HONG KONG E LO SPETTRO DI TIENANMEN

Ieri Hong Kong ha conosciuto l’ennesimo giro di vite repressivo in attesa di un nuovo weekend di proteste anticinesi. Secondo fonti governative dell’ex colonia britannica sono stati arrestati diversi «elementi antipatriottici» e sequestrate molte bottiglie pronte a diventare pericolosissime molotov. Il movimento studentesco ostile al regime cinese nelle ultime settimane si è indebolito e frastagliato, anche grazie alla morsa repressiva che su sollecitazione di Pechino si stringe giorno dopo giorno, nonché a causa delle diverse linee politiche che attraversano la leadership del movimento, ma esso sembra tutt’altro che morto, e per far fronte alla violenza “convenzionale” e “non convenzionale” (come nel 2014, nel corso del primo Movimento degli ombrelli, sono ricomparse sulle strade di Hong Kong le squadracce bianche legate alle famigerate Triadi cinesi), i ribelli stanno sperimentando nuove forme di lotta. «”Solitamente la polizia ci circonda e non possiamo andare da nessuna parte”, spiega a Reuters uno dei manifestanti. “Così questa volta abbiamo adattato la nostra strategia che ora è molto più fluida e flessibile”. A differenza del Movimento degli Ombrelli del 2014, i manifestanti hanno deciso di adottare una nuova tattica. “Essere senza forma, essere come l’acqua” diceva Bruce Lee» (F. Radicioni, La Stampa). In ogni caso il problema dell’autodifesa del movimento si pone, perché la violenza repressiva statale e “parastatale” («lo scorso week-end squadracce legate alle Triadi hanno attaccato con bastoni e sbarre di ferro manifestanti, giornalisti e passanti») è destinata a crescere con l’avvicinarsi delle celebrazioni “repubblicane” di ottobre (1949-2019), che i Cari Leader di Pechino intendono festeggiare in grande stile come testimonianza della poderosa ascesa del Paese ai vertici del potere capitalistico mondiale.

Scrive Alberto Negri: «I cittadini di Hong Kong temono di essere divorati dal dragone cinese, ieri come oggi. All’origine delle proteste vi è la preoccupazione che le richieste di estradizione verso la Cina continentale diano adito a violazioni dei diritti umani e che possano essere usate come pretesto per raggiungere i dissidenti politici fuggiti a Hong Kong dal territorio cinese. Nonostante il piano di estradizione non si applichi ai reati politici, il rischio è che si finisca per “legalizzare” i rapimenti che si sono susseguiti a Hong Kong negli ultimi anni e di cui Pechino è stata in molte occasioni ritenuta la principale mandante. Qualsiasi compromesso potrebbe creare un precedente che rischia di estendersi alle relazioni tra Pechino e altre aree contese come Macao, Taiwan, Tibet, Xinjiang e Mongolia interna. Ecco perché la partita di Hong Kong non è per niente marginale ma decisiva, se vista con l’ottica di Pechino. […] Inoltre Pechino sta investendo sulla realizzazione della “Greater Bay Area”, una zona economica e finanziaria che comprende anche Hong Kong, in grado di rivaleggiare con le baie di San Francisco e Tokyo. I cinesi su Hong Kong non molleranno la presa ma sanno anche che se tirano la corda rischiano di mandare in frantumi la vetrina del loro capitalismo» (Linkiesta). D’altra parte il regime teme che l’infezione ribellistica possa contagiare anche quella parte di società cinese che non ha beneficiato in alcun modo del relativo benessere economico generato dal lungo e straordinario sviluppo capitalistico del Paese, o quegli strati di classe operaia più sfruttati e meno pagati, senza contare la massa di studenti che non possono contare su famiglie benestanti, anche in senso semplicemente relativo. Per Hong Kong una soluzione del tipo Tienanmen potrebbe insomma diventare per Pechino praticabile, come extrema ratio, per scongiurare il propagarsi della pessima emulazione. A questo proposito il messaggio lanciato da Chen Yixin, Segretario Generale della Commissione politica e legale, dalle pagine dello Study Times, un quotidiano legato al Partito-Regime, è stato chiarissimo: «Mentre il nostro Paese si avvicina sempre di più al centro della scena mondiale c’è il rischio che qualcuno possa pianificare congiuntamente qualcosa seminando incertezza nella nostra sicurezza interna. […] Dovremmo innovare e migliorare il nostro lavoro nel guidare l’opinione pubblica e prevenire la comparsa di cigni neri e rinoceronti grigi». E per «prevenire la comparsa di cigni neri e rinoceronti grigi», oscure e impreviste minacce che non si saprebbe come affrontare, occorre fare di tutto, anche pagando un prezzo molto caro in termini di immagine. Inutile dire che quando un politico cinese parla per metafore si è autorizzati a fare gli scongiuri: i giovani di Hong Kong staranno toccando gli ombrelli…

