RIFLESSIONI DALLA QUARANTENA

«Ultimamente ho parlato con decine di esperti sul Covid-19 e appare chiaro che la malattia uccide di preferenza gli anziani, rispetto ai giovani; in maggioranza gli uomini, rispetto alle donne; ma si accanisce soprattutto contro i poveri» (Il Corriere della Sera). È questa l’eccezionale scoperta fatta qualche giorno fa dal noto “filantropo” americano Bill Gates. Non vorrei apparire ridicolo e irrispettoso dinanzi a cotanta celebrità, ma anch’io già da qualche settimana sono arrivato alle medesime conclusioni, e senza parlare «con decine di esperti sul Covid-19». La pandemia «si accanisce soprattutto contro i poveri»: ma va? Io non avrei mai potuto immaginare una simile cosa, e quindi sono grato alla scienza ai filantropi che la finanziano per queste perle di strabiliante saggezza che essi mi donano.

Ma il nostro caro – si fa per dire – filantropo ci regala anche una riflessione davvero “scottante”: «Su alcuni punti cominciano a convergere i consensi: per esempio, che gli operatori sanitari in prima linea dovrebbero essere i primi a sottoporsi a test diagnostici e ricevere tutti i dispositivi di protezione personale. Su scala mondiale, però, come si compie la scelta? Come vengono distribuiti mascherine e test diagnostici in una comunità o in una nazione rispetto alle altre? La risposta si traduce in un’altra domanda, assai sconcertante: Chi è disposto a offrire di più? Personalmente, seppur convinto sostenitore del capitalismo, sono il primo a riconoscere che in una pandemia i mercati non funzionano nel migliore dei modi, e l’esempio più drammatico è proprio il mercato delle forniture salvavita. Il settore privato svolge un ruolo importante, ma se la nostra strategia di lotta al Covid-19 si trasforma in un’asta al miglior offerente tra i vari Paesi, il virus causerà molte più vittime». Che straordinaria scoperta!

«In una pandemia i mercati non funzionano nel migliore dei modi»: sbagliato! In una pandemia «i mercati» (cioè il capitalismo) funzionano esattamente come devono funzionare, ossia secondo le leggi concorrenziali centrati sulla ricerca del massimo profitto, con tutte le contraddizioni che ciò comporta sul piano sociale, e che i decisori politici cercano in qualche modo di fronteggiare. Me essendo un filantropo «convinto sostenitore del capitalismo», Bill Gates auspica il sorgere di “mercati” dal volto umano, di “mercati” responsabili, ossia aperti alle richieste dei politici, degli esperti e delle organizzazioni umanitarie.

