SAREMO NOI CHE ABBIAMO NELLA TESTA UN MALEDETTO MURO…

Sarà la musica che gira intorno, quella che
non ha futuro. Saremo noi che abbiamo nella
testa un maledetto muro (I. Fossati).

Dei rituali festeggiamenti organizzati in Germania e in tutto il «libero e democratico Occidente» per ricordare la caduta del Muro di Berlino, ciò che ho trovato di gran lunga più vomitevoli sono stati i ridicoli tentativi di difendere le ragioni del Muro, della DDR e dell’imperialismo “sovietico” da parte degli ultimi nostalgici dello stalinismo e dell’assetto politico-sociale mondiale del periodo storico chiamato Guerra fredda (1). Purtroppo questi infimi personaggi non sono pochi, soprattutto in Italia, dove non a caso per decenni operò il più forte partito stalinista d’Occidente: si chiamava Pci – da Togliatti a Occhetto, mutatis mutandis.

Per il Financial Times, il 9 novembre 1989 «è il giorno glorioso che ha reso possibile la costruzione di un’Europa libera e democratica»; per i nostalgici del “socialismo reale” quella data rappresenta invece l’inizio della fine, il progressivo scivolare del mondo nell’abisso del “liberismo selvaggio”.

Anziché demistificare la propaganda degli apologeti del “sistema occidentale”, personaggi che si autodefiniscono anticapitalisti e militanti della “causa comunista”, si sono buttati nell’escrementizia impresa di dimostrare che ai tempi del “socialismo reale” i lavoratori europei se la passavano meglio che ai nostri “ordoliberistici” tempi, e che lo stesso “socialismo” della DDR alla fine degli anni Ottanta era tutt’altro che decotto e giunto al capolinea, sebbene denunciasse alcune magagne economiche tutte ascrivibili alla criminale iniziativa espansionista messa in essere dalla perfida Germania Occidentale, non solo con il sostegno attivo degli imperialisti americani, com’è ovvio, ma anche con il tacito consenso dei «revisionisti e traditori del socialismo» tipo Gorbacev, il patetico “teorico” della Glasnost e della Perestrojka che firmò un certificato di morte per un cadavere già in avanzatissimo stato di putrefazione. Solo gli stalinisti occidentali, tristi e grigi personaggi di stampo orwelliano-kafkiano, non sentivano il vomitevole olezzo proveniente da Oltrecortina, e denunciavano con disprezzo l’ingenuo popolo dei paesi dell’Est che con tanta facilità si lasciava sedurre dalle false promesse di una società più prospera e libera che giungevano dall’Ovest capitalistico. «Non rinunciate a quel poco che vi dà la Patria socialista, ricca di nobili ideali e lanciata verso un radioso futuro, in cambio di un mondo mercificato e pieno di ingiustizie». E allora, perché non costruire un Muro ancora più alto ed esteso, ancora più “intelligente” dal punto di vista tecnologico, così da mettere al riparo le masse dell’Est traviate dal demone capitalistico? Perché non prendere esempio dai Cari Compagni Cinesi, i quali avevano annegato nel sangue le fantasie consumistiche di chi aveva osato sfidare il Millenario regime “comunista”? Altro che un Muro: per difendere il “socialismo”, ancorché “reale”, dal capitalismo tentatore e corruttore bisognava alzare una Muraglia cinese!

Per il “compagno” Gorbaciov invece ormai non c’era più nulla da fare, se non gestire al meglio la fine dell’assetto politico-istituzionale imposto con la forza delle armi dalla Russia stalinista secondo i noti accordi stipulati con gli americani già a partire dal 1943 (Conferenza di Teheran), quando le due Super-potenze iniziarono a delineare il Nuovo Ordine mondiale postbellico, diventato col tempo vecchio e pieno di crepe, incapace di sopravvivere ai mutamenti imposti al mondo dal processo sociale capitalistico. Un Ordine che diventò insostenibile soprattutto al centro dell’Europa, con la mai sopita Questione Tedesca. Non a caso i primi a non volere la Riunificazione tedesca erano, com’è noto, gli inglesi e i francesi (2), timorosi di dover fare i conti con una Germania ancora più forte di quanto già non fosse diventata la sua parte Occidentale nel volgere di pochi lustri, dopo un esito catastrofico del conflitto. Quasi tutti gli storici e gli analisti geopolitici più seri concordano oggi nell’attribuire alla Germania la metaforica medaglia d’oro nella competizione sistemica chiamata Guerra Fredda (3).

