DA HONG KONG A MINNEAPOLIS: MI RIGUARDA! MI “INGERISCO”!

Com’è noto ieri l’Assemblea Nazionale del popolo della Cina, «massima autorità legislativa della Repubblica popolare», ha approvato quasi all’unanimità (2.877 voti favorevoli, un solo voto contrario e sei astenuti: la chiamano «democrazia con caratteristiche cinesi») la legge sulla sicurezza nazionale che estende a Hong Kong la prassi di controllo e repressione sociale in vigore sul continente cinese. Ne è nato il putiferio locale e internazionale che sappiamo (1). Qui intendo tirare un solo filo della questione, che cercherò di affrontare più estesamente quanto prima.

«”Non tollereremo nessuna ingerenza nei nostri affari interni”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri, Zhao Lijian; “Qualsiasi tentativo di ostacolare la nuova legge sulla sicurezza nazionale della Cina a Hong Kong è destinato a fallire». «Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha affermato pubblicamente che la questione di Hong Kong rappresenta un affare puramente interno della Cina». «Noi in questo momento non vogliamo interferire nelle questioni altrui e per quanto ci riguarda abbiamo un approccio di non ingerenza nelle questioni di altri paesi»: così scriveva il Ministro degli Esteri italiano lo scorso novembre proprio in riferimento alla repressione cinese del movimento hongkonghese.

Con tutto il disprezzo di cui sono capace, intendo gridare in faccia ai funzionari politici del dominio sociale capitalistico, ovunque essi si trovino a svolgere il loro escrementizio ufficio, che tutto ciò che accade tra cielo e terra mi riguarda, e riguarda tutte le persone che non vogliono chinare il capo dinanzi allo sfruttamento, all’oppressione, alla repressione, alla violenza d’ogni tipo, al saccheggio ambientale (a cominciare dall’ambiente biologico a noi più prossimo: il nostro corpo) e a quant’altro questa Società-Mondo ci regala, bontà sua, ogni giorno. Il “diritto di ingerenza” che qui rivendico naturalmente non ha nulla a che fare né con il diritto internazionale, che è la continuazione del diritto capitalistico su scala planetaria, né con la cosiddetta difesa dei “diritti umani”, tirata in ballo soprattutto dai Paesi occidentali come strumento politico-ideologico posto al servizio dei loro imperialistici interessi.

«Fermo restando l’obbligo di rispettare i diritti umani e la condanna di qualsiasi forma violenta di protesta, ogni Paese sovrano ha il diritto e il dovere di garantire l’ordine pubblico sul suo territorio»: è ciò che ha dichiarato ieri Vito Petrocelli, presidente pentastellato della commissione Esteri del Senato. Ed è esattamente contro questo «diritto e dovere» che l’anticapitalista rivendica la solidarietà e l’azione di classe intese ad attaccare politicamente la sovranità di tutti i Paesi, quella italiana in primis. Dove per sovranità qui bisogna intendere l’esercizio del potere volto a difendere e consolidare lo status quo sociale, a cominciare dai rapporti sociali capitalistici responsabili della nostra pessima condizione umana.

Qualche giorno fa Berlusconi ha scritto un “impegnato” articolo centrato sulla necessità, per l’Occidente, di contenere e rintuzzare «l’imperialismo comunista cinese»; ieri il quotidiano spagnolo El País ospitava un lungo articolo dedicato al pericoloso «capitalismo comunista cinese»: più che parlare di ossimoro, bisognerebbe scomodare il concetto di… minchiata! Il problema, almeno per come la vedo io, è che la stragrande maggioranza delle persone crede davvero che la popolazione cinese sia governata da una mostruosità politico-sociale mai vista prima: un “regime comunista” basato su un iper capitalismo. Tra l’altro questa “mostruosità”, la cui natura sociale beninteso non supera di un millimetro la dimensione capitalistica (2), sta offrendo a tutto il mondo standard e modelli di controllo e di repressione sociale davvero eccellenti, sicuramente all’avanguardia. Ed è anche per questo che seguo con interesse le vicende di Hong Kong – ma anche quelle che riguardano il Tibet e lo Xinjiang.

(1) «Il provvedimento consentirà al governo cinese di reprimere più facilmente il dissenso, che ha registrato un’escalation a partire dalla scorsa estate a causa di un progetto di legge sull’estradizione (poi ritirato). L’epidemia di coronavirus ha poi arginato temporaneamente le tensioni nella regione. […] Nello specifico, la normativa dovrebbe riguardare gli atti di “tradimento, secessione, sedizione e sovversione” e dovrebbe impedire tra le altre cose l’interferenza di organizzazioni politiche straniere. La fazione pro-Pechino aveva tentato di introdurre questa legge già nel 2003, salvo poi rinunciare a causa delle proteste di massa. Dal 1997 in poi, molti hanno pensato che Hong Kong potesse diventare il laboratorio democratico della Cina. Eppure, la Repubblica Popolare non ha adottato la formula “un paese, due sistemi” per garantire agli hongkonghesi una democrazia “genuina”, dotata di suffragio universale. Si è trattato piuttosto di una mossa tattica. Obiettivo: convincere il Regno Unito a restituire i territori conquistati durante le guerre dell’oppio e assicurare a Hong Kong il fondamentale ruolo di punto di contatto (non solo finanziario) tra la Cina e il resto del mondo» (G. Cuscito, Limes).

