PROVE TECNICHE DI TOTALITARISMO?

No, nessun complotto, nessun progetto malvagio elaborato da qualche oscura Entità che ama agire, appunto, nell’ombra; il complottismo lasciamolo pure agli ingenui, diciamo così, a chi lo esibisce a se stesso e agli altri come la sola coscienza critica possibile oggi, e questo semplicemente perché il complottista non ha alcuna coscienza critica da mettere in azione per capire il complesso mondo del XXI secolo. Le cose di cui trattiamo in questi giorni e in queste ore sono maledettamente serie.

Ciò che qui evoco è un processo sociale oggettivo la cui natura e le cui conseguenze probabilmente sfuggono alla comprensione dei suoi stessi protagonisti, a cominciare ovviamente dai decisori politici e dai loro consulenti “tecnici”: scienziati, tecnologi, economisti e quant’altro. Per il South China Morning «Quando lo Stato si espande per affrontare una crisi, poi rimane nelle nuove dimensioni anche dopo che la crisi è scomparsa»: niente di più vero! Il Moloch si avvantaggia sempre degli stati d’eccezione, i quali peraltro non fanno che confermare la regola del Dominio. Oggi più di ieri i quotidiani italiani sono pieni di metafore belliche e di invocazioni autoritarie; per molti politici, intellettuali e commentatori politici, forse è finalmente arrivata l’occasione per raddrizzare la schiena etica degli italiani, per farne dei cittadini responsabili e civili: è il sogno che a suo tempo accarezzò anche Benito Mussolini, prima di arrendersi dinanzi a un “materiale umano” che alla fine egli giudicò troppo scadente e ormai irrimediabilmente malato: «Governare gli italiani non è difficile, è inutile».

Oggi Giuliano Ferrara, forse il più convinto sostenitore dei «pieni poteri» in capo al governo, scrive che la ribellione contro «l’irregimentamento totalitario in forme diverse ma convergenti, [come si verifica] nel mondo nazifascista e in quello comunista» è sempre eticamente e politicamente giustificata, mentre non lo è mai se prende di mira le decisioni assunte dalle istituzioni, centrali e periferiche, che compongono lo Stato democratico. «Ribellarsi è sempre stato un gesto di libertà e in certi casi di responsabilità. Disobbedire agli ordini criminali un atto di eroismo. Insubordinarsi contro le angherie, le prepotenze, nel pubblico e nel privato, una benedizione». Ma oggi non si tratta di questo: «La disobbedienza non è più una virtù». Di più: oggi la disobbedienza è un crimine contro l’umanità, letteralmente; criminali sono tutti i cittadini che non volendo attenersi alle regole sanitarie imposte per decreto dal governo, mettono a rischio la vita di molte persone. Se Ferrara ha bisogno di scomodare concetti così forti per difendere l’operato del governo, significa che davvero stiamo vivendo una fase storica importante, per diversi aspetti eccezionale, e certamente tutt’altro che banale.

Giunti a questo punto è forse il caso di ricordare, in modo assai sintetico, quale concetto ho cercato di esprimere in questi giorni virali. Con l’emergenza epidemica (o pandemica) segnata dal Coronavirus (che genera la malattia chiamata Covid-19) siamo dinanzi a una vera e propria crisi sociale, e non semplicemente sanitaria. Sociale non solo nelle sue conseguenze, come tutti sono disposti a concedere, ma anche nella sua genesi e intima natura. Ciò che ci ha esposti e ci espone al rischio della malattia e della morte non è infatti la cieca potenza della natura, sotto la subdola forma del virus, ma la cieca e disumana potenza sociale che tiene in ostaggio (in quarantena?) l’intera umanità, e ormai da moltissimo (troppo!) tempo. Marxianamente parlando, non controlliamo ciò che noi stessi creiamo, e non possiamo farlo perché le relazioni sociali che informano le nostre più significative pratiche sociali, a cominciare da quelle connesse con la produzione di ciò che ci permette di esistere fisicamente, non sono orientate verso la soddisfazione dei nostri bisogni e la nostra felicità, come invece proclama l’ideologia dominante, ma verso la soddisfazione di stringenti (dittatoriali, totalitari) requisiti economici: le aziende che non generano profitti devono licenziare o dichiarare fallimento; i governi devono fare i conti con la sostenibilità finanziaria del welfare e con la produttività generale dell’economia, che poi è quella che in ultima analisi finanzia lo Stato attraverso le tasse, e così via. È evidente che una simile organizzazione sociale deve necessariamente generare contraddizioni d’ogni tipo, sempre di nuovo, e questo appunto a prescindere dalla volontà di capitalisti, politici e di chi a vario titolo amministra la nostra vita per conto della conservazione sociale, ossia delle classi dominanti.

In queste condizioni, credere che possiamo stabilire una relazione razionale e umana con la natura significa davvero pretendere l’impossibile. Ecco perché sulla base di questa società; sul fondamento della società capitalistica mondiale, ogni genere di catastrofe sociale (inclusa quella che erroneamente rubrichiamo come “naturale”: terremoto, alluvione, tempesta, ecc.) è altamente probabile: è la realtà che si incarica di dimostrare la dolorosa verità di questa tesi, che il modestissimo pensiero di chi scrive si limita a esprimere senza avvertire il bisogno di addolcire l’amara pillola. «Ribellarsi è sempre stato un gesto di libertà e in certi casi di responsabilità», scrive il noto Elefante: e lo è anche in questo caso, soprattutto in questo caso!

Ma la ribellione a cui oggi chiamo chi legge queste poche righe non è quella che si sostanzia nell’uscire di casa senza mascherina e di abbracciare e sbaciucchiare amici e parenti, di stringere mani e abbracciare la prima persona che passa solo per dimostrarle umana amicizia e comprensione ( non fatelo: si commette un grave reato!); no, si tratta di una ribellione “concettuale”, che già sarebbe a mio avviso moltissimo, di questi pessimi tempi. Si tratta appunto di capire che tutto quello che stiamo vivendo in questi giorni non ha nulla a che fare né con la natura, né col caso né con gli imprevisti della vita: è la società del capitale, del profitto, della merce e del denaro che ci infligge sofferenze e preoccupazioni d’ogni tipo. È allo spirito della solidarietà nazionale, del “siamo tutti sulla stessa barca” (capitalistica!) che dobbiamo – dovremmo – ribellarci.

Pensare che veniamo trattati da chi ci governa (per il nostro bene, è chiaro!) da minorati sociali bisognosi di paterne cure, e che noi glielo permettiamo come fosse la cosa più normale di questo mondo («Non li paghiamo per questo, per prendersi cura di noi?»), ebbene questo pensiero mi fa arrabbiare moltissimo, e per quel che vale ci tengo a dichiarare al Moloch che oggi  subisco le sue imposizioni come lo schiavo che non ha la forza di ribellarsi, ma non faccia affidamento sul mio consenso né, tanto meno, sulla mia comprensione. Approfitto dell’occasione per rinnovargli la mia più radicale inimicizia.

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