HONG KONG E LO SCONTRO DELLE CIVILTÀ

Su Facebook ricevo il commento che segue: «Io mi chiedo soltanto come mai i media occidentali siano così presenti ed esaustivi nel mostrare le immagini dei dimostranti di Hong Kong mentre tralasciano del tutto le molte migliaia di lotte e di scioperi degli operai e proletari cinesi. Evidentemente ci sono, per noi occidentali, lotte che ci fanno comodo e lotte del tutto scomode. Mi sbaglio?» Una prima risposta la offre l’editoriale di ieri di Maurizio Molinari: «I giovani di Hong Kong che chiedono a Gran Bretagna e Stati Uniti di proteggere i loro diritti chiamano in causa le responsabilità dell’Occidente per evitare una nuova Tienanmen». Questo richiamo all’Occidente, in forma critica o apologetica, chiama in qualche modo in causa per l’ennesima volta il cosiddetto scontro delle civiltà. Di qui la riflessione che segue, la quale intende offrire un contributo alla lettura di quanto accade a Hong Kong.

Per come la penso io l’anticapitalista/antimperialista rifiuta radicalmente la prospettiva dello scontro/incontro tra le civiltà perché ragiona in termini di interessi di classe, nell’accezione più vasta del concetto. Egli cioè osserva i fatti del mondo, a cominciare dai conflitti sociali e dallo scontro sistemico (economico, tecnologico, scientifico, geopolitico, ideologico) interimperialistico, dal punto di vista delle classi subalterne e della loro possibile emancipazione. A confliggere non sono le civiltà, ma appunto gli interessi delle classi, delle nazioni, degli Stati, dei blocchi imperialistici. Sul piano storico e sociale oggi esiste una sola civiltà: quella capitalistica, la quale domina a Occidente come a Oriente, a Nord come a Sud. Parlare di Civiltà, di Occidente e Oriente nell’epoca del dominio totalitario e mondiale del Capitale, significa fare dell’ideologia, trascurare l’essenza delle cose e porsi sul terreno delle classi dominanti, delle nazioni, degli Stati, del conflitto interimperialistico.

Detto en passant, ricordo a me stesso che negli anni Ottanta e agli inizi dei Novanta del secolo scorso, cioè al culmine della guerra sistemica USA-Giappone, gli Stati Uniti tirarono fuori l’accusa di dumping sociale rivolta contro il Paese del Sol Levante, colpevole agli occhi dei difensori della civiltà occidentale di rimanere ancora impigliato nel vecchio mondo orientale che trattava gli individui (soprattutto i lavoratori) come soldati costretti a obbedire in silenzio agli ordini dei superiori: «L’ Occidente deve reagire al dispotismo orientale giapponese che si comporta allo stesso modo, cioè con estrema aggressività e proditorietà, in guerra come in pace». I giapponesi, accusati di voler comprare imprese e infrastrutture americane grazie a una liquidità monetaria senza pari, tornarono a essere “quelli di Pearl Harbour”. Quando poi il Giappone si infilò in una spirale di declino economico, anche in grazia delle contromisure commerciali, monetarie e politiche messe in campo da Washington, lo “scontro di civiltà” con il Giappone tramontò rapidamente. Ora è il turno della Cina, individuata dagli Stati Uniti come nemico strategico numero uno. Questo solo per dire quanto strumentale sia ogni discorso centrato sulla “Civiltà”.

