Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019: IN CHE SENSO È CORRETTO PARLARE DI “REVISIONISMO STORICO”?

Ho appena letto la Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 «sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa». Si tratta della Risoluzione che equipara nazismo e – cosiddetto – comunismo e che condanna i «crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo». Il documento si presta a diverse considerazioni, ma qui intendo tirare, in modo assai stringato, solo pochi fili polemici.

Giustamente da più parti si è parlato del contenuto di quella Risoluzione come di un rozzo revisionismo storico inteso a supportare un’iniziativa dai chiari connotati politico-ideologici, sintetizzabili nel concetto di superiorità europeista – e atlantista, visti i robusti legami che (ancora) legano i Paesi europei agli Stati Uniti. L’Unione Europea come faro di civiltà, come centro di irradiamento del benessere, della libertà, della tolleranza, dell’apertura, della pace; l’Unione Europea come baluardo contro ogni forma di totalitarismo e di gretto nazionalismo (o sovranismo), fonte di vecchie e nuove forme di razzismo e di derive autoritarie. Si tratta insomma del rancido minestrone ideologico che dovrebbe nutrire le iniziative europeiste intese a fare dell’UE un forte polo imperialistico in grado di reggere il confronto con la Russia, gli Stati Uniti e la Cina. Com’è noto, ormai da diversi anni questo progetto, guidato da Berlino e Parigi, registra una grave battuta d’arresto, cosa che ovviamente delizia la concorrenza.

«La memoria delle vittime dei regimi totalitari e autoritari, il riconoscimento del retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo, nonché la sensibilizzazione a tale riguardo, sono di vitale importanza per l’unità dell’Europa e dei suoi cittadini e per costruire la resilienza europea alle moderne minacce esterne» (punto L della Risoluzione). Inutile dire che «la resilienza europea alle moderne minacce esterne» non mi commuove neanche un po’: personalmente combatto tanto la patria chiamata Italia quanto la patria chiamata Europa. Come diceva quello, il proletariato non ha alcuna patria da difendere e un mondo da conquistare. Dicendo questo so di espormi al severo giudizio degli antitotalitari politici di Strasburgo, ma non posso farci niente; né d’altra parte mi sono mai illuso circa la natura dello Stato di diritto.

Scrive Cosimo Francesco Fiori: «Paesi ex membri del Patto di Varsavia, o addirittura compresi nel territorio dell’ex Urss (Paesi baltici) sono oggi sedi di basi della Nato. […] La continuità Urss-Russia porta a notevoli esercizi di revisionismo, come la recente rimembranza dello sbarco in Normandia, tenutasi in Inghilterra alla presenza della Regina Elisabetta, alla quale non erano presenti autorità russe (è vero che l’Urss non partecipò allo sbarco, ma era un paese alleato) ma era invece presente la Cancelliera Merkel (la Germania partecipò allo sbarco, ma invero dalla parte di chi sparava contro gli sbarcati)». Più che di revisionismo, qui parlerei piuttosto di un uso strumentale della storia, un’operazione vecchia quanto la storia stessa, la quale solo raramente si presta a una sua lettura univoca, e ciò vale soprattutto nei periodi di rapide trasformazioni sistemiche, com’è indubbiamente quello che stiamo vivendo, non a caso definito “interessante” da storici e da analisti geopolitici. Si piega la storia dal lato che più conviene in una data situazione: un classico nella vita degli Stati! Ovviamente chi rema contro la società capitalistica deve denunciare questo “revisionismo storico”, deve metterne in luce le reali motivazioni, senza però coltivare nella testa delle persone l’idea di una storia politicamente e socialmente neutra, a cominciare dal fatto che fin qui la storia è stata scritta dalle classi dominanti.

Per un comunista antistalinista (del resto non concepisco altro comunismo che non sia radicalmente antistalinista, antimaoista, ecc.) mettere sullo stesso piano storico-sociale nazismo e stalinismo è cosa assolutamente scontata, come deve risultargli ovvio vedere nel Patto Ribbentrop-Molotov firmato il 23 agosto 1939 l’effettivo inizio cronologico (*) del secondo macello imperialistico chiamato dai vincitori d’allora Guerra di Liberazione. Lascio dunque a quelli che personalmente definisco falsi comunisti (i quali non a caso oggi simpatizzano per la Cina, per il Venezuela, per Cuba, e qualcuno anche per la Russia di Putin, l’Iran, la Siria) l’escrementizia incombenza di difendere le ragioni storiche e politiche dello stalinismo, la cui genesi storica va a mio avviso rintracciata nella controrivoluzione politico-sociale che già negli anni Venti annientò l’eccezionale esperienza dei Soviet – con l’aggravante orwelliana di conservarne la simbologia, micidiale carta moschicida per molti intellettuali “comunisti” e “progressisti” europei.

