L’APPROCCIO STRATEGICO DEGLI STATI UNITI ALLA CINA

Qui di seguito cercherò di dar conto di un documento reso pubblico lo scorso 20 maggio dall’Amministrazione americana. Mi scuso per la non impeccabile traduzione dall’inglese. Il documento, il cui titolo è, come si dice, “tutto un programma” (L’approccio strategico degli Stati Uniti alla Repubblica Popolare Cinese), è molto interessante sebbene esso non presenti sostanziali novità rispetto alla politica estera americana che abbiamo avuto modo di osservare in questi ultimi anni. La maggiore novità è forse da individuare nella forte “politicizzazione” della polemica anticinese che si riscontra nel documento, nel quale il cosiddetto «Partito Comunista Cinese» come attivo soggetto politico che orienta le scelte strategiche della Repubblica Popolare Cinese è chiamato diverse volte in causa in modo diretto e sempre sotto una luce negativa. Si dirà che anche nel mio “cosiddetto” si avverte una punta polemica, ed è verissimo; ma si tratta di una polemica che non ha nulla a che fare con il merito del documento in oggetto, come apparirà chiaro tra poco.

Il documento esordisce manifestando il rammarico e il disappunto dell’Amministrazione americana circa il mancato rispetto da parte della Cina delle sue tante promesse fatte in passato sull’implementazione di politiche economiche, istituzionali e sociali rispettose degli standard che si richiedono ai Paesi che intendono partecipare a pieno titolo a una costruttiva, responsabile e libera competizione economica internazionale. «Da quando gli Stati Uniti e la Repubblica popolare cinese hanno stabilito relazioni diplomatiche nel 1979, la politica degli Stati Uniti nei confronti della Repubblica popolare cinese è stata in gran parte fondata sulla speranza che un impegno più profondo avrebbe portato a una fondamentale apertura economica e politica nella Repubblica popolare cinese. Più di 40 anni dopo, è diventato evidente che questo approccio ha sottovalutato la volontà del Partito Comunista Cinese di limitare la portata delle riforme economiche e politiche in Cina. Negli ultimi due decenni, le riforme sono state rallentate, bloccate o invertite. Il rapido sviluppo economico della Repubblica Popolare Cinese e il suo maggiore impegno verso il mondo non hanno portato alla convergenza con l’ordine libero, aperto e incentrato sui cittadini come speravano gli Stati Uniti. Il Partito Comunista Cinese ha scelto invece di sfruttare il mondo libero e aperto per tentare di rimodellare il sistema internazionale a suo favore. Pechino riconosce apertamente che sta cercando di trasformare l’ordine internazionale in linea con gli interessi e l’ideologia del Partito Comunista Cinese. L’uso crescente del potere economico, politico e militare da parte del Partito Comunista Cinese per ottenere il consenso gli Stati nazionali danneggia i vitali interessi americani e mina la sovranità e la dignità di Paesi e individui in tutto il mondo». Come si vede, non si tratta di accuse originali; tuttavia, riprese e inserite in un importante documento ufficiale queste accuse acquistano indubbiamente una notevole forza polemica.

Assai significativamente, il documento non cita mai Xi Jinping nella sua qualità di Presidente della Cina, ma unicamente in quella di Segretario Generale del PCC, e questo nell’evidente tentativo di enfatizzare la natura politico-ideologica della funzione che il leader cinese sta svolgendo al servizio dello «Stato-Partito». Una natura che l’Amministrazione americana percepisce come estremamente aggressiva proprio sul terreno politico ideologico, il quale farebbe da fondamento alla “maligna” competizione sistemica cinese. In altri termini, l’imperialismo economico e geopolitico cinese si spiega, secondo l’Amministrazione statunitense, con l’imperialismo politico-ideologico del PCC. Per dirla marxianamente, la “sovrastruttura” è la chiave della “struttura”.