Ovviamente il penoso discorsetto degli stalinisti allora non commosse neanche un po’ i proletari dell’Est, sfruttati, umiliati e oppressi dai regimi capitalistici orientali – ovviamente definiti “socialisti” anche dai colleghi anticomunisti dichiarati (viva la sincerità!) degli stalinisti: due facce della stessa escrementizia medaglia. Polacchi, cecoslovacchi, ungheresi, rumeni, tedesco-orientali: tutti volevano abbandonare la “Patria socialista” per cercar fortuna nella Germania Occidentale, al punto che il 18 marzo 1989 il Washington Post scrisse che «l’URSS, preoccupata dal caos che investe l’Europa orientale, spinge la Germania Federale a svolgere un ruolo più deciso nella regione al fine di promuovere un ordine economico e politico più stabile». Poteva la Germania Occidentale rimanere insensibile alle richieste degli amici sovietici? Giammai! Sappiamo come è andata a finire la vicenda.

Per Vladimiro Giacché, «L’unificazione tedesca è stata un elemento fondamentale del crollo dei regimi comunisti dell’Est europeo e quindi del ridisegno dell’assetto geopolitico in Europa rispetto all’ordine postbellico. In un certo senso, è l’evento che chiude simbolicamente il Novecento, e comunque uno spartiacque decisivo al suo interno». Cosa c’è di sbagliato in questa ricostruzione storica? A mio avviso l’essenziale, soprattutto dal punto di vista di chi lotta contro la vigente società capitalistica mondiale in vista di una – possibile e oggi sempre più negata – Comunità Umana: i «regimi comunisti» di cui parla Giacché non solo non avevano nulla a che fare con il comunismo, o con il socialismo, né con quello “reale” né con quello immaginario; ma del comunismo e del socialismo essi rappresentavano la più completa negazione. Come scrivo ormai da troppo tempo, il cosiddetto socialismo reale fu un reale capitalismo – più o meno “di Stato”, secondo le caratteristiche storico-sociali dei vari “Paesi socialisti”. Senza contare che i Paesi dell’Est europeo diventarono “socialisti” grazie alla spartizione del Vecchio Continente tra le due grandi Potenze imperialiste uscite vincenti dal Secondo macello mondiale. Sotto questo aspetto, la divisione della Germania rappresentò il paradigma del nuovo ordine mondiale post-bellico.

Si parla tanto di Ostalgie, cioè della nostalgia per la Germania dell’Est che starebbe dilagando nei Länder Orientali, soprattutto fra gli strati sociali più poveri, i quali esprimono la loro rabbia e il loro disagio anche aderendo a ideologie neonaziste. Le masse frustrate e incoscienti armano la loro mente e il loro braccio con ciò che trovano sul mercato politico-ideologico. Evidentemente la Riunificazione non è stata un pranzo di gala, né poteva esserlo, come non lo è nessun processo sociale capitalistico, soprattutto se di vaste proporzioni. (Peraltro in Italia si parla ancora di una Questione Meridionale ancora dopo più di un secolo e mezzo dall’Unità!). Scrivevo nel lontanissimo dicembre 1989: «Sarà molto più facile che in passato per il proletariato di Est e di Ovest riconoscersi nella “casa comune” degli sfruttati e dei senza potere, riconoscersi negli stessi problemi e nelle stesse lotte. Sotto questo aspetto è legittimo aspettarsi dalle classi subalterne dei Paesi dell’Est grandi cose, perché i problemi che in essi si sono aperti non sono di facile  soluzione e le contraddizioni che li stanno investendo sono destinate ad acuirsi. […] Le economie dei Paesi dell’Est si aprono a un mercato mondiale sempre più agguerrito, ed esse non potranno rialzarsi tanto facilmente, con ciò che ne segue sul terreno della conflittualità sociale ad Est e di un suo possibile contagio ad Ovest» (A carte scoperte. La crisi dell’Est Europa come crisi del capitalismo stalinista ed esplosione delle vecchie alleanze imperialistiche). Diciamo che non c’è stato alcun contagio. Diciamo che allora peccai di ottimismo, capita.