Certo è che i fatti hongkonghesi rischiano di mandare in frantumi anni di stucchevole propaganda di regime intorno alla ritrovata Armonia nella società cinese, la quale peraltro sta conoscendo un’ondata nazionalista senza precedenti, del tutto organica alla strategia di espansione economica e geopolitica del Celeste Imperialismo. Per un anticapitalista i movimenti sociali, anche quelli socialmente più “spuri” e lontani dal terreno classista, sono sempre molto interessanti perché essi vanno a impattare su una società piena di contraddizioni e di conflitti più o meno sopiti, e quindi si dà sempre la possibilità che, se così posso esprimermi, “da cosa” possa nascere qualche altra cosa, qualcosa di ben’altra natura e pregnanza sociale. Gli stessi movimenti sociali sono suscettibili di più o meno “anomale” trasformazioni, soprattutto se sorgono sulla base di un reale disagio sociale (magari espresso in termini reazionari sul piano politico-ideologico) e se hanno una certa durata, se cioè hanno il tempo di sedimentare esperienze significative. In ogni caso l’anticapitalista non è minimamente disturbato dai problemi che i movimenti sociali, di qualsivoglia natura, arrecano ai governi e alle classi dominanti.

Chi minaccia la «sicurezza interna» della Cina? Chi complotta contro la Celeste Armonia? Ovviamente gli Stati Uniti, supportati dagli amici britannici, stanno usando gli argomenti tipici della propaganda politico-ideologica occidentale (difesa o conquista della libertà, della democrazia e dei diritti umani) «per destabilizzare la sovranità del Partito comunista. Taipei, per nulla intenzionata a seguire il modello hongkonghese e a riunificarsi alla Repubblica Popolare, riceverà oltre due miliardi di finanziamenti militari americani. Per rappresaglia, Pechino potrebbe sanzionare le aziende Usa che vendono armi a Formosa» (Limes). Scrive Giuseppe Gagliano a proposito di Taiwan: «Nel programma di politica estera del Libro Bianco, Pechino ha nuovamente sottolineato la necessità che la Repubblica di Cina, cioè Taiwan, ritorni alla Repubblica Popolare Cinese anche attraverso l’uso offensivo dello strumento militare. Ebbene, il sostegno militare che gli Stati Uniti hanno offerto a Taiwan e che è andato via via crescendo, soprattutto grazie all’amministrazione Trump, non fa altro che rendere verosimile da parte della Cina l’impiego di un’offensiva militare volta a riannettere l’isola. […] La necessità da parte della Cina di annettere Taiwan nasce da un lato da una politica estera di stampo nazionalista, e l’unificazione rientra nel più ampio progetto cinese di unità nazionale, ma dall’altro lato ha origine da esigenze di politica interna, poiché se questo obiettivo fosse conseguito la autorevolezza e la credibilità dell’attuale leader cinese sarebbero indiscutibili. Non è certo un caso che, fra i principali analisti cinesi, una delle ragioni di conflitto principali a medio lungo termine tra Stati Uniti e Cina riguarderà certamente Taiwan. Come indicato da Manlio Graziano, la ragione principale della volontà annessionistica cinese consiste nella possibilità di privare gli Stati Uniti di una fondamentale portaerei collocata di fronte alle proprie coste, e quindi l’annessione di Taiwan consentirebbe alla Cina il controllo del Mar Cinese ed altresì un’adeguata proiezione di potenza verso il Pacifico. Da questo punto di vista Taiwan, come sottolineato da uno dei più noti studiosi di geopolitica, Nicholas Spykman, costituisce la chiave del Mediterraneo asiatico» (Notizie Geopolitiche).

