ANCORA DUE PAROLE SU HONG KONG

Contro le aspettative di Pechino, che confidava nella frustrazione della “maggioranza silenziosa” sottoposta a mesi di manifestazioni d’ogni genere e nell’inizio del nuovo anno scolastico, non si arresta il movimento di protesta esploso a Hong Kong a inizio giugno. Ieri è partito “ufficialmente” il movimento studentesco hongkonghese, subito supportato da molti abitanti dell’ex colonia britannica, i quali hanno espresso la loro solidarietà agli studenti medi e universitari anche usando i clacson delle automobili. «Le esercitazioni antiterrorismo della Polizia armata del popolo a Shenzhen (circa 30 chilometri da Hong Kong) inviano un messaggio chiaro: qualora il governo e la polizia hongkonghese non fossero in grado di gestire la situazione, Pechino potrebbe intervenire direttamente. La tattica del presidente cinese Xi Jinping per gestire il dossier hongkonghese è poliedrica, ma evidentemente non scoraggia le ambizioni dell’ex colonia britannica» (Limes). Qui di seguito mi limito a svolgere una breve considerazione su due aspetti importanti della questione hongkonghese, soprattutto per chiarire meglio la mia posizione sull’intera vicenda.

1. Scrivendo quello che scrivo da mesi sul movimento di protesta hongkonghese intendo forse sostenere la causa dell’autonomia politico-istituzionale di Hong Kong? Ma nemmeno per idea! La sola autonomia che mi sta a cuore è quella di classe: è la causa dell’indipendenza politica delle classi subalterne che sostengo con tutte le mie – deboli – forze, e da sempre, in odio a ogni forma di collaborazionismo “popolare” e nazionale. Osteggio dunque tanto l’autonomismo rivendicato dalla stragrande maggioranza dei cittadini hongkonghesi quanto il centralismo sostenuto e minacciato da Pechino. Ma ciò non significa affatto che rimango indifferente dinanzi alla prospettiva che il regime cinese con caratteristiche orwelliane possa annegare nel sangue le rivendicazioni e le speranze dei giovani che in tutti questi mesi hanno sconvolto l’ordine dell’ex colonia britannica. Non condivido neanche un po’ il secessionismo catalano, ma non per questo mi schiero dalla parte del centralismo madrileno. Se, tanto per fare un esempio, la mitica Padania decidesse di abbandonare il quadro unitario italiano realizzatosi con il Risorgimento, evento che naturalmente non avrebbe la mia simpatia, non sarei certo io a dare man forte al centralismo romano: in primo luogo mi schiero sempre contro lo Stato centrale e dalla parte dell’unità delle classi subalterne, oltre e contro ogni distinzione a carattere nazionale, regionale, razziale, culturale, ecc.

Ma c’è di più. Come ho scritto nei post precedenti, quando si realizza una situazione di caos e di disordine sociale, si dà sempre, sebbene solo in linea teorica, la possibilità che da cosa possa nascere cosa, ossia che una lotta sviluppatasi su un terreno politicamente e ideologicamente reazionario e infecondo possa via via trasformarsi in qualcos’altro, ponendo a chi vi partecipa problemi (come quello relativo all’autodifesa, ad esempio) che potrebbero spingerlo in direzione di strade politicamente e socialmente più avanzate. Senza tralasciare di considerare l’effetto contagio che potrebbe innescarsi con esiti che nessuno è in grado di prevedere in anticipo sui tempi. Ed è proprio questo effetto potenziale ciò che più mi “intriga”. A mio avviso è questo l’atteggiamento corretto con cui l’anticapitalista deve approcciare movimenti di protesta vasti, compositi e complessi del tipo di quello che osserviamo a Hong Kong. Non si tratta di coltivare false speranze, ma di affinare le proprie capacità analitiche e di sviluppare un sano “istinto di classe”, cosa che risulta più semplice a chi non concede un solo atomo di credibilità alla ciclopica panzana del “socialismo con caratteristiche cinesi”.

2. Per il New York Times, «Le radici economiche delle proteste di Hong Kong» vanno ricercate nelle «ristrette dimensioni degli appartamenti (alcuni sono così piccoli, misurano anche 9 metri quadrati, che vengono chiamati gabbie e bare), negli alti costi degli affitti (sono più alti di New York, Londra o San Francisco, per appartamenti di dimensioni pari alla metà), negli orari di lavoro punitivi (anche 12 ore) e nei bassi salari: quasi una persona su cinque vive in condizioni di povertà, con un salario minimo di 4,82 dollari l’ora. I salari non sono aumentati tanto rapidamente quanto il costo della vita, in particolare nella fascia bassa. I legislatori sottolineano l’importanza di mantenere competitiva Hong Kong per le compagnie straniere. L’imposta sulle società a Hong Kong è tra le più basse delle principali città globali».

Il crescente potere della Cina continentale nella vita di tutti i giorni ha fatto esplodere una rabbia che covava da tempo e che trova alimento soprattutto in una condizione “materiale” assai precaria per centinaia di migliaia di hongkonghesi, i quali temono che essa possa col tempo peggiorare, mentre si restringono gli spazi di “agibilità politica”, a cominciare dalla possibilità di protestare senza rischiare la più violenta delle reazioni da parte dello Stato. Alla domanda: «Continuando la lotta non avete paura di suscitare le ire di Pechino?», molti giovani impegnati nel movimento rispondono: «Non abbiamo paura perché non abbiamo niente da perdere». Questi giovani guardano ai Paesi occidentali come a un mondo da conquistare: gli si può forse rimproverare questa tragica (dal punto di vista anticapitalista) illusione? Certamente no. Bisogna piuttosto interrogarsi sulle cause storiche e sociali di questa illusione. È un misto di odio (per il regime cinese), di rabbia e di disperazione che muove le frange più avanzate del movimento giovanile. «”Molti giovani vedono che non c’è alcuna via d’uscita economica e politica, ed è questo lo sfondo della loro disperazione e della loro rabbia per lo status quo”, ha detto Ho-fung Hung, professore di economia politica alla Johns Hopkins University. […] Molti manifestanti affermano che le elezioni dirette darebbero loro una voce in più in queste questioni economiche cruciali» (The New York Times).

I sostenitori hongkonghesi della graduale e pacifica integrazione sistemica con la Cina continentale affermano che bisogna rassegnarsi a sacrificare la libertà goduta un tempo con un futuro fatto di prosperità e di grandezza nazionale: una prospettiva che terrorizza moltissimi abitanti di Hong Kong, e non solo nella fascia giovanile. Altro che «popolo viziato», come sostiene la martellante propaganda del Partito-Regime.

2 pensieri su “ANCORA DUE PAROLE SU HONG KONG

  1. L’ha ripubblicato su nic*e ha commentato:
    “… Osteggio dunque tanto l’autonomismo rivendicato dalla stragrande maggioranza dei cittadini hongkonghesi quanto il centralismo sostenuto e minacciato da Pechino. Ma ciò non significa affatto che rimango indifferente dinanzi alla prospettiva che il regime cinese con caratteristiche orwelliane possa annegare nel sangue le rivendicazioni e le speranze dei giovani che in tutti questi mesi hanno sconvolto l’ordine dell’ex colonia britannica. …”

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