DAVIDE, GOLIA E LA TIGRE DI CARTA

L’altro ieri il Presidente Xi Jinping ha scagliato contro Hong Kong l’ennesimo ultimatum: «La determinazione del governo cinese a salvaguardare la sovranità nazionale, la sicurezza e gli interessi di sviluppo è irremovibile», così come lo è «la determinazione a opporsi alle interferenze di qualsiasi forza esterna». Pare che la pazienza del Caro Leader sia agli sgocciolo, tanto più dopo che i precedenti ultimatum non hanno sortito alcun effetto: anche oggi nell’ex colonia britannica la polizia dovrà fronteggiare la rabbia di migliaia di giovani che non intendono mollare.

Molti analisti politici pensano che il movimento politico-sociale attivo a Hong Kong ormai da giugno di quest’anno, e che si ricollega direttamente ai movimenti di protesta che lo hanno preceduto nel corso degli ultimi cinque anni, si sia cacciato (o è stato cacciato?) in un pericolosissimo cul de sac. Probabilmente quegli analisti hanno ragione, e il moltiplicarsi degli episodi di violenza da parte dell’ala più radicale del movimento è forse la testimonianza più evidente delle difficoltà che esso sta incontrando in questa fase. È bene precisare, a scanso di antipatici equivoci, che in generale l’uso della violenza da parte dei giovani manifestanti nasce come risposta alla violenza repressiva delle autorità che governano la metropoli sotto l’occhiuta sorveglianza del regime cinese. Uno dei discorsi più ripetuti dai ragazzi hongkonghesi è: «Siete voi che ci avete fatto capire che solo con la violenza riusciamo a ottenere qualcosa». È bene anche ricordare che contro il movimento di protesta le autorità hongkonghesi si sono servite più volte della feccia mafiosa (vedi Triadi). Questo è successo anche all’epoca del cosiddetto Movimento degli ombrelli (2014).

In questi giorni gli analisti di cui sopra hanno sempre più spesso evocato le mitiche figure di Davide e Golia: il giovane coraggioso, armato solo della propria fede e di una modesta fionda, che si batte in una lotta apparentemente impari contro un campione armato fino ai denti e protetto da corazze prodigiose. Ricordate? La fronte del possente Goliat, orgoglio dei Filistei, rimane scoperta, e l’intraprendente figlio d’Israele lo colpisce proprio lì: «La pietra gli si conficcò nella fronte ed egli cadde con la faccia a terra. Così Davide vinse il Filisteo; lo colpì e lo uccise, senza avere spada in mano» (Samuele, 17/49). Ma gli osservatori che monitorano Hong Kong non pensano che la storia possa ripetersi; un abisso infatti divide, quanto a potenza, i contendenti che si fronteggiano in quella fatidica città: nemmeno un miracolo potrebbe insomma salvare il movimento hongkonghese dall’ira del gigante cinese, se da Pechino partisse l’ordine di chiudere la partita, come accadde nell’estate del 1989. Ricordate Piazza Tienanmen? Ricordate lo studente che da solo cerca di fermare l’avanzata di una colonna militare protetta dai carri armati? Chissà che fine ha fatto quell’intrepido e ormai iconico Davide.

Nemmeno un miracolo potrebbe dunque salvare il Davide dei nostri giorni? Sembrerebbe proprio di no. Forse però dipende dalla qualità del miracolo. Chi può dirlo? Cosa accadrebbe, ad esempio, se i lavoratori e gli studenti della Cina continentale urlassero in faccia al regime che nessuna goccia di sangue deve cadere sulle strade di Hong Kong calpestate da gente che manifesta la propria paura di finire ingoiata e digerita dal Dragone? «Non toccate i nostri fratelli di Hong Kong, se non volete che anche noi sfasciamo tutto!»: questo sì che sarebbe un miracolo!

Scriveva Adriano Sofri qualche mese fa: «La sacra scrittura immaginò un colosso splendido e terribile d’oro e d’argento e di rame e di ferro, dai piedi d’argilla. Qualcosa come una tigre di carta» (Il Foglio). In effetti, le classi subalterne hanno nelle loro mani il potere di trasformare il Moloch capitalistico in una tigre di carta; peccato che esse non ne abbiano la minima coscienza. E sto parlando del mondo, non solo di Hong Kong e della Cina.

