MODELLO CINESE. OVVERO L’IMPERIALISMO COMPASSIONEVOLE…

A quanto pare il modello cinese in materia di guerra al coronavirus sta conquistando la simpatia di una fetta sempre più cospicua dell’opinione pubblica italiana, mentre nel mondo politico nostrano il modello sociale cinese nel suo complesso non da oggi riscuote un certo consenso in certi ambienti politici ed imprenditoriali. Ha dichiarato (naturalmente su Facebook) il nostro Ministro degli Esteri: «Ci ricorderemo di chi ci ha aiutato come ha fatto la Cina. Noi abbiamo dimostrato solidarietà verso il governo cinese colpito da pregiudizio e razzismo e ora loro ricambiano»: quant’è compassionevole il Celeste Imperialismo!  Da sempre l’italico politico è bravissimo nel mutare la tragedia in farsa, anche se non manca mai quello che si distingue in questa malfamata capacità.

Il comico Presidente della Campania ha dichiarato: «In Cina, un cittadino che era uscito dalla zona che era in quarantena è stato fucilato. Ora, nelle democrazie occidentali non esistono questi metodi terapeutici»: purtroppo? Marcello Lippi, già eroe nazionale nel 2006 ed ex allenatore della nazionale di calcio della Cina, loda il grande popolo cinese e biasima gli italici vizi: «C’è sempre grande confusione, ognuno dice la sua, pensa al proprio giardino, ma c’è chi è deputato a comandare. Il governo deve ordinare, fare le leggi e farle rispettare. Se il governo, col consiglio di vari scienziati e medici, decide di fare certe cose, le deve ordinare. Per esempio ho sentito dire che una persona contagiata era scappata dalla zona rossa per andare a sciare. In Cina invece chi è scappato dalle zone rosse è stato giustiziato». Ben gli sta! Bravi “compagni”! Che efficienza! «I governanti cinesi sono molto più severi nel fare rispettare le leggi, hanno dei medici e degli scienziati importanti. Stanno piano piano trovando la maniera di uscirne. Stanno aumentando tantissimo i guariti e mi hanno detto che riprenderanno il campionato a metà aprile» (Rai Sport). Finalmente una bella notizia!

È bene dire, a scanso di equivoci, che la “deriva autoritaria” che oggi registriamo in Italia è un prodotto tutto italiano (come dimostra anche la vicenda del “virus informatico” chiamato Trojan), fenomeno che come sempre in epoca di “globalizzazione spinta” si spiega nella sua interezza e dinamica solo alla luce del processo sociale mondiale complessivamente considerato, e questa considerazione vale naturalmente per i fenomeni politico-sociali che si registrano in tutti i Paesi del mondo, un mondo che si distende sotto un unico cielo: quello realizzato dai rapporti sociali capitalistici. Per dirla con i cinesi: tianxia, «tutto sotto il cielo» – del Capitalismo. Semmai possiamo dire che il modello con caratteristiche orwelliane offerto dalla Cina suggerisce ai regimi politico-istituzionali degli altri Paesi delle eccellenti soluzioni politico-tecnologiche ai problemi posti dalle sempre più pressanti e complesse esigenze di controllo sociale. Ed è anche per questo che per l’anticapitalista basato in Occidente, come chi scrive, è molto interessante tutto quello che avviene in Cina.