Scriveva lo storico Viktor Suvorov: «L’obiettivo del muro: evitare che il popolo della Germania socialista potesse scappare nel mondo normale. Il muro fu costantemente perfezionato e rinforzato. […] Ma più lavoro, ingegnosità, denaro e acciaio i comunisti mettevano per migliorare il muro, più chiaro diventava un concetto: gli esseri umani possono essere mantenuti in una società comunista solo con costruzioni impenetrabili, filo spinato, cani e sparandogli alle spalle. Il muro significava che il sistema che i comunisti avevano costruito non attraeva ma repelleva». Quel sistema non attraeva ma repelleva: su questo, come si dice, non ci piove, e solo i più incalliti stalinisti possono negarlo – e di fatti continuano a farlo! Ma siamo proprio sicuri che si trattasse di una «società comunista»?

Per Suvorov l’obiettivo del muro fu quindi quello di «evitare che il popolo della Germania socialista potesse scappare nel mondo normale»: cosa dobbiamo intendere per «mondo normale», il capitalismo con “caratteristiche occidentali” o il capitalismo tout court? Sempre ammesso, per pura quanto assurda ipotesi, che la Germania Orientale fosse davvero governata da un regime socialista. Ora, non c’è dubbio che per la stragrande maggioranze della popolazione mondiale il capitalismo è il solo «mondo normale» possibile. Per il saggista Yuval Noah Harari, «Possiamo non amare il capitalismo, ma non possiamo vivere senza il capitalismo. Ciò che è necessario è che vi sia un controllo su di esso. Lo Stato non può non intervenire» (Sapiens. Da animali a dèi, Bompiani). Oltre il capitalismo, il Nulla.

Sostenendo i cosiddetti “regimi socialisti”, in passato anche gli stalinisti hanno collaborato con zelo alla costruzione di questo maledetto muro mentale (definirlo semplicemente ideologico mi sembra riduttivo), il quale impedisce soprattutto alle classi subalterne di immaginare un mondo libero da ogni forma di dominio, di sfruttamento, di oppressione politica e psicologica.

La musica della liberazione davvero non ha un futuro? Non saprei dire, e fortunatamente il futuro non dipende da me; ciò di cui però sono certo, anzi certissimo, è che abbattere quel «maledetto muro», almeno provarci, non è affatto un’impresa impossibile, né disprezzabile, né incapace di soddisfazioni “esistenziali”.

So benissimo che questo discorso non può che suscitare ilarità nella testa delle persone animate da realismo e da sano buonsenso; quelle persone che anziché discorrere oziosamente intorno al migliore (o semplicemente umano?) dei mondi possibili, lottano per migliorare questo (capitalistico) mondo, l’unico mondo possibile («siamo realisti!»), e di farlo con pazienza, giorno dopo giorno, passo dopo passo. Salvo poi magari, nella migliore delle ipotesi, rendersi conto che la pratica del “male minore” spalanca le porte al “male peggiore”.