«Nella drammatica vicenda del Covid-19, gli spiragli di ottimismo sono stati rari, ma il principale riguarda indubbiamente la scienza. Tre anni fa la nostra fondazione Wellcome Trust, con l’appoggio di alcuni governi, ha lanciato la Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (Cepi), un consorzio per finanziare progetti di ricerca per lo sviluppo di vaccini contro le malattie infettive emergenti. L’obiettivo era quello di velocizzare il processo di sperimentazione dei vaccini e finanziare le metodologie più rapide e innovative per il loro sviluppo». È facile dimostrare quanto preziosa sia per l’economia capitalistica presa nel suo insieme questa filantropica ricerca scientifica, la quale sviluppa nuove tecnologie, nuovi materiali, nuove metodologie produttive ecc.; senza poi contare che trovare vaccini significa 1. salvaguardare il “capitale umano” senza il cui lavoro questa società crollerebbe miseramente, e 2. mettere al riparo l’ordine sociale da pericolose crisi sociali. Questa società crea magagne di ogni tipo e poi ricava profitto anche dalla loro cura: è un circolo virtuoso per il Capitale e un circolo mostruoso (disumano) per l’umanità. Per l’umanità in generale, e per i senza riserve in particolare, perché come ha scoperto di recente Bill Gates, le magagne si accaniscono «soprattutto contro i poveri». In questo peculiare senso la scienza non è affatto la soluzione, ma è piuttosto parte organica del problema. Secondo l’epistemologo Gilberto Corbellini, «La visione antropocentrica fa perdere di vista l’effettiva natura del rapporto “ecologico” fra il mondo vivente macroscopico e quello microscopico» (Il Sole 24 Ore). A mio avviso, invece, è la visione che non mette al centro della riflessione sulla relazione Uomo-Natura la condizione umana, non in astratto ma come essa si dà nell’attuale società classista, che non permette di cogliere la reale natura e dinamica «del rapporto “ecologico” fra il mondo vivente macroscopico e quello microscopico». Anche perché il rapporto di cui si parla è in primo luogo sociale – dimensione “ecologica” compresa. Anche solo parlare di «visione antropocentrica», per criticarla, è del tutto insensato, il frutto di una preoccupazione interamente ideologica, e questo semplicemente perché oggi al centro del mondo, considerato sempre come un’unità di società e natura, non c’è l’uomo, tanto meno «l’uomo in quanto uomo», ma interessi sociali che in larga parte afferiscono al processo che crea e distribuisce la ricchezza sociale nell’attuale forma capitalistica. È solo attraverso questa disumana mediazione sociale che l’uomo compare sulla scena sociale e nella nostra riflessione.

Una società che mettesse davvero al centro l’uomo (il singolo individuo, e non la sua astratta totalità), il suo benessere, la sua felicità, i suoi molteplici bisogni concepiti e soddisfatti umanamente; una comunità di tal fatta avrebbe umanizzato anche il suo rapporto con la natura, oggi considerata soprattutto una risorsa da mettere a profitto, esattamente come nel caso del “capitale umano”.

«Questa pandemia agisce come la Livella di Totò: si trascina nella fossa ricchi e poveri»: quante volte abbiamo letto e ascoltato questa colossale panzana all’inizio della crisi – cosiddetta – sanitaria! No, la sventura non è uguale per tutti; essa invece lascia sul corpo sociale una profonda impronta classista. Qualche giorno fa Anthony Fauci, immunologo di fama mondiale e direttore (dal 1984) dell’Istituto nazionale di allergie e malattie infettive degli Stati Uniti, è stato costretto a dichiarare che a pagare il prezzo più caro, anche in termini di salute e di vite stroncate, della pandemia sono soprattutto gli afroamericani e i latinoamericani, nonché i più poveri d’ogni “razza e colore” – in molte città americane non si sa più dove seppellire i corpi dei morti non cercati da nessuno. Chi mangia male (gli obesi sono quasi tutti proletari: guarda il caso!), chi respira male (i fumatori incalliti già avvelenati dallo smog metropolitano), chi non ha la possibilità di accedere a cure mediche continue e appropriate, chi non può permettersi una quarantena “dignitosa” (a partire dagli homeless): ecco i soggetti prediletti e decimati dal virus negli Stati Uniti. Solo negli Stati Uniti?

«L’impatto del coronavirus sull’economia globale rischia di far precipitare, a breve termine, mezzo miliardo di persone sotto la soglia della povertà estrema. È l’allarme lanciato oggi da OXFAM attraverso il nuovo rapporto Dignità, non miseria, che denuncia come la contrazione dei consumi e redditi causata dallo shock pandemico rischi di ridurre in povertà tra il 6 e l’8% della popolazione mondiale» (La Repubblica). Intanto, in tutto il mondo dilaga poi la pandemia della disoccupazione. Secondo l’Organizzazione Mondiale del Lavoro la pandemia provocherà 25 milioni di disoccupati in tutto il mondo. «Oltre sei milioni di nuovi disoccupati in sette giorni e più di sedici milioni in tre settimane [negli Stati Uniti], ben più degli impieghi persi in due anni di grande recessione all’indomani della debacle finanziaria e economica del 2008. E un tasso di senza lavoro che potrebbe già avvicinarsi al 15%, percentuale che non si ricorda a memoria di analista. […] Jeff Schulze, investment strategist del fondo ClearBridge Investments, prevede una profonda recessione, pur se la speranza è che sia di breve durata, e si aspetta “ulteriori licenziamenti”. Le imprese, afferma, “taglieranno costi per far fronte a debiti”. E per dare le dimensioni di quanto sta avvenendo, di un evento che minaccia di lasciare in eredità drastiche trasformazioni nel tessuto economico e finanziario, ha scomodato Lenin: “Ci sono decenni in cui non succede nulla, e ci sono settimane in cui accadono decenni”» (M. Valsania, Il Sole 24 Ore). C’è da dire che all’orizzonte non si vede alcun Lenin che possa dare un significato rivoluzionario all’improvvisa accelerazione degli eventi. E anche questa constatazione coglie un aspetto particolarmente “problematico” (tragico?) della situazione.