Il radicale (nell’accezione pannelliana del termine) Maurizio Bolognetti sta conducendo l’ennesimo sciopero della fame, questa volta per denunciare la “scomparsa” del giornalista cinese Lì Zehua, colpevole di aver voluto sbugiardare la propaganda del Partito-Regime circa la genesi e la diffusione della famigerata pandemia virale che tanto ci amareggia in questi giorni. Bolognetti ha scritto qualche giorno fa una lettera indirizzata al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, per “sensibilizzarli” al caso in questione; eccone alcuni passi: «Signor Presidente del Consiglio, signor Ministro degli Esteri, in troppi cedono alla fascinazione esercitata dal modello cinese, dimenticando che quello di Pechino è un regime totalitario in cui la tanto decantata “efficienza” viaggia a braccetto con l’assenza di libertà e democrazia e con la violazione di elementari diritti umani. Nella Cina del Presidente Xi Jinping può accadere, ed è accaduto, che le informazioni taroccate diffuse dal Partito del Popolo contro il popolo abbiano messo a repentaglio la salute di milioni di persone e contribuito alla diffusione dell’epidemia in corso. Nella Cina del proiettile addebitato ai familiari del condannato a morte, nella Cina post Piazza Tienanmen, in cui ogni anelito di libertà viene stroncato e la massima libertà concessa è l’acquisto dell’ultimo modello di Huawei, può accadere, ed è accaduto, che un giornalista, Lì Zehua, venga arrestato dai servizi di sicurezza del Partito Stato del comandante in capo Xi Jinping. La colpa di Zehua? Il blogger ed ex giornalista della CCTV ha provato a raccontare quel che accadeva nella Cina epicentro della diffusione del Covid-19. Colpevole agli occhi di Pechino di voler onorare il diritto alla conoscenza. Colpevole di aver voluto far luce sull’assenza di trasparenza, sulle bugie e sulla propaganda». Oltre a Lì Zehua sono “scomparsi” altri due «nemici del Popolo e dello Stato»: Fang Bin e Chen Qiushi. In Cina chi fa controinformazione è considerato una spia e trattato come tale; i cittadini sono caldamente invitati a denunciare le “spie”, se non vogliono correre il rischio di venir denunciati a loro volta come spie al servizio di qualche potenza estera – un nome a caso: gli Stati Uniti.

In effetti, non sono stati pochi i cittadini di Wuhan e della provincia dell’Hubei che dal dicembre 2019 si sono “inventati” giornalisti di strada per darsi alla rischiosissima impresa della controinformazione. In Cina le epidemie sono classificate come segreto di Stato, perché la salute e la continuità del Partito-Regime vengono prima di ogni altra considerazione. E qui vale la pena di ricordare la vicenda di Li Wenliang, il medico di Wuhan  che già alla fine di dicembre denunciò la presenza del coronavirus in quella popolosissima città della provincia dell’Hubei, e che per questo venne “attenzionato” dal regime, che lo ammonì come segue: «Stai diffondendo parole non veritiere in rete. Il tuo comportamento ha gravemente disturbato l’ordine sociale. Hai violato il regolamento dell’amministrazione della pubblica sicurezza». Solo il 20 gennaio Pechino dichiarò l’emergenza sanitaria e mobilitò l’esercito con quel piglio “decisionista”, tipico dei regimi autoritari a partito unico, a cui molti politici e intellettuali occidentali guardano con ammirazione e invidia; cinque giorni dopo il Comitato Centrale del fantomatico Partito Comunista Cinese ammise l’esistenza di un’epidemia che a quel punto rischiava di diventare incontrollabile. Ammalatosi l’11 gennaio dopo aver curato una donna affetta da glaucoma poi risultata positiva al virus, il 7 febbraio il dottor Li Wenliang morì di polmonite. Il regime ne fece subito un eroe nazionale, dopo averlo trattato come un potenziale “criminale sociale”.

Per il radicale Bolognetti «In Cina si è realizzata una mostruosa fusione di comunismo e di capitalismo reale»: niente di più falso, e di più farsesco. In Cina non c’è mai stato un solo atomo, dico atomo, di comunismo o di socialismo, e questo già ai tempi di Mao, l’eroe della rivoluzione nazionale-borghese – fatta passare, secondo la più autentica tradizione stalinista, come “via nazionale al socialismo”. In Cina “sovrastruttura” e “struttura” si corrispondono alla perfezione semplicemente perché entrambe hanno la medesima natura storico-sociale: quella capitalistica, appunto. Questa mia posizione ultraminoritaria, che ho cercato di argomentare in molti scritti (*), ha dovuto sempre fare i conti sia con i detrattori della “Cina comunista”, sia con i simpatizzanti del “Socialismo con caratteristiche cinesi”: due facce della stessa escrementizia (capitalistica) medaglia.