«Nel 2013, il segretario generale Xi ha invitato il PCC a prepararsi per un “lungo periodo di cooperazione e conflitto” tra due sistemi in competizione e ha dichiarato che “il capitalismo è destinato a estinguersi e il socialismo è destinato a vincere”. Il PCC mira a rendere la Cina un “leader globale in termini di potere nazionale completo e influenza internazionale”, come ha espresso il Segretario Generale Xi nel 2017 precisando quello che egli definisce “il sistema del socialismo con caratteristiche cinesi”. Questo sistema è radicato nell’interpretazione di Pechino dell’ideologia marxista-leninista, e combina: una dittatura nazionalista a partito unico; un’economia diretta dallo Stato; un dispiegamento di scienza e tecnologia al servizio dello Stato e la subordinazione dei diritti individuali agli interessi del PCC. Ciò è in contrasto con i principi condivisi dagli Stati Uniti e da molti Paesi a governo rappresentativo, i quali tutelano la libera impresa, la dignità e il valore intrinseci di ogni individuo». Qui è solo il caso di ricordare ai lettori che ciò che il documento (e il PCC) definisce «sistema del socialismo con caratteristiche cinesi» non è che il capitalismo/imperialismo “con caratteristiche cinesi” che chi scrive ha da sempre combattuto alla stregua di ogni altro sistema capitalista/imperialista esistente al mondo. Per “ideologia marxista-leninista” bisogna a mio avviso intendere la dottrina stalinista posta al servizio degli interessi del capitalismo di Stato ai tempi dell’Unione Sovietica, dottrina ripresa e cucinata in salsa cinese da Mao Tse-tung. Chiudo la parentesi “ideologica” e riprendo a citare il documento in oggetto.

«A livello internazionale, il PCC promuove la visione del Segretario Generale Xi di governance globale all’insegna della “costruzione di una comunità di destino comune per l’umanità”. Gli sforzi di Pechino per imporre la conformità ideologica in patria, tuttavia, presentano un quadro inquietante di come appare in pratica una “comunità” guidata dal PCC: (1) una campagna anticorruzione che ha eliminato le opposizioni politiche; (2) azioni penali ingiuste nei confronti di blogger, attivisti e avvocati; (3) arresti determinati algoritmicamente di minoranze etniche e religiose; (4) severi controlli e censura di informazioni, media, università, imprese e organizzazioni non governative; (5) sorveglianza e valutazione del credito sociale di cittadini, società e organizzazioni; e (6) detenzione arbitraria, tortura e abuso di persone percepite come dissidenti. In un severo esempio di conformità domestica, i funzionari locali hanno pubblicizzato un evento di bruciatura di libri in una biblioteca comunitaria per dimostrare il loro allineamento ideologico al “Pensiero di Xi Jinping”. Una disastrosa dimostrazione di tale approccio alla governance è la politica di Pechino nello Xinjiang, dove dal 2017 le autorità hanno arrestato più di un milione di uiguri e membri di altri gruppi di minoranze etniche e religiose nei campi di indottrinamento, dove molti subiscono lavoro forzato, indottrinamento ideologico e abuso fisico e psicologico. Al di fuori di questi campi, il regime ha istituito uno Stato di polizia che impiega tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale e la biogenetica per monitorare le attività delle minoranze etniche al fine di garantire fedeltà al PCC. La diffusa persecuzione religiosa – di cristiani, buddisti tibetani, musulmani e membri del Falun Gong – include la demolizione e la profanazione di luoghi di culto, arresti di credenti pacifici, rinunce forzate alla fede e divieti di crescere i bambini nelle tradizioni di fede». Diciamo pure che la Cina esibisce al mondo un modello di società capitalistico-orwelliana che come «comunità di destino comune per l’umanità» lascia un po’ a desiderare. Ma solo un po’, intendiamoci… Ovviamente la stessa cosa vale, a mio avviso, per il modello sociale statunitense, o per quello europeo, o italiano: come si dice dalle mie parti, tutto il mondo è Paese! Tutto il mondo giace infatti sotto il plumbeo cielo dei rapporti sociali capitalistici. Per dirla con i cinesi: Tutto sotto il cielo – del Capitalismo

Dopo aver denunciato la mancata reciprocità tra Cina e Stati Uniti in diversi campi di attività (ovviamente attribuendone alla prima la responsabilità, secondo lo schema Paese-buono, Paese-cattivo), e dopo aver stigmatizzato il fatto che «Pechino tenta regolarmente di costringere o convincere i cittadini cinesi e di altri Paesi a intraprendere una serie di comportamenti maligni che minacciano la sicurezza nazionale ed economica degli Stati Uniti e minano la libertà accademica e l’integrità dell’impresa di ricerca e sviluppo degli Stati Uniti», il documento si concentra sulle diverse sfide che gli Stati Uniti devono affrontare nel tentativo di contenere l’espansionismo totalitario della Cina.

