I DIRITTI DELLA CINA SU HONG KONG E TAIWAN

Hong Kong non ha mai perso il suo status di
colonia. Siamo semplicemente passati da un
padrone imperialista a un altro (Joshua Wong).

Gli economisti borghesi vedono soltanto che
con la polizia moderna si può produrre meglio
che, ad es., con il diritto del più forte. Essi
dimenticano soltanto che anche il diritto del più
forte è un diritto, e che il diritto del più forte
continua a vivere sotto altra forma nel loro
Stato di diritto (Karl Marx).

 

Alla vigilia dei giorni che ricordano la strage di Tienanmen, vorrei ricordare in estrema sintesi la mia posizione sul movimento di opposizione politica che ormai da diversi anni scuote la vita sociale di Hong Kong con le molteplici implicazioni, di natura interna e internazionale, che qui è inutile ricordare. In particolare cercherò di definire la natura storico-sociale dei diritti che la Cina rivendica su Hong Kong – e, mutatis mutandis, su Taiwan. Anticipo la conclusione: il ritorno di Hong Kong – e in prospettiva di Taiwan – alla madrepatria cinese si configura nel XXI secolo come un processo di espansione imperialista.

A differenza di quello che hanno pensato alcuni miei superficiali lettori, io non sostengo affatto il movimento autonomista/indipendentista/separatista/democratico, o come altro lo si voglia definire, di Hong Kong. In generale, e in linea di principio, non sostengo alcun tipo di separatismo: per quanto mi riguarda ha un significato apprezzabile solo l’autonomia di classe, ossia la separazione delle classi subalterne dal punto di vista delle classi dominanti, difeso dallo Stato (considerato in tutte le sue articolazioni politico-istituzionali) ed espresso in mille forme dagli intellettuali e dagli artisti di regime. Per questo non ho sostenuto, ad esempio, il movimento separatista catalano, né sosterrei, per mera ipotesi, un analogo movimento separatista che nascesse negli Stati Uniti o in Italia – vedi la mitica Padania. Ma non per questo nel 2017 ho “tifato” per l’azione repressiva messa in campo dal potere centrale spagnolo contro l’indipendentismo catalano, né sosterrei Washington o Roma nella loro ipotetica opera repressiva volta a salvaguardare l’unità nazionale statunitense e italiana. Ci mancherebbe altro! Anzi, come ho fatto a proposito dei fatti catalani denuncerei il carattere violento e reazionario di quell’opera, e ne individuerei le contraddizioni, così da scagliare frecce critiche contro l’orgoglio nazionale (sia quello che fa capo ai separatisti, sia quello che fa capo ai centralisti), il quale rappresenta un vero e proprio veleno politico, ideologico e psicologico che i funzionari del dominio sociale inoculano sempre di nuovo nelle vene del corpo sociale, così da poterlo stordire, controllare e mobilitare (in vista delle urne o delle armi) più facilmente.

Non è per ideologia, ma per puntuale visione storica e sociale che i comunisti sostengo il carattere internazionale del proletariato e delle sue lotte, mentre i funzionari del Dominio fanno di tutto per fornirlo di una patria da rispettare e da onorare soprattutto quando il Nemico bussa alle porte. Ma per il proletariato che ha coscienza, il Nemico si chiama Patria, si chiama Paese, si chiama interesse nazionale, si chiama unità nazionale, si chiama rapporto sociale capitalistico. Questo è un inderogabile principio che l’anticapitalista fa valere ovunque: negli Stati Uniti, in Cina, in Russia, in Italia: ovunque.

Naturalmente il regime cinese ha tutto il diritto di reprimere il movimento separatista hongkonghese, esattamente come lo ha avuto il regime spagnolo nei confronti dei catalani e lo avrebbero, sempre per riprendere l’esempio precedente, i regimi statunitense e italiano. Si tratta, per la precisione, di un diritto capitalistico, del diritto esercitato – anche manu militari, all’occorrenza – dallo Stato capitalistico per salvaguardare l’unità nazionale, dovere sacro per ogni soggetto politico-istituzionale devoto ai “superiori interessi” della Patria. «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino», recita l’Art. 52 della Costituzione Italiana. Si tratta insomma dell’ultrareazionario diritto borghese che da sempre gli anticapitalisti considerano ultrareazionario e che combattono con ogni mezzo necessario adeguato alla situazione.