È fin troppo ovvio, almeno per chi ha un po’ di dimestichezza con il marxismo (si tratta poi di chiarire cosa intendiamo per “marxismo”), che il movimento sociale che sta sconvolgendo Hong Kong non è un “movimento di classe” (proletario), e altrettanto ovvio è giudicare come reazionarie molte delle idee che informano le azioni dei giovani hongkonghesi che lottano contro Pechino e contro il governo locale legato agli interessi del regime cinese. Ma questo, tanto per cominciare, non può significare in alcun modo sostenere o “relativizzare” le ragioni del capitalismo/imperialismo cinese, delle cui magagne e contraddizioni l’anticapitalista non ha che da rallegrarsi, e la cosa vale naturalmente per le contraddizioni e per le magagne dell’Italia, degli Stati Uniti, della Russia e di ogni altro Paese di questo capitalistico mondo. Dalla “pace sociale” non nasce niente, dal marasma sociale, anche da quello meno vicino alle aspettative rivoluzionarie dell’anticapitalista, potrebbe invece nascere qualcosa, anche per imitazione, per contagio, come ben sanno le classi dominanti, sempre attente a non sottovalutare ciò che si muove nelle viscere della società. Ho detto potrebbe. Sono da sempre tutt’altro che incline alle facili illusioni.

Che gli Stati Uniti cerchino di gettare benzina ideologica sul fuoco delle proteste hongkonghesi, come ho scritto nei miei precedenti post, anche questo mi sembra un atteggiamento scontato, che va senz’altro denunciato, senza però che ciò si configuri come un sostegno concesso al regime cinese – magari per non indebolire il fronte antiamericano: come se ci fosse da scegliere da quale parte del fronte imperialistico combattere! Nel breve periodo Trump cerca di usare Hong Kong nello scontro commerciale e monetario con i cinesi; presto vedremo come reagirà Pechino. Detto di passata, anche il virile Vladimir Putin, il più amato dai sovranisti nostrani, accusa Washington di sobillare la popolazione russa: si tratta di un classico pezzo di repertorio propagandistico che ancora fa la sua porca figura. Il ricorso al veleno nazionalista si dimostra essere, per le classi dominanti, quello meno costoso e più efficace ai fini del controllo sociale, e questo lo vediamo in Cina come negli Stati Uniti: lo vediamo ovunque. Certo è che la macchina propagandistica cinese sta pompando come non mai veleno nazionalistico nel corpo della società cinese, quasi a prepararla a scontri di portata storica eccezionale nel medio periodo. Ma l’offensiva mediatica cinese si proietta oltre i confini del Paese: «da qui lo sforzo attuale di penetrazione nel sistema dei media occidentali, dopo aver provato a comprarsi direttamente gruppi editoriali stranieri» (Il Manifesto).

Si tratta poi, e concludo rapidamente, di capire perché i ragazzi di Hong Kong guardano con tanta simpatia il modello politico-istituzionale occidentale, che evidentemente essi trovano meno oppressivo di quello che vedono in azione in Cina. Dovremmo forse dire a quei giovani di accettare serenamente, fatalmente, senza combattere un ulteriore degrado della loro condizione esistenziale? L’anticapitalista non fa questo, anche se egli non concede un solo secondo di riposo alla sua radicale polemica nei confronti della democrazia capitalistica di “stampo occidentale”. Ad esempio, chi scrive non smette di denunciare la natura ultrareazionaria (“di classe”) della Costituzione Italiana, quella che dice che «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» – salariato, cioè sfruttato, con ciò che ne segue su tutti i piani della prassi sociale. L’anticapitalista basato in Italia si augura soprattutto che in Cina, a cominciare da Hong Kong, possano al più presto nascere organismi politici e sindacali indipendenti, così che la numericamente possente classe operaia cinese possa resistere alle fortissime pressioni del capitale (nazionale e internazionale) dando in tal modo anche un forte impulso alle iniziative di lotta operaia in Occidente: «Proletari di tutto il mondo, unitevi!». Si capisce, è questo un augurio che non ha dinanzi molte chance, molte possibilità di venir soddisfatto: ma si tratta di un minimo sindacale di  “utopismo”!