Naturalmente l’Amministrazione americana giura di non voler spingere la competizione sistemica globale con la Cina fino al tragico punto di rottura: ci mancherebbe altro! «La competizione non deve condurre a scontri o conflitti. Gli Stati Uniti hanno un profondo e costante rispetto per il popolo cinese e godono di legami di lunga data con il Paese. Non cerchiamo di contenere lo sviluppo della Cina, né desideriamo prendere le distanze dal popolo cinese. Gli Stati Uniti prevedono di entrare in concorrenza leale con la RPC, in base alla quale le nostre nazioni, le nostre imprese e le nostre persone potranno godere di sicurezza e prosperità». Semmai è la Cina che fa di tutto per avvelenare ed esacerbare la competizione con gli Statti Uniti e con i suoi alleati, ponendo in essere prassi del tutto sconvenienti a un Paese che vuole far parte del “concerto” delle nazioni civili. È soprattutto sul terreno della competizione economica che si manifesta con maggiore ampiezza ed evidenza la natura infida ed aggressiva del regime cinese: «La scarsa reputazione di Pechino nel seguire gli impegni di riforma economica e il suo ampio uso di politiche e pratiche protezionistiche guidate dallo Stato danneggiano le aziende e i lavoratori degli Stati Uniti, distorcono i mercati globali, violano le norme internazionali e inquinano l’ambiente. Quando la RPC ha aderito alla World Trade Organization (WTO) nel 2001 [con il pieno sostegno degli Stati Uniti e l’opposizione del Movimento antiglobal di Seattle], Pechino ha accettato di abbracciare l’approccio aperto al mercato del WTO e di incorporare questi principi nel suo sistema commerciale e nelle sue istituzioni. I membri del WTO si aspettavano che la Cina continuasse il suo percorso di riforma economica e si trasformasse in un’economia e in un regime commerciale orientati al mercato. Queste speranze non sono state realizzate. Pechino non ha interiorizzato le norme e le pratiche di commercio e investimento basate sulla concorrenza e ha invece sfruttato i vantaggi dell’adesione al WTO per diventare il più grande esportatore del mondo, proteggendo sistematicamente i suoi mercati nazionali. Le politiche economiche di Pechino hanno portato a una massiccia sovraccapacità industriale che distorce i prezzi globali e consente alla Cina di espandere la sua quota di mercato globale a spese di concorrenti che operano senza i vantaggi ingiusti che Pechino offre alle sue imprese. La RPC mantiene la sua struttura economica statalista non di mercato, mentre ha un approccio mercantilista al commercio e agli investimenti. Allo stesso modo le riforme politiche si sono atrofizzate o sono andate all’indietro, e le distinzioni tra governo e partito si stanno erodendo. La decisione del Segretario Generale Xi di rimuovere i limiti del mandato presidenziale, estendendo di fatto il suo mandato a tempo indeterminato, incarna queste tendenze. L’elenco degli impegni di Pechino di cessare le sue pratiche economiche predatorie è disseminato di promesse non mantenute».

Secondo gli estensori del documento la maligna furbizia del Partito-Stato cinese si coglie pienamente nel seguente paradosso: «Mentre Pechino riconosce che la Cina è ora una “economia matura”, la RPC continua a discutere e a rapportarsi con gli organismi internazionali, compreso il WTO, ancora nei termini di un “Paese in via di sviluppo”. Pur essendo il principale importatore di prodotti ad alta tecnologia e al secondo posto solo agli Stati Uniti in termini di prodotto interno lordo, spesa per la difesa e investimenti esteri, la Cina si autodefinisce come Paese in via di sviluppo per giustificare politiche e pratiche che distorcono sistematicamente più settori a livello globale, danneggiando gli Stati Uniti e gli altri Paesi». La Cina bleffa! La Cina fa il doppio gioco! La Cina mente sapendo di mentire! Soprattutto la Cina pensa di poterci prendere in giro: inammissibile!