Qui intendo solo osservare che è semplicemente ridicolo voler attribuire la responsabilità della Seconda guerra mondiale esclusivamente ai due totalitarismi europei (e a quello asiatico che reggeva il Giappone): le sue cause di fondo vanno infatti ricercate nella stessa natura del capitalismo mondiale giunto nella sua fase imperialistica. «La Prima guerra mondiale fu certamente “conseguenza immediata” dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, ma chi ritenesse tale evento causa sufficiente della guerra avrebbe bisogno di (ri)aprire i libri di storia. Analoga censura si può muovere alla risoluzione del Parlamento europeo, secondo la quale il Patto Molotov-Ribbentrop è sufficiente a spiegare il Secondo conflitto che ne è, appunto, “conseguenza immediata”. Ma non si fa menzione di ciò che lo ha preceduto: né, ad esempio, del riarmo tedesco, né dell’atteggiamento delle potenze occidentali dal Trattato di Versailles del 1919 (criticato fin da subito da Keynes) fino alla conferenza di Monaco del 1938, con la sostanziale acquiescenza all’espansionismo del Terzo Reich» (C. F. Fiori). Se la Germania, l’Italia e il Giappone erano certamente interessati a modificare l’ordine mondiale di quel tempo, questo si spiega non con la natura totalitaria dei rispettivi regimi, ma appunto con gli interessi imperialistici (di natura economica, militare, geopolitica) di quei Paesi, sempre più insofferenti nei confronti degli “equilibri mondiali” difesi da Stati Uniti, Regno Unito e Francia, legittimamente gelosi di un assetto geopolitico e geoeconomico che li favoriva.

L’Unione Sovietica si barcamenava a “destra” e a “sinistra” dello schieramento interimperialistico per conquistare tempo alla sua già spiccata voracità imperialistica non ancora adeguatamente supportata dal suo Capitalismo di Stato – altro che “Socialismo in un solo Paese”! In questa impresa il “Paese dei Soviet” (sic!) poteva d’altra parte contare su una vasta rete “diplomatica” non convenzionale costituita dai Partiti cosiddetti comunisti foraggiati, in tutti i sensi, da Mosca. Com’è noto, in quella rete si distingueva per zelo e servilismo il Partito di Togliatti, quest’ultimo giustamente considerato il migliore fra gli stalinisti, e non solo fra quelli italiani (**).

In secondo luogo, si “dimentica” che la Russia stalinista fu parte integrante e decisiva dello schieramento antinazista, beninteso una volta che il camerata Hitler ebbe la malsana idea di “tradire” il “compagno” Stalin per papparsi i grassi territori dell’Unione Sovietica, un boccone troppo grosso e duro da digerire che risulterà fatale al Terzo Reich – che si voleva Millenario . Si “dimentica” che la spartizione dell’Europa e del mondo fra le potenze vincitrici fu l’epilogo di una guerra che aveva visto gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica ascendere al rango di prime potenze imperialistiche mondiali, e la Gran Bretagna e la Francia discendere mestamente verso più modeste posizioni nella classifica delle Potenze, fino a perdere il loro vecchio e “glorioso” rango di Potenze Globali. Le foto che ritraggono Stalin, Roosevelt (e poi Truman) e Churchill seduti insieme al tavolo dopo un summit più o meno decisivo illustra bene lo spirito di “fraterna collaborazione” che regnava tra i briganti (per dirla con Lenin) dell’Alleanza politico-militare uscita vittoriosa dal conflitto. «Questa fetta di torta a me, e quest’altra a te. Le briciole cadute a terra lasciamole pure al cane sdentato che abbaia pietosamente».

Dal mio punto di vista, una prospettiva del tutto estranea e ostile al cosiddetto “comunismo” di matrice togliattiana, tutti i protagonisti della carneficina mondiale vanno dunque messi su un unico piano: quello del conflitto interimperialistico per la spartizione del bottino.

