PRENDERE LA SPESA O PRENDERE IL POTERE? Una breve – e semiseria – riflessione sulla “spesa proletaria”

Per la psicologia sociale la domanda si pone in questi termini: non si chiede perché l’affamato ruba o perché lo sfruttato sciopera, ma il motivo per cui la maggior parte degli affamati non ruba e perché la maggior parte degli sfruttati non sciopera (W. Reich, Psicologia di massa del fascismo).

Prendere la spesa o prendere il potere? Per iniziare, i nullatenenti che non hanno più uno straccio di reddito su cui contare per tirare avanti incominciano a prendersi la spesa, poi si vedrà. Come si dice, l’appetito vien mangiando. Un’altra genialata “dottrinaria”: meglio la spese oggi che il potere domani! Scherzo, cerco di sdrammatizzare il clima, anche se immersi come siamo in questa plumbea e pesante situazione, niente invita alla risata.

Sono ancora poche le famiglie proletarie, soprattutto del Mezzogiorno, che fiaccate oltremodo dalla crisi sociale in atto a livello planetario sono tentate di bypassare il problema dell’esaurita “liquidità” ponendosi apertamente sul terreno dell’appropriazione indebita (legge alla mano!) di generi alimentari e di quanto serve per l’igiene personale e per la pulizia della casa. Sono stati costretti a farlo da uno stato di necessità di cui queste famiglie certamente non portano alcuna responsabilità, essendone invece le prime vittime.

L’altro ieri a Palermo un gruppo di persone ha cercato di assaltare un supermercato; oggi i più grandi supermercati della città siciliana sono presidiati dalle forze dell’ordine. «Gli investigatori guardano dentro al gruppo “Rivoluzione nazionale” per comprendere chi ha promosso l’idea di assaltare il supermercato Lidl e ha anche lanciato la proposta di organizzare altri raid per rubare la spesa. […] Al gruppo Facebook “Rivoluzione nazionale” dove c’era chi invitava pure alla violenza contro gli “sbirri” sono iscritti in oltre 2.500 e ci sarebbero anche i nomi di diversi pregiudicati della città» (La Repubblica). Il carattere “nazionale” della minacciata “Rivoluzione” certamente non allarga il cuore, ma qui ciò che interessa è la sintomatologia sociale. Anche a Catania sono comparsi sul Web analoghi gruppi di quartiere orientati a organizzare una spesa collettiva gratuita, diciamo così. Si sono anche registrati casi (a Napoli e altrove) di “scippi di spesa”, secondo uno scenario di tutti contro tutti davvero inquietante.

E certamente il dilagante disagio sociale inquieta il governo, peraltro sensibilizzato dai pennivendoli di regime che sollecitano lo Stato a “tenere alta la guardia”, ventilando la possibilità che mafiosi e non meglio precisati “sobillatori” possano avvantaggiarsi del malessere che sta toccando una parte tutt’altro che piccola della popolazione italiana. Affettando la solita italica ipocrisia, oggi in tanti “scoprono” l’esistenza di un vastissimo “mercato del lavoro nero”, che non comparendo nei radar dello Stato lascia i lavoratori “in nero” completamente privi di qualsivoglia tutela sociale. Lo stesso reddito di cittadinanza (leggi sudditanza) ha poco impatto se non si somma con un salario percepito “in nero”. Che grande scoperta!

«Il Sud è una polveriera. Non ci sono soltanto i lavoratori forzati alla cassa integrazione dalla chiusura delle fabbriche che ancora non hanno ricevuto i soldi. Il fuoco che cova sotto la cenere della segregazione domiciliare è un altro. E potenzialmente esplosivo. Sono i lavoratori di quella che l’’Istat definisce con un eufemismo “l’economia non osservata”. I lavoratori irregolari, quelli totalmente in nero, quelli che vivono di illegalità. L’ultimo rapporto dell’Istituto di statistica spiega che ci sono 3,7 milioni di persone impiegate nel sommerso e nel mondo di sotto» (Il Messaggero). Ma nel capitalismo è l’intero mondo che è messo sottosopra!

A proposito di reddito di sudditanza e di mercato del lavoro! Dopo settimane di imbarazzato letargo, il noto scienziato sociale Beppe Grillo si è infine svegliato per regalarci la perla che segue: «È arrivato il momento di mettere l’uomo al centro e non più il mercato del lavoro. Una società evoluta è quella che permette agli individui di svilupparsi in modo libero, creativo, generando al tempo stesso il proprio sviluppo» (dal suo famigerato Blog). Quasi quasi ci credo. Quasi quasi abbocco. Quasi… La stessa esistenza di simili personaggi ci dice quanto l’umanità sia abissalmente lontana da una «società evoluta».