«La Cina è il più grande paese in via di sviluppo al mondo», ha dichiarato qualche mese fa Gao Feng, portavoce del Ministero del Commercio cinese. Perché Pechino ci tiene tanto a difendere lo status di Paese in via di sviluppo per la Cina? È presto detto: perché il Paese trae indubbi vantaggi da questo status, il quale concede appunto ai Paesi cosiddetti “in via di sviluppo” sussidi all’agricoltura (e la campagna cinese ha ancora un peso notevole nell’economia del Paese), e gli consente di stabilire un certo numero di ostacoli all’ingresso nel loro mercato interno delle merci prodotte dalle economie più sviluppate. Tra l’altro l’Organizzazione mondiale del commercio non segue dei criteri standardizzati per rilasciare la “patente” di Paese in via di sviluppo piuttosto che di Paese sviluppato, ma lascia che siano i diversi Paesi che fanno parte dell’Organizzazione a definirsi in un modo o nell’altro, e al contempo a essi è riconosciuto il diritto di eccepire su tale definizione rilasciata a questo o a quel partner. Le controversie che nascono nel seno del WTO di solito finiscono in arbitrati politici che si trascinano per anni e per lustri, e quasi sempre a sciogliere i nodi problematici ci pensa la realtà dei fatti, ossia la dinamica dei rapporti di forza tra i Paesi. Ma veniamo all’ambiguo concetto di Paese in via di sviluppo.

Limitata attività industriale, basso tenore di vita, basso reddito, povertà diffusa, basso indice di “sviluppo umano”: sono queste le caratteristiche essenziali che permettono a un Paese di entrare nel novero dei Paesi in via di sviluppo. La vastità e la complessità economico-sociale di un Paese come la Cina, che mostra aree geografiche, relativamente ristrette, capitalisticamente molto avanzate (è sufficiente pensare a Shanghai e alla provincia del Guandong) e vaste zone socio-economiche assai meno sviluppate (vedi, ad esempio, il Tibet), insieme a non piccole sacche di vera e propria povertà come quella che possiamo incontrare nell’Asia arretrata (India, Bangladesh, ecc.) o in Africa. La Cina “economicamente duale” che alla fine degli anni Novanta del secolo scorso aspirava a entrare nel WTO per alcuni versi assomiglia alla Cina dei nostri giorni, sebbene lo sviluppo capitalistico abbia nel frattempo interessato non piccole regioni interne del Paese che un tempo facevano parte della sua vasta campagna. «Una perfetta descrizione dello status “ambiguo” della Cina ci viene fornita dai recenti avvenimenti legati al coronavirus Covid-19. Il fatto che questa infezione abbia avuto origine in Cina, infatti, insieme alle modalità con cui ha avuto origine, riflettono fedelmente una condizione in cui le caratteristiche di un paese arretrato e di uno sviluppato coesistono e si compenetrano: da una parte lo smercio di animali selvatici nei wet market, ad esempio, e dall’altra le feroci politiche di urbanizzazione degli ultimi anni; da una parte le rigidissime misure prese dal governo centrale che limitano enormemente la libertà personale, e dall’altra la straordinaria efficienza nel contenere e debellare l’epidemia. L’immagine di un paese retrogrado e draconiano si sovrappone a quella di uno efficiente e produttivo. […] Senza dubbio, la Cina rappresenta il caso unico di un paese che, in contrapposizione alle restrizioni imposte ai propri cittadini e ai propri partner, ha raggiunto un peso geopolitico quasi egemonico. È difficile rintracciare una situazione simile nel corso della storia, soprattutto quando si parla di un’economia che, a parità di potere d’acquisto, ha ormai sorpassato gli Usa come prima del mondo» (Geopolitica.info, maggio 2020).