L’Europa “pacifista” (in realtà “pacificata”, a suon di bombardamenti terrestri, marittimi e aerei) di oggi non sarebbe spiegabile senza gli scarponi militari Made in USA e Made in URSS: solo dopo la guerra e la spartizione del mondo Washington e Mosca “scopriranno” di essere i centri mondiali di due diverse e opposte “concezioni del mondo”, di due diverse e opposte “civiltà”: da una parte il Capitalismo e la democrazia (capitalistica, appunto), dall’altra il “Socialismo” [sic!] e la “dittatura del proletariato” (o del “popolo”, cioè del Partito-Regime: vedi anche la Cina da Mao Tse-tung a Xi Jinping). La lunga Guerra fredda fu il modo in cui le due Super-Potenze cercarono di mantenere inalterato il quadro degli assetti imperialistici disegnato dalla Seconda guerra mondiale; la propaganda ideologica apparecchiata a Mosca e a Washington serviva a rafforzare quel quadro, tenendo viva e calda la minaccia di una guerra termonucleare che avrebbe riportato il mondo ai tempi degli uomini primitivi. Com’è noto, l’Unione Sovietica non fu in grado di reggere il confronto strategico con gli Stati Uniti, i quali peraltro sul versante della competizione economica iniziarono a soffrire l’iniziativa degli “alleati” (della Germania e del Giappone, in primis) già a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta.

Scrive il già citato Fiori: «D’altra parte, quel Patto è piuttosto incongruo, alla luce di quel che è successo sia prima, sia dopo: la Germania nazista si allea coll’unico Paese comunista al mondo dopo aver mandato tutti i comunisti tedeschi nei campi di concentramento, e poi tenta di cancellare il suo alleato dalle cartine geografiche. La guerra mondiale fu diverse cose assieme, e isolare un fatto storico dal suo contesto è errore talmente grossolano che si può spiegare solamente in base al valore polemico che una simile premessa assume». Certo, se si attribuisce all’Unione Sovietica di Stalin una natura comunista, o socialista (ancorché segnata da un “socialismo reale” molto lontano dal “socialismo ideale”), il famigerato Patto nazistalinista può apparire effettivamente «piuttosto incongruo», per non dire assurdo, inspiegabile senza scomodare categorie storiche, politiche e sociologiche di cui personalmente non ho contezza; se invece si attribuisce a quel Paese una natura pienamente capitalistica e imperialista, come peraltro cominciarono a fare alcuni comunisti europei già alla fine degli anni Venti, allora la cosa rientra nella normalità del processo storico-sociale e perde tutti i suoi caratteri misteriosi e “incongrui”.

«È scarsamente euristico catalogare regimi politici sulla base di conteggi e tassonomie che escludono il loro elemento più pregnante, ossia il loro contenuto concettuale. Una fondata analisi deve saper fare distinzioni, senza mescolare il tutto in una stolida e generica critica della violenza in astratto, che di fronte all’erompere della necessità della Storia ha lo stesso grado di utilità che potrebbe avere una critica della legge di gravità» (Fiori). Credo di aver chiarito, con tutti i limiti concettuali e politici che sono il primo a riconoscermi, il «contenuto concettuale» dei due regimi in questione, e di aver riempito di contenuti storici e sociali la violenza dispiegata dal nazismo e dallo stalinismo, la cui natura (capitalistica) è del tutto identica a quella che anima le iniziative dei Paesi che oggi predicano contro il totalitarismo di ieri, di oggi e di domani.

È nella natura totalitaria dei vigenti (su scala mondiale) rapporti sociali capitalistici che, a mio avviso, va ricercata la causa fondamentale della violenza sistemica (materiale, “spirituale”, morale, psicologica, in una sola parola: esistenziale) che, oggi come ieri, si manifesta in mille modi, in ogni aspetto della prassi sociale e della vita di ogni singolo individuo, e che rischia continuamente di dispiegarsi nella sua forma più “pura”. Sulla base di questi rapporti sociali tutto il male è possibile, anche quello che oggi ci appare come inconcepibile: troppo spesso questa apparenza è stata smentita.

Aggiunta del 29 settembre 2019:

La rozzezza dell’operazione non è sfuggita nemmeno a un antitotalitario ed europeista doc come Mattia Feltri, il quale ha letto la Risoluzione del Parlamento europeo come un maldestro tentativo di appiccicare all’UE un’identità che ancora essa non riesce a trovare, divisa com’è al suo interno da interessi nazionali che non riescono a trovare una “sintesi” (Lo spettro dei totalitarismi se l’Europa non riesce a definirsi, La Stampa).