Qualcuno può forse stupirsi se milioni di hongkonghesi odiano (letteralmente) il cosiddetto Partito Comunista Cinese, il Partito-Stato che controlla nel modo più capillare e scientifico ogni atomo sociale? Per l’anticapitalista si pone piuttosto il problema di denunciare la natura pienamente capitalista e imperialista della Cina cosiddetta “socialista”, cosa che lo mette in radicale contrasto con i simpatizzati del “Socialismo con caratteristiche cinesi”, sostenitori del Celeste Imperialismo impegnato in una guerra totale con gli Stati Uniti e responsabili del discredito di cui gode lo stesso concetto di socialismo nelle classi subalterne di tutto il mondo – le quali peraltro hanno finito per credere che il “socialismo” equivale al capitalismo di Stato: questo per dire quanto oggi sia difficile il lavoro politico dell’anticapitalista, e di questo bisogna ringraziare soprattutto i “comunisti” di ieri e di oggi.

Per adesso Xi Jinping sta praticando la tattica del basso profilo, confidando in una prossima naturale estinzione del movimento di protesta, il quale in questo momento sembra però tutt’altro che stanco e intimorito dalle minacce ostentare dall’Esercito Cinese, che ha concentrato blindati corazzati e camion per il trasporto truppe a Shenzhen, la città cinese a ridosso di Hong Kong. «In un raro riferimento ai sanguinosi fatti di Pechino seguiti alle proteste pro-democrazia degli studenti di 30 anni fa, il Global Times ha assicurato che la Cina può far leva su metodi più sofisticati di quelli di 30 anni fa» (ANSA). Forse molto presto vedremo all’opera questi «metodi più sofisticati»: il gatto riuscirà ad acchiappare il topo?

La popolazione di Hong Kong, soprattutto quella più giovane, reagisce come può a una situazione e a una prospettiva (la piena integrazione dell’isola nel sistema cinese) le cui radici si trovano in un processo storico-sociale assai lungo e che essa di certo non ha voluto e che subisce come un duro dato di fatto. D’altra parte, parlare oggi di «completamento della decolonizzazione», acriticamente, senza aggiungere altro, quando abbiamo a che fare con la seconda potenza capitalistica del pianeta (la Cina), mi sembra quantomeno anacronistico. È con questa complessa e contraddittoria situazione che l’anticapitalista ha a che fare.

Un pensiero su “HONG KONG E LO SCONTRO DELLE CIVILTÀ

  1. Il fatto che il partito comunista cinese faccia una politica capitalista, ci sta. Solo uno sviluppo estremo del capitalismo, può portare al socialismo. Che tutto ciò sia una immensa contraddizione, è naturale: la storia è movimento storico. E non ci piace, meno ovvio per chi si aspetta stia alla nostra visione meccanicista. Per questo,anche negli USA c’è socialismo, anzi di più per alcuni aspetti. In Cina non c’è un vero partito comunista? Si,e allora? C’è capitalismo di stato, che solo una rivoluzione proletaria può trasformare in socialismo vero. Ci sono le condizione appunto. Si può. Considero un vantaggio per il proletariato cinese avere un partito comunista che non lo è. Perché la teoria non collina con la prassi. Una contraddizione che richiede per essere risolta, una rivoluzione. Sto rileggendo L’IDEOLOGIA TEDESCA. È illuminante vedere come le posizioni teoriche dei giovani hegeliani siano riprese da tutti i rivoluzionari occidentali. Da tutti. Trotskysti, stalinisti di ogni diclinazione. E ancora di più, da tutto il pulviscolo del comunismo di sinistra. Una battaglia di frasi, scrivono Marx e Engels. Si possono scrive tesi e diagnosi ineccepibili per il materialismo storico. La questione è come l’idea,hegelianamente, si incarni. Di come il processo storico incosciente,diventi cosciente. Il problema è tutto lì, perché è la massa della classe che la rivoluzione e realizza il socialismo. E non il partito,che è condizione necessaria e non sufficiente. Appunto per questo, quello che vuole il partito comunista cinese attuale è cosa diversa da quello che vorrà il proletariato cinese in futuro. La rivoluzione può avere successo solo in paesi avanzati,e la Cina lo è. Noi dobbiamo costruire il partito qua in occidente, mettendo le mani nella merda democraticista. È difficile, ma è sempre meglio che una insulsa battaglia di frasi. Saluti rossi.

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