In ogni caso, per quanto riguarda la Cina, ancora oggi definita la fabbrica del mondo, non si può certo parlare di limitata attività industriale: un “fatturato” industriale pari a circa 4900 miliardi di dollari (contro i 3700 miliardi del Made in USA) la dice lunga sulla maturità industriale del capitalismo cinese. Ma mentre la Corea del Sud, il Brasile e altri Paesi cosiddetti in via di sviluppo hanno dichiarato la loro disponibilità a rivedere il loro status nel WTO, la Cina continua a rifiutare ogni discussione sul punto, tirando in ballo un PIL pro capite (un sesto di quello degli Stati Uniti e un quarto di quello dell’Unione europea, secondo stime cinesi) e un “indice di sviluppo umano” (80mo posto) ancora non in linea con la media dei Paesi sviluppati. Parlando a un evento ospitato dall’European Policy Center nel dicembre dello scorso anno, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi sostenne che «La Cina resta un Paese in via di sviluppo, e non sarebbe giusto chiedere reciprocità tra un Paese che si è sviluppato per diversi decenni e Paesi che lo hanno fatto per secoli. La Cina non solo ha compiuto enormi progressi nel proprio sviluppo, ma ha anche apportato contributi molto più grandi al mondo rispetto a molti altri paesi. Prendiamo ad esempio l’economia; la Cina ha contribuito per oltre il 30 per cento alla crescita globale per oltre dieci anni consecutivi, fungendo da motore principale dell’economia mondiale». Diciamo pure che il regime cinese sa giocare con maestria le carte che il Celeste Imperialismo ha nelle sue mani.

In ogni caso, e senza aspettare arbitrati interni al WTO, il 20 febbraio scorso gli Stati Uniti hanno rimosso la Cina dalla loro lista dei Paesi in via di sviluppo – insieme ad altri come il Brasile e l’India. Anche il Giappone, seppure con mille cautele, sta iniziando a denunciare il “doppio gioco” praticato da molti lustri da Pechino nelle istituzioni economico-finanziarie dell’area asiatica: non è più possibile chiudere gli occhi sulla potenza economica e militare della Cina e trattare questo Paese come se fosse ancora bisognoso di sussidi, prestiti a tassi agevolati e quant’altro possa favorire lo sviluppo di un’economia ancora bisognosa di aiuti e di protezione, caso che esclude ormai da tempo il Paese in questione. La Cina deve insomma smetterla di recitare troppe parti in commedia nella competizione sistemica mondiale: è il punto di vista degli Stati Uniti e del Giappone, sebbene i due Paesi traggano da esso due differenti approcci politici nei confronti del Paese del Dragone, com’è del resto inevitabile considerati la loro differente collocazione geografica e il loro peculiare ruolo sullo scacchiere geopolitico mondiale.

Cito dal Sole 24 Ore: «Gli equilibri globali si stanno spostando. E a quanto pare hanno un nuovo padrone: la Cina. La conferma arriva dalla Fortune Global 500 [del 2019], tradizionale classifica sulle maggiori aziende al mondo per fatturato, stilata dall’omonima rivista americana. Ebbene, per la prima volta nella storia di questa rassegna (che è un appuntamento fisso dal 1990), le aziende cinesi presenti nella classifica superano quelle americane: 129 (comprese 10 taiwanesi) contro 121. Un dato abbastanza eloquente, che segna un sorpasso storico. Perché nonostante la Global 500 di Fortune sia redatta da “soli” 29 anni, gli indicatori economici ci raccontano che potrebbe essere la prima volta che la Cina sorpassa gli Stati Uniti dal secondo dopoguerra a oggi. È vero che le entrate delle compagnie cinesi rappresentano il 25,6% del totale mondiale, ben al di sotto del 28,8% di quelle Usa. Ma è la crescita a fare la differenza: quelle del Paese del Dragone, infatti, corrono molto più veloce. Cina e Stati Uniti si contendono lo scettro del potere economico mondiale un po’ da sempre. Nell’ultimo periodo, però, gli equilibri che hanno trainato le due economie per almeno un decennio sembrano essersi incrinati. E la partita che i due Stati hanno deciso di giocare a viso aperto è tutta incentrata sul fronte tecnologico, [il quale ha] trascinato Pechino e Washington in un terreno minato. E da quando il nuovo inquilino della Casa Bianca è Donald Trump, le cose si sono complicate ulteriormente. […] Da Pechino hanno obiettivi molto chiari. L’immagine della Cina fabbrica del mondo, degli opifici sempre aperti e delle metropoli avvolte dai fumi industriali non funziona più. Il miracolo cinese della manodopera a basso costo appartiene al ventennio che ci stiamo mettendo alle spalle. Davanti c’è un Paese che ha necessità di cambiare e innovare, trainato da giganti tecnologici pronti a competere con i rivali statunitensi sul piano dell’innovazione, oltre che su quello finanziario. Alibaba e Tencent sono le aziende tecnologiche più fiorenti del macrocosmo cinese. La loro capitalizzazione di mercato è ormai costantemente sopra i quattrocento miliardi di dollari. Tallonano da vicino nomi come Google, Facebook e Amazon. E la loro forza non è la manodopera a basso costo, ma l’innovazione. Robotica e intelligenza artificiale sono obiettivi dichiarati, per una sfida che sarà tutta da giocare». Ed è esattamente questa potente dinamica economica che inquieta molto l’America di Trump, anche se la malcelata paura della Casa Bianca di poter perdere davvero il confronto sistemico con Pechino va ben aldilà delle bizzarrie caratteriali del Presidente americano oggi al potere. È noto del resto come molti leader del Partito Democratico auspichino da anni l’implementazione di una politica estera americana ancora più dura di quella trumpiana per ciò che riguarda il confronto con la Cina e la Russia. Trump ha cercato di indebolire la relazione tra Mosca e Pechino, puntando sulle molte contraddizioni insite in quella relazione, ma a oggi i risultati per lui non sembrano essere incoraggianti.