La “narrazione” messa in piedi dal regime cinese, e propagandata in Occidente dai miserabili tifosi del “Socialismo con caratteristiche cinesi”, a proposito di Hong Kong e di Taiwan parla di compimento dell’unità nazionale e di chiusura definitiva con l’epoca della secolare umiliazione (1839-1949) patita dalla Cina vittima del colonialismo occidentale e dell’imperialismo giapponese. Si tratta di un’operazione politico-ideologica che trova un terreno molto fertile nel crescente nazionalismo della popolazione cinese. Dal punto di vista “storico-materialista” il nuovo “Risorgimento cinese” ha una base sociale totalmente e violentemente reazionaria: nel 2020 non abbiamo a che fare con il nazionalismo borghese-rivoluzionario in salsa maoista culminato nel 1949 con la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese (osteggiata prima dagli Stati Uniti e poi anche, e ancor di più, dall’Unione Sovietica) (1), ma con il nazionalismo di una Cina giunta ai vertici della competizione capitalistica e imperialista mondiale. Ancora nella prima metà degli anni Sessanta del secolo scorso la Cina di Mao poteva vantare verso la storia mondiale qualche credito progressista (sempre di natura nazionale-borghese), ma già agli inizi del decennio successivo essa entrò a pieno titolo nella dinamica interimperialistica rivendicando per sé uno spazio sempre più ampio nel grande gioco del potere mondiale. Dico questo per sottolineare quanto reazionario sia oggi sostenere il diritto della Cina, potenza imperialista di primissimo rango, di integrare pienamente Hong Kong e Taiwan nel suo spazio nazionale.

Ovviamente la stessa attiva e radicale ostilità va praticata nei confronti dell’imperialismo occidentale (Stati Uniti e Unione Europea), il quale peraltro è tutt’altro che unito in un solo “blocco di civiltà” nei confronti dell’attivismo sistemico (economico, tecnologico, politico, ideologico, militare, “sanitario”) cinese. Germania, Francia e Italia guidano il fronte “filocinese” europeo (2) che tanto irrita il Presidente Trump, il quale com’è noto è molto sensibile ai “diritti umani” – violati negli altri Paesi: «Se fossero riusciti a superare la cancellata, i dimostranti [di Washington] sarebbero stati accolti dai cani più feroci e dalle armi più minacciose» (Donald Trump). Nei media cinesi, tutti controllati più o meno direttamente dal regime, in questi giorni circola la seguente battuta: «Anziché occuparsi di Hong Kong, il Presidente americano farebbe bene a preoccuparsi di Minneapolis». Come dire che ogni regime è legittimato a occuparsi, per ciò che riguarda il conflitto sociale e politico, solo di quanto avviene nel proprio spazio nazionale: «Padroni di reprimere a casa nostra!»

La stessa classe dominante americana non è totalmente schierata a favore delle sanzioni economiche promesse da Trump contro una Hong Kong ormai “cinesizzata”; le due economie, quella cinese e quella americana, sono fra loro così fortemente integrate e “sinergiche” sul piano finanziario, logistico e produttivo, che sarà difficile per Washington assestare dei seri colpi alla Cina senza danneggiare almeno in parte gli interessi del capitale americano. Molti politici e analisti geopolitici statunitensi spingono dunque per una politica estera americana più realistica e accomodante nei confronti della Cina, rinviando a un momento successivo la resa dei conti con un Paese che in ogni caso rimane il principale nemico strategico degli Stati Uniti (su questo punto negli USA si registra l’unanimità delle opinioni) (3); insomma, qualche lacrimuccia “democratica” e “umanitaria” da versare sui «coraggiosi giovani di Hong Kong e Taipei così attaccati ai valori occidentali», e molta realpolitik geopolitica e affaristica, sperando che la Seconda Guerra Fredda (4) minacciata da Washington e Pechino non si trasformi rapidamente in una Terza Guerra Mondiale.

Concludo questa breve riflessione. Quando, nel giugno del 1989, il Partito-Regime decise di mettere fine con una brutale repressione al movimento studentesco – in realtà definirlo semplicemente studentesco è riduttivo – centrato soprattutto nella capitale cinese, esso fece valere contro la piazza il proprio ultrareazionario diritto di preservare lo status quo politico e sociale che aveva permesso alla Cina di accelerare in modo prodigioso lungo la strada dello sviluppo capitalistico che l’avrebbe portata ai vertici del potere mondiale. Per il capitalismo/imperialismo cinese si trattò allora della scelta più giusta. Per il capitalismo/imperialismo cinese, appunto (5). Il processo storico-sociale procede verso una piena integrazione di Hong Kong (e probabilmente di Taiwan) nel gigantesco corpo del continente cinese; ma la violenza, le tensioni, le sofferenze e le contraddizioni politiche e sociali che questo processo genera, o che potrebbe generare, non trovano l’anticapitalista in una posizione di indifferente fatalità, tutt’altro.

Come ho scritto su un precedente post, il “diritto di ingerenza” che rivendico su quanto accade a Hong Kong, a Minneapolis e in ogni altra città del mondo «non ha nulla a che fare né con il diritto internazionale, che è la continuazione del diritto capitalistico su scala planetaria, né con la cosiddetta difesa dei “diritti umani”, tirata in ballo soprattutto dai Paesi occidentali come strumento politico-ideologico posto al servizio dei loro imperialistici interessi». Questo “diritto di ingerenza” si fonda piuttosto sulla coscienza circa la natura di classe dei conflitti sociali e politici che sorgono ovunque nel mondo: una volta si chiamava “internazionalismo proletario”, e personalmente mi piace chiamarlo ancora così.