Il portavoce del Ministro degli Esteri cinese Zhao Lijian ha accusato gli Stati Uniti di aver diffuso il virus a Wuhan. Non si tratta di un’assoluta novità propagandistica: anche ai tempi della Sars (2003/2004) i cinesi tentarono lo stesso giochetto manipolatorio, con scarsissimi risultati. Washington ha subito risposto che si tratta di una colossale “information warfare”, di una ridicola balla propagandistica intesa a far dimenticare ai cinesi e al mondo intero le responsabilità che il regime “comunista” ha avuto nella rapida espansione dell’epidemia, che poi si è trasformata in pandemia. Trump cavalca da par suo la “information warfare” anche per far dimenticare la sua iniziale sottovalutazione della magagna epidemica. Il tutto naturalmente si inquadra nella guerra sistemica (o totale) che oppone i due maggiori imperialismi del pianeta. Si potrebbe dire che siamo in piena guerra propagandistico-batteriologica, con tanto di vittime “reali” e “virtuali”.

Inutile dire che in Italia si fronteggiano, come su ogni singola questione più o meno importante, due tifoserie: la tifoseria che sposa la tesi cinese (trattasi di un virus americano) e quella che sposa la tesi americana (trattasi di un virus con caratteristiche cinesi). Il coronavirus attacca i polmoni, l’impotenza politico-sociale degli individui attacca la loro capacità critica. Che brutti tempi!

Scrive Francesco Sisci: «Nell’attuale smisurata percezione di sé – vedremo quanto colpita dagli effetti anche d’immagine del coronavirus – la Repubblica Popolare Cinese rifiuta di venire pragmaticamente a patti con i vicini, i quali hanno accettato la visione del mondo occidentale. Dimostrandosi incapace di cogliere i rapporti di forza effettivi. Incoraggiata dall’eco di certe valutazioni americane, ma anche asiatiche, sull’inevitabile ascendere di Pechino al primato mondiale, la Cina ha adottato una condotta tipica delle potenze all’apice del proprio sviluppo. Grave errore, malgrado l’enorme crescita economica degli ultimi decenni, in cui hybris endogena e narrazione occidentale del “miracolo cinese” hanno contribuito ad allargare lo iato fra realtà e smisurate ambizioni» (Limes). Ho l’impressione che non manchi molto tempo per verificare se lo iato di cui parla Sisci esista effettivamente, come ritiene anche chi scrive, e quanto largo esso sia, e come sempre saranno le classi subalterne, non importa quale passaporto esse possano esibire, a pagarne il prezzo più caro, in tutti i sensi.

(*) Ne cito solo due:

TUTTO SOTTO IL CIELO (DEL CAPITALISMO)

ŽIŽEK, BADIOU E LA RIVOLUZIONE CULTURALE CINESE

3 pensieri su “MODELLO CINESE. OVVERO L’IMPERIALISMO COMPASSIONEVOLE…

  1. Caro Sebastiano
    E dire che il virologo di Treviri ci aveva messo in guardia!
    Proviamo se stando in casa e con un po’ di amuchina debelliamo l’invisibile ma altrettanto schiacciante virus?
    Cambiano le cose, cambiano e continuano a vivere sotto lo stesso cielo. Il dominio è capace di magie ineffabili.
    Buona osservanza delle prescrizioni, mi raccomando, questo è il momento della responsabilità!!
    Carissimo, ti saluto con le parole di Daltrey & Co. che in questo momento alleviano la prigionia
    “I know you’ve deceived me, now here’s a surprise / I know that you have, cause there’s magic in my eyes / I can see for miles and miles and miles and miles and miles…”

    • Ciao Bob! Ti ringrazio. No, voglio essere per una volta un ribelle, e contro l’ordine costituito, e contro le mie inclinazioni sessuali, voglio abbracciarti e baciarti (castamente, non esageriamo!) senza alcun ritegno, senza alcuna osservanza delle più elementari norme igieniche. Ecco la mia surprise! Ciao!

      • Ha ha ha… Mitico!! Pienamente d’accordo!!! Hugs & Kisses (castamente, sia chiaro)

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