Detto en passant, il regime cinese mostra di fare un uso particolarmente intelligente e odioso della robotica e della cosiddetta intelligenza artificiale sul terreno del controllo sociale e della repressione, e certamente il suo modello orwelliano con caratteristiche cinesi, come spesso lo definisco, è fonte di ispirazione per tutti i regimi del mondo (da quello americano a quello italiano, tanto per intenderci), anche se in Occidente la cosa non si deve sapere. Tuttavia il noto evento epidemico ha reso evidente quanto forte sia la tendenza “orwelliana” anche nei Paesi occidentali, e questo già prima della pandemia e a prescindere da essa. Quell’evento ha piuttosto accelerato tendenze sociali (economiche, politiche e tecnoscientifiche) già in atto da tempo.

Ma ritorniamo al documento dell’Amministrazione americana. Per «proteggere il popolo americano, la patria e lo stile di vita americano la China Initiative del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti e il Federal Bureau of Investigation stanno orientando risorse per identificare e perseguire i furti, gli hacker e lo spionaggio economico sui segreti commerciali, e per aumentare gli sforzi volti a proteggere le infrastrutture degli Stati Uniti e la loro catena di approvvigionamento da investimenti esteri maligni e dalle minacce derivanti da agenti stranieri che cercano di influenzare la politica americana. […] L’Amministrazione sta inoltre rispondendo alla propaganda del PCC negli Stati Uniti mettendo in evidenza comportamenti maligni, contrastando false narrative e comportamenti privi di convincente trasparenza. Funzionari degli Stati Uniti, compresi quelli della Casa Bianca e dei Dipartimenti di Stato, Difesa e Giustizia, stanno conducendo sforzi per mettere in guardia l’opinione pubblica americana dallo sfruttamento da parte del governo della Repubblica Popolare Cinese della nostra società libera e aperta per portare in essa il programma del PCC nemico degli interessi e dei valori statunitensi». Secondo la Casa Bianca Pechino starebbe estendendo la sua “maligna” opera di influenza e di spionaggio ben oltre i tradizionali confini assegnati alla “dialettica politica”, alla diplomazia e all’intelligence, configurandosi questa azione cinese a vasto raggio come una vera e propria guerra propagandistica e ideologica portata direttamente sul suolo americano. Forse era dai tempi della prima Guerra Fredda che non si sentivano simili accuse rivolte dagli Stati Uniti a un Paese rivale.

«L’Amministrazione sta combattendo attivamente la cooptazione di Pechino dei propri cittadini che studiano negli USA e di altre istituzioni accademiche degli Stati Uniti. Stiamo lavorando con le università per proteggere i diritti degli studenti cinesi nei campus americani, fornire informazioni per contrastare la propaganda e la disinformazione del PCC e garantire la comprensione dei codici etici di condotta nell’ambiente accademico americano. Gli studenti cinesi rappresentano oggi la più grande coorte di studenti stranieri negli Stati Uniti. Gli Stati Uniti apprezzano il contributo di studenti e ricercatori cinesi. A partire dal 2019, il numero di studenti e ricercatori cinesi negli Stati Uniti ha raggiunto il massimo storico, mentre il numero di rifiuti di visti studenteschi per i richiedenti cinesi è costantemente diminuito. Gli Stati Uniti sostengono fortemente i principi del discorso accademico aperto, e accolgono studenti e ricercatori internazionali che conducono legittimi studi accademici; stiamo migliorando i processi per escludere la piccola minoranza di candidati cinesi che tentano di entrare negli Stati Uniti con falsi motivi e con cattive intenzioni». Come si vede la cosiddetta America trumpiana si sente sotto attacco da parte della Cina su tutti i fronti, e ciò rende particolarmente sensibile e potenzialmente esplosivo il suo approccio strategico nei confronti di quel Paese.

