FETICISMO VIRALE E RICERCA DEGLI UNTORI

Dilaga l’epidemia di ciò che a mio avviso possiamo definire senza alcuna forzatura concettuale feticismo del virus. Com’è noto, il barbuto virologo di Treviri parlò una volta del feticismo delle merci, fenomeno sociale di grande rilievo che si estende a tutte le fenomenologie del Capitale: al denaro, alle tecnologie, alla scienza e così via. Siccome il rapporto tra gli individui è sempre mediato dai prodotti del lavoro (“materiale” e “immateriale”) umano, la realtà di quella mediazione sociale ci si presenta alla coscienza «non come rapporti immediatamente sociali fra persone ma, anzi, come rapporti di cose fra persone e rapporti sociali fra cose» (K. Marx). Ecco quindi che le magagne che questa società genera sempre di nuovo, spesso con una creatività degna dei migliori romanzieri del genere horror (la cui fantasia evidentemente non gira nel vuoto), ci appaiono il più delle volte non come il necessario risultato dei rapporti sociali oggi dominanti su scala planetaria, bensì come il frutto di questa o quella particolare fenomenologia capitalistica: del denaro, che sovverte la morale e ci incita a ogni perversione, oppure della tecnoscienza, che rende superfluo il lavoro umano e ci rende individui ad alta obsolescenza professionale (e non solo professionale), o di un esasperato consumismo astrattamente considerato, e così via. È sufficiente leggere o ascoltare qualche predica papale o progressista, per farsi un’esatta idea di ciò che intendo dire.

Adesso è appunto il turno del Coronavirus: esso è il nemico che ha dichiarato guerra all’intera umanità ; è la bestia che ci vuole divorare; è la Cosa totalitaria che ci vuol rubare la libertà e la democrazia; è il monito che ci lancia la natura, per dimostrarci che, in fin dei conti, non siamo che animali civilizzati, nient’altro che questo. A me pare che la verità ci dica tutt’altro, e cioè, in estrema sintesi, che è questa società, non la natura (o il caso, o la sfiga) che ci dichiara guerra tutti i giorni, sempre di nuovo, minacciando continuamente quel poco di felicità o di serenità che riusciamo a strappare al Moloch. È questa società, considerata nella sua dimensione mondiale, che ha reso possibile la genesi e l’espansione della malattia associata al Coronavirus. Ma di questo ho parlato anche nell’ultimo post. Qui mi preme solo dire, sempre per quel poco che vale, che mi fa ribrezzo il tentativo messo in atto dal mostro sociale di cui sopra volto a insinuare nelle nostre coscienze il senso di colpa: «È colpa degli irresponsabili, dei furbetti della quarantena, se ancora non riusciamo a venire a capo di questa maledetta situazione!» Non solo questa disumana società ci espone alla malattia e alla morte, e ci avvelena le giornate, ma attraverso i suoi rappresentanti (politici, scienziati, intellettuali, attori, cantanti, ecc.) cerca di fare di noi dei potenziali untori, o capri espiatori che dir si voglia.

«Serve lo sforzo di tutti. È in gioco la tenuta sociale ed economica del nostro Paese»: signor Presidente del Consiglio, non conti sul mio “senso di responsabilità”!

Un pensiero su “FETICISMO VIRALE E RICERCA DEGLI UNTORI

  1. QUANDO LA PESSIMA REALTÀ IMBARAZZA PERFINO STEPHEN KING!

    Ecco quindi le magagne che questa società
    genera sempre di nuovo, spesso con una
    creatività degna dei migliori romanzieri del
    genere horror – la cui fantasia evidentemente
    non gira nel vuoto.

    «L’autore ha poi accennato al fatto che tantissimi suoi fan e lettori gli hanno fatto notare la somiglianza tra la situazione internazionale attuale e quanto raccontato in L’ombra dello scorpione. King ha commentato: “Le persone continuano a dirmi ‘Cavolo, è come se stessimo vivendo in una storia di Stephen King’. E la mia unica risposta a tutto questo è ‘Mi dispiace’”» (Movieplayer).

    Io, monotematico come sono, al suo posto avrei detto: «Mi dispiace, è il Capitalismo, e io non posso farci niente, se non scrivere un altro “romanzo di paura”». Se ho capito bene, per comprendere il presente e immaginare il futuro bisogna compulsare Stephen King, non Karl Marx. Che tempi! «Ma sono tempi assai interessanti!» Infatti!

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