 

(1) Sulla natura nazionale-borghese della rivoluzione cinese ho scritto da ultimo un post centrato soprattutto Sulla Campagna cinese. Sulla rivoluzione cinese e sul maoismo rinvio anche a Tutto sotto il cielo – del Capitalismo e al post Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese.
(2) «È una questione di principi e valori liberali da difendere. Ma l’Occidente non lo ha capito. L’Italia è l’esempio perfetto: è come cedere alla mafia, perché per qualcuno conviene di più rispetto ai valori dello Stato. Ecco, il partito comunista cinese è una mafia: non ci sono individui, ma membri che giurano fedeltà totale. Non va meglio in Francia, Regno Unito e soprattutto in Germania. La Germania è la prima a beneficiare dei rapporti con il regime cinese, a livello industriale, commerciale, bancario. Poi però in Europa vuole ergersi a paladina della moralità. Che scandalo. La Germania non critica mai la Cina, neppure quando la gravità del coronavirus è stata inizialmente insabbiata. Berlino ha svenduto il suo futuro a Pechino. E così il resto dell’Occidente sta collassando perché ha rinunciato ai suoi valori» (Ai Weiwei, La Repubblica). A me non sembra che l’Occidente abbaia rinunciato ai suo valori. Di che valori parlo? Dei valori di scambio, è ovvio! Sono i valori che dominano in tutto il mondo: a Occidente come a Oriente, a Nord come a Sud.
(3) A questo proposito segnalo l’interessante documento reso pubblico il 20 maggio dall’Amministrazione statunitense riguardante l’approccio strategico statunitense alla Repubblica Popolare Cinese. Cito alcuni passi: «Da quando gli Stati Uniti e la Repubblica popolare cinese hanno stabilito relazioni diplomatiche nel 1979, la politica degli Stati Uniti nei confronti della Repubblica popolare cinese è stata in gran parte fondata sulla speranza che un impegno più profondo avrebbe portato a una fondamentale apertura economica e politica nella Repubblica popolare cinese e al suo emergere come uno stakeholder globale costruttivo e responsabile, con una società più aperta. Più di 40 anni dopo, è diventato evidente che questo approccio ha sottovalutato la volontà del Partito comunista cinese di limitare la portata delle riforme economica e politica in Cina. Negli ultimi due decenni, le riforme sono state rallentate, bloccate o invertite. Il rapido sviluppo economico della Repubblica popolare cinese e il maggiore impegno verso il mondo non hanno portato alla convergenza con l’ordine libero, aperto e incentrato sui cittadini come speravano gli Stati Uniti. Il Partito comunista cinese ha scelto invece di sfruttare il mondo libero e aperto e di tentare di rimodellare il sistema internazionale a suo favore. Pechino riconosce apertamente che sta cercando di trasformare l’ordine internazionale in linea con gli interessi e l’ideologia del Partito comunista cinese. L’uso crescente dei poteri economico, politico e militare da parte del Partito comunista cinese per costringere al consenso gli Stati nazionali danneggia i vitali interessi americani e mina la sovranità e la dignità di Paesi e individui in tutto il mondo.
(4) «Stati Uniti e Cina: in marcia verso un nuovo tipo di guerra fredda? I legami della Cina con gli Stati Uniti per la maggior parte degli ultimi 40 anni sono stati fondati su un’equazione intrinsecamente instabile. Ciascuna parte era disposta a minimizzare le differenze ideologiche e le tensioni strategiche al fine di beneficiare della cooperazione economica. Per decenni, questo atteggiamento ha prodotto notevoli guadagni commerciali a entrambi. Molti a Pechino attribuiscono le tensioni alle insicurezze di una superpotenza in declino: a Washington temono la crescente fiducia di una grande potenza in espansione» (Financial Times).
(5) «Qualche giorno fa Berlusconi ha scritto un “impegnato” articolo centrato sulla necessità, per l’Occidente, di contenere e rintuzzare «l’imperialismo comunista cinese»; ieri il quotidiano spagnolo El País ospitava un lungo articolo dedicato al pericoloso «capitalismo comunista cinese»: più che parlare di ossimoro, bisognerebbe scomodare il concetto di… minchiata! Il problema, almeno per come la vedo io, è che la stragrande maggioranza delle persone crede davvero che la popolazione cinese sia governata da una mostruosità politico-sociale mai vista prima: un “regime comunista” basato su un iper capitalismo. Tra l’altro questa “mostruosità”, la cui natura sociale beninteso non supera di un millimetro la dimensione capitalistica, sta offrendo a tutto il mondo standard e modelli di controllo e di repressione sociale davvero eccellenti, sicuramente all’avanguardia. Ed è anche per questo che seguo con interesse le vicende di Hong Kong – ma anche quelle che riguardano il Tibet e lo Xinjiang» (Da Hong Kong a Minneapolis: mi riguarda! Mi “ingerisco”).

Un pensiero su “I DIRITTI DELLA CINA SU HONG KONG E TAIWAN

  1. Pingback: L’APPROCCIO STRATEGICO DEGLI STATI UNITI ALLA CINA | Sebastiano Isaia

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