Naturalmente l’Amministrazione americana attribuisce alle «maligne pratiche» cinesi la responsabilità della politica americana dei dazi praticati su diversi prodotti Made in China. «In risposta alle documentate pratiche commerciali e industriali ingiuste e abusive della RPC, l’Amministrazione sta intraprendendo azioni forti per proteggere le imprese, i lavoratori e gli agricoltori americani e per porre fine alle pratiche di Pechino che hanno contribuito a svuotare la base manifatturiera degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti sono impegnati a riequilibrare le relazioni economiche Stati Uniti-Cina. Il nostro approccio e quello di tutto il governo sostiene il commercio equo e promuove la competitività degli Stati Uniti; promuove le loro esportazioni e abbatte gli ingiusti ostacoli al loro commercio e ai loro investimenti. Avendo fallito, dal 2003, nel tentativo di persuadere Pechino ad onorare i suoi impegni economici attraverso dialoghi regolari e di alto livello, gli Stati Uniti stanno affrontando con un diverso approccio il problema delle pratiche cinesi volte al trasferimento forzato di tecnologia e proprietà intellettuale americane. Queste pratiche distorcono il mercato, e per questo l’Amministrazione americana ha imposto alle merci cinesi in arrivo negli Stati Uniti costi aggiuntivi sotto forma di tariffe. Tali tariffe rimarranno in vigore fino a quando un equo accordo commerciale non sarà concordato tra gli Stati Uniti e la RPC. In risposta al ripetuto diniego di Pechino di eliminare o ridurre i sussidi che distorcono il mercato e favoriscono la sovraccapacità produttiva della Cina, gli Stati Uniti hanno imposto tariffe per proteggere le nostre industrie, strategicamente importanti, dell’acciaio e dell’alluminio».

Washington ci tiene a far sapere ai cinesi, e all’opinione pubblica internazionale, che in questa lotta contro le «cattive pratiche» cinesi gli Stati Uniti non sono soli, tutt’altro: essi guidano, oggi come ai tempi della prima Guerra Fredda vinta contro l’Unione Sovietica, il vasto fronte del “mondo libero”: «Insieme ad altre nazioni politicamente simili, gli Stati Uniti promuovono una visione economica basata su principi di sovranità, mercati liberi e sviluppo sostenibile. Accanto all’Unione europea e al Giappone, gli Stati Uniti sono impegnati in un solido processo trilaterale per sviluppare controlli sulle imprese statali, sui sussidi industriali e sui trasferimenti forzati di tecnologia. Continueremo inoltre a lavorare con i nostri alleati e partner per garantire che gli standard industriali discriminatori non diventino standard globali. Essendo il mercato di consumo più ricco del mondo, la più grande fonte di investimenti esteri diretti e la principale fonte di innovazione tecnologica globale, gli Stati Uniti si impegnano ampiamente con alleati e partner per valutare le sfide condivise e coordinare risposte efficaci per garantire la pace e la prosperità, nel presente e nel futuro». Come sempre l’Imperialismo (che sia americano o cinese, che sia russo o europeo) desidera centrare due soli umanissimi obiettivi: la pace e la prosperità. Ho fatto una battuta? Oppure il maledetto virus ha attaccato quel poco di materia grigia che abita nel mio cranio? Misteri della Pandemia!