«La crisi sanitaria rischia di trasformarsi in una vera e propria crisi sociale»: sbagliatissimo! Quella che stiamo vivendo è fin dall’inizio «una vera e propria» crisi sociale, perché sociali sono le sue cause immediate e indirette. Eccone un breve elenco: la distruzione degli ecosistemi, le scarse condizioni igieniche dei luoghi d’origine della pandemia, l’atteggiamento della politica dinanzi al pericolo incombente (non solo in Cina, dove per un certo – e decisivo – numero di giorni si negò l’esistenza di quel pericolo e si punirono severamente i medici e i “giornalisti di strada” che tentarono di dare l’allarme, ma anche altrove, Italia compresa, quando solo a pandemia conclamata i governi hanno cercato di tamponare la situazione); il taglio alla spesa sanitaria, la mancanza dei più elementari presidi medico-sanitari (mascherine, guanti, ecc.), la cui produzione è stata trasferita nei Paesi che possono produrli a minor costo.

E vogliamo parlare delle case di cura e dei ricoveri per anziani trasformati in Lombardia in incubatrici del contagio? La ricerca dei responsabili da punire in sede giudiziaria rientra nella ricerca del capro espiatorio da dare in pasto a un’opinione pubblica sempre più arrabbiata, frustrata e incattivita. Tutto già visto. Davanti all’ecatombe di medici e infermieri, mandati dalle autorità a mani nude (e non è solo una metafora!) contro il virus, come appare squallida e odiosa tutta quella retorica sui “nostri angeli ed eroi” e sul “modello italiano” di lotta al contagio che tutto il mondo ci invidia! Ancora una volta esprimo la mia solidarietà umana e politica, e non, nel modo più assoluto, patriottica, a tutti i lavoratori della sanità, della logistica, della vendita, delle pulizie, delle industrie ecc. che sono costretti a rischiare la salute per non perdere il lavoro. «Abbiamo l’opportunità di dimostrare al mondo intero che siamo un grande Paese»: si scrive Paese, si legge società capitalistica – certo, con “caratteristiche italiane”. L’orgoglio nazionale è sempre un veleno, e lo è soprattutto in tempi di crisi sociale, quando “l’amor patrio” impedisce a chi ne rimane vittima di vedere in faccia il vero nemico che lo minaccia. E non sto parlando del Coronavirus…