(*) Come storico dello stalinismo Viktor Suvorov, ex ufficiale del controspionaggio militare sovietico il cui vero nome è Vladimir Rezun, lascia alquanto a desiderare. Concordo invece con lui quando scrive: «Curioso davvero: la Germania ha aggredito la Polonia, quindi la Germania ha iniziato e partecipato alla guerra europea e, di conseguenza, mondiale. L’Unione Sovietica ha fatto lo stesso, e nello stesso mese, però di lei non si dice che ha iniziato la guerra. E la sua partecipazione alla guerra mondiale viene calcolata soltanto a partire dal 22 giugno 1941. Perché?» (V. Suvorov, Stalin, Hitler. La rivoluzione bolscevica mondiale, Spirali, Milano 2000). Già chissà perché. Azzardo una capziosa risposta sotto forma di domanda (retorica): non sarà perché la storia è scritta dai vincitori?

(**) «La notizia del Patto Ribbentrop-Molotov firmato il 23 agosto del1939 a Mosca si abbatté come un terribile elettroshock su tutto il corpo del comunismo mondiale. Le parole di Stalin rivolte al ministro degli Esteri nazista: «Io so quanto la nazione tedesca ami il suo Fuhrer, io bevo dunque alla sua salute», sono, per tutti i rivoluzionari professionali, i militanti di base, i simpatizzanti, un insulto e un evento difficile da capire, da accettare, da spiegare. […] Il 23 agosto l’Humanité ha pubblicato, forse ispirata dai rappresentanti del Comintern in Francia, uno strano articolo nel quale si auspica, in nome della pace mondiale, un generale embrassons nous, comprendendo la Germania di Hitler e l’Italia di Mussolini. Il giorno dopo, 24 agosto, il Pcf è già ben allineato mentre l’indignazione dei francesi, senza troppe distinzioni di classe o di credo politico, è al massimo. Gitton sull’Humanité e Louis Aragon su Ce Soir, sostengono la tesi quasi obbligata che il Patto è una vittoria dell’Urss, di Stalin, del pacifismo. Ma le acrobazie dialettiche servono a poco. La situazione per il Pcf diventa di ora in ora più pesante. Fortunatamente c’è a Parigi in quei giorni un ospite d’eccezione: Palmiro Togliatti. Togliatti è stato tra gli ultimi a lasciare la Spagna per raggiungere via Parigi, dopo un viaggio avventuroso nel maggio del 1939 la capitale sovietica. Inaspettatamente Togliatti, uno dei più importanti dirigenti del Comintern, viene rispedito solo tre mesi dopo, alla fine di luglio, a Parigi. Paolo Spriano nella lunga ed esauriente introduzione al IV volume delle Opere di Togliatti (Editori Riuniti) affaccia l’ipotesi del tutto credibile che egli sia stato mandato a Parigi per seguire da vicino la situazione francese in un momento delicato quale è quello del luglio 1939. […] Per i comunisti italiani che vivono in carcere o da fuorusciti la situazione non è meno drammatica. La terribile fotografia in cui si vede Stalin stringere la mano a Ribbentrop, oltretutto, coglie il Pci in un momento di profonda crisi. I rapporti con i cugini socialisti tendono a peggiorare ogni giorno di più. […] Ma a questo punto, per concludere la rievocazione delle ripercussioni del Patto Molotov-Ribbentrop sul mondo comunista, dobbiamo tornare a Parigi. Abbiamo lasciato Togliatti nel carcere della Santé. Dimitrov in prima persona e l’intero apparato del Comintern si sono mobilitati per la sua liberazione, assoldando avvocati di grido e, probabilmente, trattando sottobanco con la polizia e i servizi segreti di Parigi. Uscito dal carcere, e prima di partire per Mosca, Togliatti trascorre un mese nascosto nella casa di Umberto Massola. Ed è qui che il capo dei comunisti italiani prepara quelle Lettere di Spartaco che costituiscono il punto più alto dello stalinismo del Pci, e forse sono la vera ragione della missione di Togliatti a Parigi. In quelle lettere il Patto viene giustificato e preso a pretesto per una serie di attacchi forsennati ai socialfascisti: “Fanno oggi quello che fecero nel corso della guerra imperialistica del 1914-1918. Sono al servizio della borghesia imperialista reazionaria e guerrafondaia, sono all’avanguardia nelle campagne di menzogne, di calunnie, e di provocazioni”. Il 3 settembre del 1939 Francia e Inghilterra dichiarano guerra alla Germania. Comincia la drole de guerre che di lì a pochi mesi si trasformerà nella più spaventosa tragedia di questo secolo. Cinquant’anni sono trascorsi da quel fatale brindisi tra Stalin e Ribbentrop. Ma le scorie del Patto come certe piogge radioattive continuano a manifestare i loro effetti negativi» (G. Corbi, La Repubblica, 18 agosto 1989).

 

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