Per quanto riguarda il “travaso fraudolento” di tecnologia americana a vantaggio della Cina, bisogna ricordare che già agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso (prima Presidenza Reagan) negli Stati Uniti ci si chiedeva fino a che punto gli interessi strategici americani si armonizzassero con il sostegno tecnologico (anche di carattere militare) offerto dalla Casa Bianca alle “quattro modernizzazioni” elaborate da Deng Xiaoping. Ma allora a Washington prevalse la linea del contenimento degli interessi russi e – soprattutto – giapponesi, linea che contemplava appunto il rafforzamento della Cina. Spesso è difficile conciliare tattica e strategia, contingenza e prospettiva.

Arriviamo, dulcis in fundo, all’aspetto militare della questione, ossia a ciò che il documento definisce «Preserva la pace attraverso la forza». Se vuoi la pace, prepara la guerra, dicevano quelli. «Come descritto nella Nuclear Posture Review, l’Amministrazione sta dando la priorità alla modernizzazione della triade nucleare, incluso lo sviluppo di capacità supplementari progettate per dissuadere Pechino dall’usare le sue armi di distruzione di massa o condurre altri attacchi strategici. Nel frattempo, gli Stati Uniti continuano a sollecitare i leader cinesi a presentarsi al tavolo e avviare discussioni sul controllo degli armamenti e sulla riduzione strategica dei rischi connessi all’energia nucleare, alla crescita di un moderno arsenale nucleare e alla più grande raccolta al mondo di sistemi missilistici di gittata a medio raggio. Gli Stati Uniti ritengono che sia nell’interesse di tutte le nazioni migliorare la trasparenza di Pechino, prevenire errori di calcolo ed evitare costosi accumuli di armi». Attenzione adesso ai seguenti passi: «Come parte del nostro programma di operazioni intese a garantire la libertà di navigazione in tutto il mondo, gli Stati Uniti stanno respingendo le eccessive pretese egemoniche di Pechino. L’esercito degli Stati Uniti continuerà a esercitare il diritto di navigare e operare laddove il diritto internazionale lo consenta, anche nel Mar Cinese Meridionale. Stiamo parlando con alleati e partner regionali e stiamo fornendo loro assistenza e sicurezza per aiutarli a sviluppare la capacità di resistenza ai tentativi di Pechino di usare le sue forze militari, paramilitari e di contrasto per prevalere nelle controversie». Non so chi legge, ma io qui “sento” odore di polvere da sparo!

Qui si pestano i piedi ai cinesi! Qui si entra sfacciatamente in quello che sempre più si configura come il cortile di casa dell’imperialismo cinese: l’area del Mar Cinese Meridionale, appunto. E si tocca il tasto, delicatissimo e sempre più scottante, di Taiwan: «Gli Stati Uniti continueranno a intrattenere forti relazioni non ufficiali con Taiwan conformemente alla nostra politica “Una Cina”, basata sul Taiwan Relations Act e sui tre comunicati congiunti Stati Uniti-Repubblica popolare cinese. Gli Stati Uniti sostengono che qualsiasi risoluzione delle differenze tra le due sponde dello Stretto deve essere pacifica e secondo la volontà del popolo di entrambe le parti, senza ricorrere a minacce o a coercizioni. L’incapacità di Pechino di onorare i suoi impegni, com’è dimostrato dal suo massiccio sviluppo militare, costringe gli Stati Uniti a continuare a fornire Taiwan di armi così che essa possa organizzare una legittima autodifesa che scoraggi l’aggressione e aiuti a garantire la pace e la stabilità nella

regione. In un memorandum del 1982, il Presidente Ronald Reagan ha insistito sul fatto “che la quantità e la qualità delle armi fornite a Taiwan debbono essere interamente condizionate dalla minaccia rappresentata dalla RPC”. Nel 2019, gli Stati Uniti hanno venduto armi a Taiwan per oltre 10 miliardi di dollari». Anche alla luce di queste ammissioni si capisce l’aggressivo atteggiamento che Pechino sta esibendo ultimamente nei confronti di Taiwan, il cui destino è sempre più associato a quello di Hong Kong. Sulla natura dei diritti che la Cina rivendica su Hong Kong e Taiwan rimando a un precedente post.

«Il Presidente, il vicepresidente e il Segretario di Stato hanno ripetutamente invitato Pechino a onorare la dichiarazione congiunta sino-britannica del 1984 per preservare l’alto grado di autonomia, lo Stato di diritto e le libertà democratiche di Hong Kong, che consentono a Hong Kong di rimanere un hub di successo negli affari della finanza internazionale. