LA PRIMA RADICE

Essere radicale vuol dire cogliere le cose alla radice.
Ma la radice, per l’uomo, è l’uomo stesso (K. Marx).

Scriveva Simone Weil alcuni mesi prima di morire (il 24 agosto 1943):

«Da un biografo di Hitler sappiamo come, fra i libri che hanno esercitato una profondissima influenza sulla sua gioventù, vi fosse un’opera di infimo ordine su Silla. Che importa il fatto che fosse di infimo ordine? Essa rifletteva l’atteggiamento della cosiddetta classe dirigente. Chi scriverebbe con disprezzo di Silla? Se Hitler ha desiderato il genere di grandezza che vedeva glorificato in quel libro e dovunque, non c’è stata colpa da parte sua. Quella è la grandezza, infatti, che ha raggiunto, quella medesima alla quale noi tutti ci inchiniamo quando volgiamo gli occhi al passato. Verso quella grandezza noi ci limitiamo ad una bassa docilità spirituale; noi non abbiamo tentato, come Hitler, di afferrarla con le nostre mani. […]

Immaginiamoci quell’adolescente, povero, sradicato, che vagabonda per le vie di Vienna, affamato di grandezza. Era giusto, da parte sua, essere così affamato di grandezza. Di chi la colpa se egli non ha saputo scorgere un altro genere di grandezza che non fosse quello del delitto? […]

Si parla di punire Hitler. Ma non lo si può punire. Voleva una cosa sola e l’ha avuta: essere nella storia. Sia che lo si uccida, o lo si torturi, o lo si imprigioni, o lo si umili, la storia sarà presente a proteggerne l’anima contro ogni colpo della sofferenza e della morte. Qualunque cosa gli si infligga, si tratterà sempre di una morte storica, di una sofferenza storica; sarà storia. Come per chi è giunto all’amore perfetto per Dio ogni avvenimento, in quanto viene da Dio, è un bene, così, per quell’idolatra della storia, tutto quel che è storia è un bene. Anzi, egli è in una situazione anche più vantaggiosa; perché il puro amore di Dio abita il centro dell’anima; lascia la nostra sensibilità esposta alle offese; quell’amore non è una corazza. Mentre l’idolatria è una corazza; impedisce al dolore di penetrare fino all’anima. Tutto quel che si vorrà imporre ad Hitler, non gli impedirà di sentirsi una creatura grandiosa. E soprattutto non impedirà, fra venti, cinquanta, cento o duecento anni, a un piccolo ragazzo sognatore e solitario, tedesco o no, di pensare che Hitler è stato un essere grandioso, che ha avuto dal principio alla fine un destino grandioso, e di desiderare con tutta l’anima un eguale destino. In questo caso, guai ai suoi contemporanei.

La sola punizione capace di punire Hitler e di distogliere dal suo esempio i ragazzi affamati di grandezza che vivranno nei secoli avvenire, è una così completa trasformazione del senso della grandezza, che necessariamente lo escluda. È una chimera, dovuta alla cecità degli odi nazionali, credere che si possa escludere Hitler dalla grandezza senza una trasformazione completa, fra i contemporanei, della concezione e del significato della grandezza. E per contribuire a quella trasformazione bisogna averla compiuta in noi stessi. In questo stesso momento ciascuno di noi può dare inizio alla punizione di Hitler nell’interno dell’anima propria, modificando la distribuzione del sentimento di grandezza. Non è affatto facile, perché vi si oppone una pressione sociale pesante e avviluppante come quella dell’atmosfera. Per giungervi, bisogna escludersi spiritualmente dalla società» (*).

A mio avviso si tratta invece di farla finita con questa società, con la società che in barba a ogni discorso intorno alla sacralità dell’uomo e dei suoi diritti è sempre più dominata dagli interessi economici (capitalistici), con quel che ne segue necessariamente, in termini di disumanità, in ogni aspetto essenziale della nostra esistenza: lavoro, affettività, relazioni, ecc. E infatti la storia di cui parlava Simone Weil è la storia delle dominazioni classiste che si sono succedute nei millenni; è la storia dello sfruttamento degli uomini ad opera di altri uomini; è la storia delle guerre che le classi dominanti hanno organizzato per conquistare ricchezze e potere a spese di altre classi dominanti e sempre sulla pelle dei dominati. È su questo cattivo (disumano) fondamento che ha messo radici il concetto di grandezza criticato dalla Weil dal suo particolare punto di vista.

Per quanto mi riguarda, la morale del discorso, per così dire, è sempre la stessa: sul fondamento di questa escrementizia (disumana) società dobbiamo aspettarci tutto il male concepibile e anche quello che ancora non riusciamo nemmeno a concepire. Farsi delle illusioni a questo proposito è davvero ingenuo, oltre che “riprovevole” – in primo luogo dal punto di vista etico, di un’etica che intenda rimanere fedele alla necessità/possibilità dell’«uomo in quanto uomo». Questa società genera sempre di nuovo mostri semplicemente perché è essa stessa mostruosa, cioè disumana, e deve esserlo necessariamente, essendo le relazioni sociali che ne informano le attività vitali (produrre e distribuire la ricchezza sociale) relazioni di dominio e di sfruttamento. È solo su un terreno umano che può radicarsi un’umanità adeguata al suo più alto concetto, di «un’umanità socialmente sviluppata» (Marx), di «un’umanità al suo livello più alto» (Schopenhauer).

«Platone diceva che la capacità di discernere il bene esiste solo nelle anime predestinate che Dio ha educato direttamente» (S. Weil). Si tratta piuttosto di mettere gli uomini e le donne nelle condizioni di vivere bene, cioè felicemente e secondo umanità. Come diceva Ludwig Wittgenstein, «È la prassi che dà alle parole il loro senso». E non solo alle parole.

Leggi anche La radice di ogni male…

(*) Simone Weil, La prima radice, pp. 107-108, SE, 1990.

 

 

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