Scriveva ieri Maurizio Molinari sulla Stampa: «Sanità, economia e ordine pubblico: la pandemia Covid-19 ha innescato tre diverse crisi che, sovrapponendosi, mettono a serio rischio la tenuta del Paese imponendo al governo Conte di dimostrare in fretta la leadership necessaria per trovare soluzioni rapide ed efficienti. […] Corriamo  il rischio strategico di pesanti danni al sistema economico e gli allarmi sullo scontento sociale nel Sud ne esce il ritratto di un Paese pericolosamente in bilico, che ha bisogno di azioni coraggiose e rapide da parte dei propri leader di governo. Perché il tempo non gioca in nostro favore». La paura fa 90, si dice dalle nostre parti. Ma a favore di chi gioca il tempo? Vallo a sapere! Personalmente posso dire che, come umanità in generale e come nullatenenti (oggi più che mai!) in particolare, siamo immersi nella cacca più di ieri e molto probabilmente meno di domani.

«”Potenziale pericolo di rivolte e ribellioni, spontanee o organizzate, soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia dove l’economia sommersa e la capillare presenza della criminalità organizzata sono due dei principali fattori di rischio”. L’intelligence con un report riservato indirizzato alla Presidenza del Consiglio ha messo in guardia il Governo sulla possibilità che la crisi economica e le serrate di diverse attività commerciali a causa dell’ epidemia del Coronavirus possano scatenare disordini sociali» (Il Mattino). «La capillare presenza della criminalità organizzata»: l’alibi repressivo è già confezionato!

Negli anni Settanta del secolo scorso andava di moda il cosiddetto “esproprio proletario”, ma si trattò più che altro, e salvo le solite rare eccezioni, di un’indicazione sloganistica fortemente caratterizzata sul piano politico-ideologico, e non di un’effettiva pratica sociale diffusa. Personalmente ho visto praticare “espropri proletari” e “autoriduzioni” più da studenti politicizzati di estrazione medio-alto borghese, che da disoccupati e da proletari in genere. La “politica attraverso l’esempio” in ogni caso non attecchì presso gli strati sociali proletari cui era indirizzata, mentre non pochi giovani studenti “espropriatori” dovettero vedersela con la Giustizia – anche perché i partiti di allora, segnatamente il PCI e la DC, legiferarono nel senso di una criminalizzazione estesa all’intero movimento di opposizione sociale, assimilato anche dalla maggior parte dei pennivendoli italioti a serbatoio di “fiancheggiatori del terrorismo”.

Anche dopo la crisi economica del 2008 si segnalarono in Italia alcuni casi isolati di “spesa proletaria” (o “esproprio solidale”), ma anche allora si trattò soprattutto di un fenomeno più politico-ideologico che sociale, e cioè dell’iniziativa dei giovani “disobbedienti” dei centri sociali. Il riscontro sociale di quell’iniziativa non fu molto incoraggiante, diciamo così, per i “disobbedienti”, anche se questo non depone a loro completo demerito. Oggi stiamo parlando di tutt’altra cosa, come dimostra anche l’attivismo “solidaristico” delle autorità governative nazionali e locali, che stanno reagendo all’assai scottante “problematica” agendo sulle due classiche leve: sussidi (o carità sociale che dir si voglia) e incremento della militarizzazione del territorio. Per oggi è tutto dal mio personale fronte della quarantena. Gli obblighi della sopravvivenza mi chiamano: devo andare a fare la spesa. Ho detto spesa, Maresciallo Gargiulo, non esproprio!

Aggiunta pomeridiana

Sul Fascio Quotidiano di oggi il noto manettaro Marco Travaglio, uno dei più prestigiosi (insieme a Giuliano Ferrara) lecchini dell’attuale governo, si chiede: «Possibile che, dopo un mese scarso di quarantena, siamo già tutti alla fame?» Tutti magari no, signor manettaro, ma molti sì; molti pensano a come sopravvivere, insieme ai loro cari, il prossimo mese, e forse anche il mese successivo. «Cari dirigenti dell’Unione sindacale di base, ma che vi dice il cervello quando postate su Fb “Reddito o rivolta”? Ma lo sapete che vuol dire “rivolta”? E contro chi? […] I gruppi Facebook che minacciano rivolte, jacquerie, grand guignol, assalti ai forni e ai supermercati fissano tutti il D-Day al 3 aprile. Evitiamo per il nostro bene, e per motivi di ordine pubblico, di alimentare quest’attesa messianica del 3 aprile. Si dice che chi gioca col fuoco fa la fine del pollo arrosto». Capito il messaggio, cari “irresponsabili”? «In questo momento di tutto abbiamo bisogno, fuorché di irresponsabili [è quello che dicevo!] che soffino sulla cenere che cova nelle case di molti italiani ai domiciliari [finalmente tutti in galera, come da sempre auspica il “filosofo” di riferimento dei manettari, il giudice Piercamillo Davigo], senza lavoro né stipendio, terrorizzati dal contagio e dal futuro, in cerca di un colpevole visibile su cui scaricare la rabbia, essendo il virus invisibile e inadatto alla bisogna». E individuare nel rapporto sociale capitalistico il «colpevole invisibile su cui scaricare la rabbia» può essere adatto alla bisogna? «In galera, in galera!» Non avevo dubbi! Forse è meglio procrastinare sine die la messianica data: la scienza ci dice che in giro per il mondo ci sono altri 1300 virus nuovi di zecca che ci attendono al varco. Senza contare la resilienza batterica. Che tempi!

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