Il regime cinese sta cercando di approfittare della situazione locale e internazionale creata dalla pandemia ancora in corso per regolare definitivamente i conti con la fazione ribelle di Hong Kong e lanciare messaggi (più o meno minacciosi) in tutte le direzioni. Inutile dire che Taiwan e gli Stati Uniti hanno colto subito il significato delle mosse fatte da Pechino: «Gli Usa appoggeranno la causa dell’ex colonia britannica per danneggiare il soft power cinese, forse con nuove sanzioni anti-Pechino. Potrebbero inoltre cogliere l’occasione per stringere ulteriormente i rapporti con Taiwan, anche sotto il profilo militare. La presidente Tsai Ing-wen promette “l’assistenza necessaria” agli hongkonghesi desiderosi di lasciare la regione. L’obiettivo di Taipei è mettere in cattiva luce Pechino e accrescere il proprio raggio d’azione internazionale ora che la Repubblica Popolare dibatte sui pochi pro e i molti contro della riunificazione manu militari nella fase attuale» (Limes).

Per Pechino si tratta di riprendere il filo (di seta…) della sua ambiziosissima strategia espansiva giocata a tutto campo, in ogni sfera della competizione interimperialistica (dall’economia alla tecnologia, dalla scienza alla geopolitica, dalla cultura alle armi, ecc.), “sfere” che peraltro oggi sono sempre più intrecciate le une alle altre, generando il concetto e la prassi di competizione sistemica, ossia totale. Non dimentichiamo che il “sogno cinese” di cui parla continuamente Xi Jinping prevede una sola Cina e il primato capitalistico mondiale del Paese entro il 2050. Per il Partito-Regime si tratta anche di riaffermare e consolidare la sua autorità politica e “morale” sull’opinione pubblica interna, scossa dalla grave crisi sanitaria dei mesi scorsi.

(2) Ultimamente ho affrontato la questione in uno scritto (Sulla campagna cinese) a cui rinvio.

Ieri ho postato su Facebook quanto segue

IN DEBITO D’OSSIGENO

Breathe, breathe in the air. Don’t be afraid to care.

1. I can’t breathe!

«”Non posso respirare, mi state uccidendo”. George Floyd ha ripetutamente implorato il poliziotto di lasciarlo respirare ma ben presto è svenuto ed è morto dopo essere stato trasportato in ospedale. Un video integrale dell’arresto dimostra come l’afroamericano non abbia opposto nessuna resistenza agli agenti ma, al contrario, sia stato sempre collaborativo nei loro confronti» (Fanpage). «Un nuovo video girato da una telecamera a circuito chiuso, mostra il momento dell’arresto di George Floyd da parte della polizia di Minneapolis. Prima della morte per soffocamento, dopo che un poliziotto gli ha fatto perdere il respiro con un ginocchio sul suo collo, l’afroamericano è stato fatto scendere dall’auto e sedere sul marciapiede. In questo caso non sembra aver opposto resistenza agli agenti» (CorriereTV).

2. Primato militare USA

«Una nave da guerra americana ha testato una potente arma a raggio laser in grado di raggiungere e abbattere obiettivi come aerei in volo alla velocità della luce. La rivoluzionaria arma è stata testata in un punto imprecisato dell’Oceano Pacifico il 16 maggio scorso e la Marina americana ha diffuso un breve video del test in cui si vede un raggio di luce molto luminoso che viene “sparato” da una nave e poi un velivolo – apparentemente un drone – in fiamme. “Con questa nuova capacità avanzata, stiamo ridefinendo la guerra in mare per la Marina”, ha detto il capitano Karrey Sanders della USS Portland, la nave usata per il test» (La Stampa).

Prodigi della tecnoscienza – orientata in senso antiumano, cioè capitalistico.

La «nuova capacità avanzata» della Marina Militare statunitense toglie davvero il fiato. Fatto reale e metafora credo che qui si incastrino perfettamente l’uno nell’altra, senza alcuna forzatura, a significare una condizione umana davvero pessima. D’altra parte viviamo nell’epoca del bavaglio “sanitario”, il quale di certo non aiuta la respirazione…

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  1. Pingback: I DIRITTI DELLA CINA SU HONG KONG E TAIWAN | Sebastiano Isaia

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