(1) Solo due esempi. Scrive il noto complottista Giulietto Chiesa: «Dal 1949 al 1961, ben 2,7 milioni di persone uscirono da Berlino. Solo nel 1960 – l’anno prima del Muro – se ne andarono in 200mila. Alla DDR restava solo la scelta tra arrendersi e sprangare la porta. Ma i rapporti di forza tra le due parti del Muro rimasero diseguali. Il Muro resse per 28 anni. Adesso sarebbe tempo di dire la verità sui motivi che lo fecero sorgere. Ma questa verità non può essere detta». E qual è la verità secondo il Nostro? Che dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi l’Unione Sovietica non fece che reagire alla politica imperialista degli Stati Uniti, i quali tradivano puntualmente le amichevoli aperture di Mosca. Si dirà che questa è la vecchia e rancida cacca propagandistica servita dalle mense moscovite per decenni nel corso della Guerra Fredda; e infatti è proprio così. Qualunque sia la loro ispirazione politico-ideologica (democratica, fascista, nazista, stalinista, ecc.), i difensori della società capitalistica ragionano sempre in termini di ragion di Stato (capitalistico, si capisce): «Alla DDR restava solo la scelta tra arrendersi e sprangare la porta». Cacca, appunto, e con rispetto parlando.
Ecco adesso un Twitter di Marco Rizzo, Segretario generale del Partito Comunista (sic!): «Quando c’era il muro di Berlino… c’era l’art.18; uno stipendio da un milione di lire (500 €) era un ottimo stipendio; la DDR aveva case, lavoro e welfare per tutti; Libia, Irak, Siria erano stati indipendenti; i popoli africani non erano obbligati ad una migrazione forzata…». Per non parlare di Babbo Natale e della Befana, i quali ogni anno rallegravano i bambini con doni e con dolci. Altro che la festa di Halloween importata  dagli Stati Uniti! Non c’è niente da fare: lo stalinista perde il pelo ma non il vizio.
(2) Scrive Sergio Romano: «Sapevamo che trent’anni fa, dopo il crollo del muro di Berlino, alcuni uomini di Stato europei (fra i quali Mitterrand, Thatcher e Andreotti) vedevano con qualche timore e molta diffidenza la prospettiva di una Germania riunificata. Ma un articolo di Philip Stephens apparso sul Financial Times del 25 ottobre ci ricorda che Margaret Thatcher, allora primo ministro del Regno Unito, si spinse più in là. Approfittò del viaggio di ritorno, dopo una visita a Tokyo nel settembre 1989, per una sosta a Mosca dove ebbe una conversazione a quattrocchi, nella sala di Santa Caterina del Cremlino, con Mikhail Gorbaciov, presidente dell’Unione Sovietica e segretario generale del Partito comunista. Parlarono di Germania e la Lady di ferro, secondo le note prese da un consigliere di Gorbaciov (Anatolij Cerniaev), disse al suo interlocutore che la Gran Bretagna non desiderava la riunificazione tedesca “perché temeva mutamenti territoriali che avrebbero pregiudicato gli equilibri del secondo dopoguerra”. Per le stesse ragioni Thatcher, in quella circostanza, avrebbe garantito a Gorbaciov che la Nato non si sarebbe adoperata per la dissoluzione del Patto di Varsavia (l’accordo stipulato dall’Urss con i suoi satelliti nel 1955). Contemporaneamente, secondo i ricordi di Philip Stephens, Thatcher avrebbe proposto al presidente francese François Mitterrand la conclusione di una Intesa Cordiale simile a quella che Francia e Gran Bretagna avevano concluso nell’aprile del 1904 per contenere la crescente potenza del Reich tedesco. Trent’anni dopo, le preoccupazioni della signora Thatcher mi sembrano almeno in parte giustificate» (Il Corriere della Sera). Com’è noto, Mitterrand impose a Kohl l’abbandono del Marco tedesco e l’accettazione dell’Euro nel vano tentativo di controllare e azzoppare in qualche modo la potente economia tedesca, ossia il fondamento materiale della Questione Tedesca, la quale è a tutti gli effetti e sempre di più una Questione Europea.
Evidentemente i leader europei del tempo sottovalutarono la crisi economica, sociale e politica che da tempo minava le stessa fondamenta del cosiddetto “socialismo reale”, a partire dall’Unione Sovietica, ormai incapace di reggere il confronto con il ben più forte e dinamico “modello occidentale”: alla fine degli anni Ottanta il regime sovietico appariva (ed era) moribondo, incapace di reagire a sfide di un certo rilievo, come dimostrò la stessa vicenda occorsa a Chernobyl.
(3) Per Carlo Jean l’esito della Guerra Fredda, con l’unificazione tedesca, «ha indotto non pochi commentatori ad affermare – spesso malevolmente – che il vero vincitore del ciclo storico delle guerre mondiali sia stata la Germania. Quest’affermazione può suonare paradossale; ha tuttavia il merito di sottolineare che l’impiego di strumenti puramente economici può consentire il riassetto della economia internazionale in modo addirittura più efficace del ricorso alla forza militare» (Manuale di geopolitica, p. 153, Laterza, 2003). Con «ciclo storico delle guerre mondiali» occorre intendere il lungo periodo che va dalla Prima guerra mondiale alla fine della cosiddetta Guerra Fredda, culminata agli inizi degli anni Novanta nella Riunificazione Tedesca, un evento che solo qualche anno (o mese) prima quasi nessun politico o geopolitico del pianeta riteneva possibile, e certamente non auspicabile. Scriveva uno sconsolato Vittorio Feltri cinque anni fa: «Quando il problema tedesco sembrava definitivamente superato dalla storia, anche grazie alla costruzione unitaria europea, esso riappare all’orizzonte. Quell’egemonia che la Germania non è riuscita a conquistare con le armi belliche sembra essere stata “pacificamente” conseguita con l’arma economica» (Il Giornale). È il capitalismo nella sua fase imperialista, bellezza!

 

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