Siamo insomma alla presenza di uno scontro interimperialistico di vasta portata, le cui conseguenze nel medio periodo non lasciano molto spazio alle ingenue idee sulla pacifica convivenza dei popoli e delle nazioni.

Com’è noto, il quadro giuridico che regola i rapporti tra Pechino e Hong Kong come stabilito dalla Cina e dalla Gran Bretagna nel luglio del 1997, quando l’ex colonia britannica fu riconsegnata alla madrepatria dopo oltre un secolo e mezzo di “cattività coloniale”; quel quadro giuridico, dicevo, ruota intorno alla formula Un Paese, due sistemi. Dal mio punto di vista quella formula, che parte da un presupposto del tutto falso (la natura socialista della società cinese), va riformulata come segue: Un Paese (ovviamente la Cina), un sistema sociale (quello capitalistico), due diversi regimi politico-istituzionali. Naturalmente i simpatizzanti del «Socialismo con caratteristiche cinesi», quelli cioè che difendono le ragioni dell’imperialismo cinese contro le ragioni dell’imperialismo statunitense (*), non possono condividere la mia posizione antimperialista “a 360 gradi”. Personalmente considero quei personaggi parte del problema (cioè dello scontro interimperialistico), e quindi li considero come miei avversari, non certo come “compagni che sbagliano”: con loro non andrei a bere neanche un caffè!

 

(*) Due soli esempi: «In questo quadro, con l’auspicio [sic!] che la situazione non precipiti, è necessario sostenere la piena legittimità della Cina a muovere i passi necessari affinché si giunga alla decolonizzazione completa di Hong Kong, Macao e Taiwan per estirpare radicalmente la mala pianta del colonialismo imperialista!» (Contropiano). Che «la piena legittimità della Cina» abbia lo stesso segno storico-sociale della «piena legittimità degli Stati Uniti»; che insomma siamo al cospetto di due “piene legittimità” di stampo imperialistico, e come tali entrambe ostili alle classi subalterne, ebbene questa elementare realtà non ha alcun senso per chi si muove sul terreno del conflitto tra le potenze capitalistiche.
Scrive l’ultrareazionario Pino Arlacchi: «Una parte degli abitanti di Hong Kong coltiva il sogno di un ritorno al passato che preservi uno status di hub finanziario che per la Cina ha perso rilevanza. E che non è sintonia con le politiche di Pechino volte a favorire l’economia reale a scapito della finanza privata [sic!]. Ma è una storia non facile da raccontare. Lo 0,1% preferisce far passare una storiella più sbrigativa, con il tiranno Xi Jinping da un lato e gli eroi della democrazia liberale dall’altro» (L’Antidiplomatico). Ovviamente per l’anticapitalista non si tratta di tifare per il regime “con caratteristiche cinesi” piuttosto che per quello con “caratteristiche occidentali”: si tratta piuttosto di denunciare “senza se e senza ma” la repressione che lo Stato cinese esercita su chiunque metta in pericolo la cosiddetta pace sociale e gli interessi del Paese, i quali sono sacri solo per i difensori dello status quo sociale. Inutile dire che lo stesso discorso vale per gli Stati Uniti, l’Italia e per tutti i Paesi di questo capitalistico mondo.

