitalistico, e altre ne conosceremo in futuro, non v’è da dubitarne, perché il capitalismo non può vivere senza una permanente rivoluzione sociale che allarghi a dismisura il suo spazio di profittabilità (un vero e proprio spazio vitale) e gli permetta di superare limiti e contraddizioni d’ogni tipo. Non si tratta di sottovalutare i rischi futuri: si tratta piuttosto di capire ciò che accade oggi. Sul fondamento sociale che sostiene le nostre vite, tutto il male immaginabile è possibile, e il cosiddetto secolo breve lo dimostra in modo esemplare.

«Il futuro dell’umanità non dovrebbe costituire un paradigma generico dell’età industriale basato sul profitto e sulla crescita a tutti i costi, o un obsoleto imperativo tecnologico che poteva andar bene negli anni Ottanta». Ma «non dovrebbe» sulla base di quale presupposto? Perché «non dovrebbe», se i rapporti sociali del XXI secolo sono gli stessi che vigevano nel XX secolo? Su quale realistico, e non ideologico, presupposto l’imperativo categorico del profitto «non dovrebbe» plasmare il futuro dell’umanità esattamente come plasma il suo presente?

«Né la Silicon Valley né i Paesi più tecnologizzati al mondo dovrebbero diventare la “sala di controllo dell’umanità” solo perché generano sempre nuovi e ingenti flussi di entrate»: e perché mai «non dovrebbero», se la nostra esistenza oggi dipende dai «flussi di entrate»? Il Capitale, come relazione e come potenza sociale, è ormai da qualche secolo al centro della «sala di controllo dell’umanità», ma evidentemente il nostro futurista ancora non l’ha capito. Capita!

Anziché coltivare paure e angosce sul possibile avvento dell’epoca post-umana o transumana (4), dovremmo piuttosto riflettere sulle inevitabili conseguenze che ci derivano da rapporti sociali disumani, sul carattere sostanzialmente – e necessariamente – disumano della nostra società. Per come la vedo io, solo se il pensiero si sforza di cogliere le radici della cattiva condizione umana, e non si accontenta di analizzarne e descriverne la fenomenologia, si mette nelle condizioni di riempire di vita e di senso (umano) ciò che chiamiamo etica.

Alla fine l’«etica digitale» prospettata da Leonhard come una vera e propria (nonché ennesima) “rivoluzione culturale” rischia di esaurirsi nella solita retorica “antivirtualistica” intesa a spingere la gente a riconciliarsi con il “mondo reale” (il quale evidentemente non dev’essere poi così pieno di attrattive): «Abbiamo davvero bisogno di fotografare o riprendere tutto ciò che ci circonda per creare un’esaustiva “memoria meccanica nel cloud” delle nostre vite? Abbiamo davvero bisogno di condividere ogni aspetto della nostra vita su piattaforme digitali e social network? Questo ci fa sembrare (e sentire) ancora umani o, in un certo qual modo, più simili ad automi? Abbiamo davvero bisogno di fare affidamento su applicazioni di traduzione dal vivo, come SayHi o Microsoft Translator, per conversare con qualcuno in un’altra lingua?» Lascio ai lettori il compito di rispondere a queste originalissime e profondissime domande.

 

