UNO STARNUTO CI SEPPELLIRÀ?

Scrive Antonio Scurati: «È questo il modo in cui finisce il mondo. Non con uno schianto ma con un lamento. Ora che è arrivato, ora che lo spaventoso coronavirus è tra noi, tornano in mente i versi del poeta. E se la fine non si manifestasse tramite la deflagrazione roboante di una esplosione micidiale ma si insufflasse in noi, silenziosa, vaporosa e inavvertita come lo è la letale vita infinitesimale dei microrganismi? Se non si annunciasse con un tuono assordante ma con un semplice, distratto colpo di tosse? […] Questo immaginario globale isterizzato ci dice che la modernità ha fallito: quasi nessuno, purtroppo, crede più nel suo glorioso progetto di previsione e controllo, nelle magnifiche sorti e progressive. Ma ci dice anche un’altra cosa: non siamo più capaci di equilibrato, adulto, “sano” rapporto con la morte. Il nostro destino di morenti non trova più codici culturali capaci di elaborarlo e affrontarlo ponendoci all’altezza del compito assegnatoci dalle tante minacce letali che gravano sulle nostre vite e sul nostro mondo» (Il Corriere della Sera).

Ma è possibile stringere con la morte un «equilibrato, adulto, “sano” rapporto», quando non siamo capaci di un «equilibrato, adulto, “sano” rapporto» con la vita? E poi, di che natura sono le «tante minacce letali che gravano sulle nostre vite e sul nostro mondo»? Si tratta forse di un destino cinico e baro? O dell’eterno ritorno dell’uguale? Non credo proprio. Siamo alle solite: oggi è più facile immaginare la fine del mondo, magari per via epidemica, che quella del Capitalismo. Come siamo messi male!

Non c’è dubbio: la modernità (capitalistica) ha fallito: non controlliamo le basi materiali della nostra esistenza, e anzi ne veniamo controllati. Come diceva Marx già nel 1844, la Cosa che abbiamo creato con le nostre stesse mani ci si contrappone ostile ed estranea. L’evento eccezionale non fa che confermare la regola; esso lancia un potente fascio di luce sulla mortale normalità, che evidentemente ferisce i nostri deboli occhi: meglio chiuderli! E magari aprirli alla ricerca di capri espiatori o di risposte rassicuranti. La tecnoscienza avrà la meglio, prima o poi, sul “maledetto” Covid-19, ponendo fine all’ennesimo episodio di isteria di massa (che a sua volta la dice lunga sulla nostra cattiva condizione “esistenziale”), ma il fallimento di questa società quanto a rapporti autenticamente umani (anche con la malattia e con la morte) è cosa che non può trovare rimedi dentro i suoi confini, nel seno della società che, ad esempio, ci consente di fischiettare allegramente mentre in Siria o in Libia uomini e donne, vecchi e bambini vengono massacrati ogni santo giorno. Anche oggi. «Ma oggi c’è lo starunuto da tenere a bada! Non possiamo pensare a tutti i mali del mondo!» E anche questo è vero… Non si dà vita sana (umana) nella società malata (disumana). Dove il Male, beninteso, è costituito dalla società stessa.

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