4 pensieri su “HONG KONG E LO SPETTRO DI TIENANMEN

  1. Dal suo particolare – e ultrareazionario, c’è bisogno di dirlo da questo pulpito? – punto d’osservazione “democratico liberale” Ernesto Galli della Loggia coglie bene, a mio avviso, un’interessante differenza tra la politica espansiva adottata dell’imperialismo russo e quella messa in pratica dall’imperialismo cinese, e il tutto considerato soprattutto in relazione agli interessi nazionali del nostro Paese e alla sua attuale classe dirigente, che il prestigioso intellettuale considera essere di pessima lega. Giustamente della Loggia individua nella struttura capitalistica della Russia e della Cina le cause fondamentali di quella differenza, anche se fattori d’altro ordine (storico, culturale: insomma, ciò che realizza il cosiddetto soft power, che poi nei suoi effetti reali è tutt’altro che “soft”) vanno ad aggiungersi come efficacissimi rinforzi. Ma vediamo i passi più significativi del suo articolo pubblicato oggi sul Corriere della Sera:
    «Con la fine dei vecchi schieramenti internazionali e l’indebolimento delle antiche alleanze è emersa in pieno la fragilità dell’Italia. Di un Paese facilmente percepito all’esterno come privo dell’indiscutibile autonomia e anche di quel sentimento della propria indipendenza che solo l’esistenza di un’autentica classe dirigente rappresenta e garantisce davvero. Ed ecco allora in questi ultimi tempi avvicinarsi dalle nostre parti russi, ungheresi, cinesi, ognuno per il proprio tornaconto, ognuno con le proprie mire. […] Al fine di guadagnarsi sostenitori in casa nostra i russi, significativamente, hanno ritenuto inutile ricorrere nella Penisola ai sofisticati metodi d’intervento elettronico come quelli adoperati per le elezioni Usa, ripiegando invece sul molto più tradizionale esborso di quattrini. In piena armonia con il loro glorioso passato sovietico e i metodi di allora, hanno proceduto all’elargizione-trasferimento di rubli. Al massimo, a quel che sembra, impiegando la solita finta intermediazione commerciale, dunque con l’inevitabile intromissione di un sottobosco di mezze tacche, non esistendo più i marmorei Compagno G di cui poteva disporre il Pci. […] Che differenza con la Cina! Anche la Cina ha da tempo messo l’Italia nel mirino: a quel che si capisce con obiettivi anche più ambiziosi, assai più ambiziosi, di quelli di Mosca. Ma essendo ben più ricca, disponendo di un’enorme massa di consumatori, avendo un’economia pienamente inserita a tutti i livelli nel sistema capitalistico mondiale, può fare a meno di comprare la propria influenza infilando mazzette di yuan nelle ventiquattrore di qualche italiano. Pechino invece offre a tutti principalmente di fare ottimi affari e un mucchio di quattrini. Da un lato, infatti, con le sue centinaia di milioni di cittadini neo-benestanti essa costituisce un mercato vastissimo e appetitoso per qualunque azienda desideri vendere qualcosa; dall’altro, grazie alle sue centinaia di milioni di operai sottopagati e privi di qualunque tutela sindacale, non solo importare dalla Cina significa importare a prezzi assai vantaggiosi, ma egualmente vantaggiosissime sono le condizioni che essa può offrire a un’azienda occidentale che voglia trasferire lì la propria produzione. Non è finita. La Cina, infatti, si presenta come il Paese di Bengodi pure per chi non è interessato a vendere, a comprare e fabbricare, essendo pratico esclusivamente del mondo delle idee e dei libri. E infatti a intellettuali noti e meno noti, ad accademici affermati, a ex politici trasformatisi in conferenzieri, ad artisti, a scrittori così come a scienziati, gli intelligenti dirigenti di Pechino sono da anni larghissimi di inviti, di occasioni