(1) «Novissimum organum. È stato dimostrato da tempo che il lavoro salariato ha foggiato le masse dell’età moderna, e ha prodotto l’operaio come tale. In generale, l’individuo non è solo il sostrato biologico, ma – nello stesso tempo – la forma riflessa del processo sociale, e la sua coscienza di se stesso come un essente-in-sé è l’apparenza di cui ha bisogno per intensificare la propria produttività, mentre di fatto l’individuo, nell’economia moderna, funge da semplice agente del valore. […] Decisiva, nella fase attuale, è la categoria della composizione organica del capitale. Con questa espressione la teoria dell’accumulazione intendeva “l’aumento della massa dei mezzi di produzione a paragone della massa della forza-lavoro che li anima”. Quando l’integrazione della società, soprattutto negli stati totalitari, determina i soggetti, sempre più esclusivamente, come momenti parziali nel contesto della produzione materiale, la “modificazione nella composizione organica del capitale” si continua negli individui. Cresce così, la composizione organica dell’uomo. […] La tesi corrente della “meccanizzazione” dell’uomo è ingannevole, in quanto concepisce l’uomo come ente statico, sottoposto a certe deformazioni ad opera di un “influsso” esterno, e attraverso l’adattamento a condizioni di produzione esterne al suo essere. In realtà, non c’è nessun sostrato di queste “deformazioni”, non c’è un’interiorità sostanziale, su cui opererebbero – dall’esterno – determinati meccanismi sociali: la deformazione non è una malattia che colpisce gli uomini, ma è la malattia della società, che produce i suoi figli come la proiezione biologistica vuole che li produca la natura: e cioè “gravandoli di tare ereditarie”» (T. W. Adorno, Minima moralia, p. 278, Einaudi, 1994).
(2) «Intendo con ciò vergogna che si prova di fronte all’umiliante altezza di qualità degli oggetti fatti da noi stessi. […] Non c’è progresso nella produzione degli esseri umani. Il modello rimane quello che era in origine. Il progresso, che tanto si loda, è delle cose; esse sono la storia. L’uomo è arretrato, immutabile, inerte nel cammino trionfale del progresso tecnologico. […] Invecchiamo ma non miglioriamo, […]siamo fatti del peggior materiale» (G. Anders, L’uomo è antiquato, 1956, p. 57, Bollati Boringhieri, 2007).
(3) Sull’avvento della mitica Singolarità circolano diverse idee nel vasto mondo dei “futurologi”. Cito solo una posizione: «Ma se la Singolarità tecnologica è possibile, essa si realizzerà. Anche se tutti i governi del mondo comprendessero la minaccia e ne fossero mortalmente spaventati, il progresso verso la Singolarità continuerebbe. I vantaggi competitivi – economici, militari e perfino artistici – di ogni progresso nell’automazione è talmente allettante che l’imposizione di divieti non farebbe altro che permettere a qualcun altro di essere il primo» (G. Vincenzo, R. Gregorio, Le tecnologie dirompenti. Intelligenza artificiale, realtà virtuale e realtà aumentata, PDF, 2017. Naturalmente qui si parla, senza averne la più pallida consapevolezza, del Capitale, non della cosiddetta «Singolarità tecnologica», concetto molto suggestivo sul piano filosofico ed estetico, ma del tutto inconsistente sul terreno dell’analisi storica e sociale dei fenomeni umani. Ma gli autori non lo sanno, come si evince dai passi che seguono: «Non possiamo prevenire la Singolarità, perché il suo arrivo è una conseguenza inevitabile della nostra competitività naturale e delle possibilità intrinseche della tecnologia». Qui feticismo antropologico e feticismo tecnologico si sposano a meraviglia, creando un mostriciattolo concettuale davvero… singolare!
(4) I post-umanisti preconizzano con orrore una società nella quale ci sarà assai poco di umano, non più che un resto residuale sottoposto permanentemente alla pressione della tecnoscienza; i transumanisti pensano invece a un’umanità potenziata, anche dal punto di vista psicosomatico, dalla tecnologia, e proprio questo consentirebbe al “nuovo uomo” di riconquistare il centro della scena. Naturalmente esistono diverse gradazioni delle due posizioni e diverse “scuole di pensiero” che le declinano.

Leggi anche:

Io non ho paura – del robot; Sul potere sociale della scienza e della tecnologia; Robotica prossima futura. La tecnoscienza al servizio del dominio; Capitalismo cognitivo e postcapitalismo. Qualunque cosa ciò possa significare; Capitalismo 4.0. tra “ascesa dei robot” e maledizione salariale; Accelerazionismo e feticismo tecnologico.

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