«L’uomo è in pericolo?», si chiedeva qualche giorno fa Alessandro Bergonzoni sulla Repubblica, e rispondeva: «No, l’uomo è il pericolo». È chiaro, almeno a chi scrive, che fin quando ragioniamo in termini così astratti, non verremo mai a capo del problema che ci travaglia e ci corrode. Di che “uomo” stiamo parlando? e di quale pericolo? pericolo per chi? Quello con cui abbiamo a che fare è il solo uomo possibile? Quali sono le condizioni sociali che possono permettere la comparsa di un’umanità che non costituisca più un pericolo né per se stessa, né per la natura? Se il pensiero che vuole essere critico si rifiuta di collocare la riflessione circa la presenza dell’uomo su questa Terra in una precisa (puntuale, concreta) dimensione storico-sociale, esso deve necessariamente naufragare, o in un “pessimismo cosmico” che trova conforto in un cieco nichilismo che affetta pose di superiorità etico-intellettuale, oppure in un ottimismo altrettanto impotente e inconcludente, magari travestito da “impegno sociale”.  Parlare in astratto di “uomo” nella società divisa in classi sociali, mi sembra quantomeno riduttivo, diciamo così. Ma si può sempre credere, del tutto legittimamente, in una “eterna natura umana”, ossia in una dimensione antropologica refrattaria a qualsiasi mutamento storico e sociale. Non condivido questo pensiero, ma naturalmente lo rispetto, anche perché esso trova nutrimento nella millenaria storia classista dell’umanità. Non è semplice scavare nella dura roccia della “datità” – del dato di fatto accettato acriticamente.

«Non vedo la luce in fondo al tunnel: ma devo diventare quella luce, dentro al tunnel. Non è importante solo uscirne ma come. È la fine del modo non del mondo»: così Bergonzoni chiude l’articolo appena citato. Niente da aggiungere e tutto da interpretare, mi sembra di poter dire; suggestioni magari da riempire con i concetti che più ci aggradano, che ci sembrano più significativi e appropriati in questa contingenza storica.

3 pensieri su “RIFLESSIONI DALLA QUARANTENA

  1. Caro Sebastiano,
    mi permetto questa confidenza vista l’età che ci accomuna. Da un po’ di tempo ormai seguo il tuo blog, la tua graffiante e pungente critica coglie pienamente gli aspetti dialettici delle questioni che tratti. Non si può che condividere le lucide riflessioni che provano a dinapanare la confusione e la nebbia che avvolge le menti della classe subalterna.
    Scrivi:
    ” C’è da dire che all’orizzonte non si vede alcun Lenin che possa dare un significato rivoluzionario all’improvvisa accelerazione degli eventi. E anche questa constatazione coglie un aspetto particolarmente “problematico” (tragico?) della situazione? ”
    continui:
    “Se il pensiero che vuole essere critico si rifiuta di collocare la riflessione circa la presenza dell’uomo su questa Terra in una precisa (puntuale, concreta) dimensione storico-sociale, esso deve necessariamente naufragare, o in un “pessimismo cosmico” che trova conforto in un cieco nichilismo che affetta pose di superiorità etico-intellettuale, oppure in un ottimismo altrettanto impotente e inconcludente, magari travestito da “impegno sociale”. ”

    Concordo pienamente con queste considerazioni, mi chiedo se al pensiero critico non resta dunque che la consolazione della “verità” e di uno scaramantico “io, speriamo che me la cavo!”. Cosa pensi a proposito? Grazie! Con simpatia. Giuseppe

    • Per adesso penso che la tua riflessione mi garba molto, e soprattutto ti ringrazio per l’apprezzamento, non so quanto meritato. Ci sarà modo per risponderti in modo più ampio, spero. In ogni caso, io considero tutt’altro che consolatorio e scaramantico contribuire alla nascita e alla diffusione di un pensiero autenticamente critico-radicale, nell’accezione marxiana del concetto, e nel mio infinitamente piccolo e modesto ci provo. Più in generale, al fatidico “Che fare?” al momento non so dare una risposta che mi soddisfi (penso di avere in testa risposte vecchie, inadeguate), né riesco a trovarla in giro. Ma oggi qui mi fermo! Ti ringrazio nuovamente e ti saluto.

      • Il ” consolatorio” era riferito in generale per chiunque si pone in maniera critica in un contesto così disarmante di “compatta volonta di gregge”. Non sottostimo al contrario apprezzo e trovo di un’attualità sconcertante il pensiero marxiano. Era più riferito al leniniano “che fare”. Sono d’accordo tema complesso ne riparliamo, chissà che… Buona serata

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