di viaggi e di visita, con un’accoglienza sempre attentissima e senza badare a spese. Accompagnata spesso da ricchi cachet. Il risultato è che intrattenere rapporti con la Repubblica popolare cinese e i suoi gerarchi, commerciare con essa, manifestarle i più caldi sentimenti di ammirazione e di amicizia, dare vita a comuni iniziative d’ogni tipo, anche culturali, tutto ciò è da tutti considerato assolutamente giusto e appropriato, consono a un sano principio di collaborazione tra i popoli. […] Per apprezzare nella giusta misura l’entità del successo di una tale politica di penetrazione e d’influenza basta immaginare per un attimo che cosa succederebbe se, invece che dalla Cina, essa fosse attuata, mettiamo, dall’Ungheria. Eppure l’Ungheria di Orbán è un Paese incommensurabilmente più libero della Cina di Xi Jinping. È un Paese dove i diritti umani sono in larga parte rispettati laddove in Cina essi sono altrettanto sistematicamente violati, laddove in Cina, com’è universalmente noto, il gulag prolifera, non viene tollerato il minimo dissenso, le esecuzioni capitali si contano a migliaia e – non mi sembra un dettaglio proprio insignificante – si pratica una vera e propria politica genocidiaria e di persecuzione religiosa nei confronti degli uiguri musulmani e dei tibetani buddisti. Eppure a dispetto di tutto ciò, in barba a ogni dato di fatto, agli occhi di una parte importante dell’opinione pubblica italiana (ma non solo, non solo), intrattenere rapporti con l’Ungheria di Orbán, non parliamo con Orbán in persona, è considerato un fatto politicamente ambiguo, il sintomo di per sé di uno spirito autoritario, il prodromo possibile di chissà quali propositi liberticidi. Con la Cina, al contrario, nessun problema. Conclusione? Oggi per acquisire in Occidente amicizie che contano e influenza senza colpo ferire non basta disporre di molte risorse. È necessario essere capaci di agire su un vasto fronte, essere disposti a largheggiare in molte direzioni. Per comprarne uno bisogna non darlo a vedere e soddisfarne almeno cento».
    Inutile dire che in Italia la Cina può anche contare sull’attivismo politico e “culturale” del personale sinistrorso in gran parte legato al vecchio e decrepito mondo stalinista, il quale dopo la caduta del famigerato Muro di Berlino ha individuato proprio nel «Socialismo con caratteristiche cinesi» la sua ultima scialuppa di salvataggio. Scialuppa escrementizia che personalmente non smetto di prendere di mira dalla prospettiva che permette di cogliere la radicale disumanità della Società-Mondo del XXI secolo colta nella sua compatta, quanto contraddittoria e conflittuale, totalità.

  2. Pechino avverte i manifestanti di Hong Kong di non sottovalutare «l’immensa forza del governo centrale». In una conferenza stampa tenutasi a Pechino, Yang Guang, portavoce dell’Ufficio affari di Hong Kong e Macao del Consiglio di Stato, ha anche affermato che «coloro che giocano con il fuoco ne periranno». Lo ha affermato il giorno dopo lo sciopero generale che ha paralizzato l’ex colonna britannica passata sotto la sovranità cinese nel 1997 (LaPresse/AFP).

  3. Scrive il sociologo Paolo Sorbi: «Il motore delle proteste è la diseguaglianza. Milioni di ragazzi contestano i troppi divari del paradiso super liberista. L’isola è l’emblema della globalizzazione che però mostra gli stessi segni di crisi delle dinamiche internazionali. Sono soprattutto le fasce giovanili a risentire della precarietà lavorativa prodotta dalla concentrazione finanziaria e tecnologica» (Avvenire, 11/8/2019).

  4. Pingback: HONG KONG E LA “RIVOLUZIONE COLORATA” (ROSSO SANGUE?) DEL GLOBAL TIME | Sebastiano Isaia

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