Post scriptum:

Scrive Peter Sloterdijk in Ira e tempo (Marsilio, 2019): «Il modo di parlare che è dominante in Cina dal 1981, secondo il quale l’eredità di Mao è buona per il 70 per cento e cattiva per il 30 per cento, fa apparire i 60-70 milioni di vite umane che, dopo il 1949, vanno messe sul conto del maoismo, come un peso a cui è possibile far fronte solo con l’arte di tirare bilanci tipica di questo paese. Cioè: se gli stessi cinesi in patria non si fanno domande sulle vittime della politica di Mao, gli storici indiscreti e i ricercatori dell’Ovest non devono avere nessun diritto a costringerli a rispondere alle domande su quella politica». Come diceva Marx, in tempi “normali” (non rivoluzionari) l’ideologia dominante è quella che fa capo alla classe dominante, è l’ideologia che emana spontaneamente dai rapporti sociali, dalla stessa quotidiana prassi sociale. Questo semplicemente per dire che anche i lavoratori, i proletari e i contadini poveri cinesi si sono fin troppo abituati alla macabra contabilità dei morti caduti sull’altare della Potenza cinese. In quanto proletario mi “ingerisco” negli «affari interni cinesi» per dare il mio microscopico contributo al tentativo, che so essere quasi disperato, di mettere in crisi «l’arte di tirare bilanci» così diffusa anche tra i miei colleghi di classe cinesi. Ecco perché mi occupo con tanta insistenza di ciò che avviene a Hong Kong; non solo per questo, si capisce, ma soprattutto per questo.

Non mi sfugge insomma la natura interclassista (a tratti venata di sentimenti xenofobi) del movimento di lotta hongkonghese, né il carattere ultrareazionario dell’ideologia che ispira gran parte dei suoi protagonisti (esaltazione del sistema sociale capitalistico con caratteristiche occidentale); ma questo non mi impedisce di inquadrare quel movimento nel più generale processo di trasformazione che ha investito l’ex colonia britannica (una delle cosiddette Tigri Asiatiche, insieme a Singapore, Corea del Sud e Taiwan) negli ultimi 38 anni, da quando cioè la Cina si è proposta come fabbrica del mondo, per arrivare alla potenza sistemica dei nostri giorni. L’industria a Hong Kong ha perso molti punti, e pure il settore finanziario non vanta più l’alto rating di una volta (*); la crisi del 2008 ha poi accelerato il processo di ristrutturazione/declino della sua economia, e i lavoratori come sempre hanno dovuto pagare il prezzo più alto: salari più bassi, lavori più precari, orari di lavoro più lunghi, concorrenza con i lavoratori immigrati, aspettative pensionistiche ribassate, affitti più cari, ecc. Sono molto interessato a capire come i movimenti di protesta di qualsiasi genere impattano sulla degradata condizione di larghi strati di popolazione hongkonghese e ne siano, almeno in qualche misura, l’espressione. E sono ancora più interessato a vedere come quei movimenti impattano sul gigantesco corpo della società cinese, su un Paese che gioca un grandissimo  ruolo nel sistema capitalistico mondiale, e non mi riferisco solo al dato economico. In ogni caso, l’illusione non trova posto nella mia riflessione, mentre l’imprevisto e financo l’imprevedibile sono i benvenuti: magari!

Più in generale, sono tutt’altro che indifferente al male che il processo sociale arreca agli individui, a tutti gli individui, anche a quelli che hanno la fortuna di non condividere la mia stessa condizione sociale, e trovo degno del mio interesse il loro tentativo di porre una qualche resistenza al Moloch storico-sociale che li stritola. Che oggi quel tentativo sia informato da ideologie ultrareazionarie, ciò non solo non mi stupisce ma anzi conferma le mie analisi, e non alludo solo a Hong Kong. Tuttavia, il mio interesse non viene meno alla luce di quel dato di fatto “sovrastrutturale”.

(*) Nel 1993 Hong Kong era la decima potenza commerciale del mondo, e si avvantaggiava della brulicante provincia cinese del Guangdong. Nel Guangdong c’erano allora non meno di 30.000 aziende (con oltre tre milioni di addetti) che lavoravano per conto di capitalisti basati a Hong Kong, che rappresentava l’anticamera per chi intendesse stringere rapporti commerciali con la Cina – il cui ritmo di sviluppo capitalistico marciava intorno alla sbalorditiva cifra del 13%. Quell’anno la Borsa di Hong Kong conquistò, per il secondo anno consecutivo, la palma del mercato più redditizio del mondo. Tutto questo oggi non esiste più, anche se l’ex colonia britannica rimane un polo capitalistico (industriale, commerciale, finanziario) tutt’altro che disprezzabile.

3 pensieri su “DAVIDE, GOLIA E LA TIGRE DI CARTA

  1. Pingback: LA CINA DI MAIO… | Sebastiano Isaia

  2. Pingback: CONTRO GLI OPPOSTI IMPERIALISMI! | Sebastiano Isaia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...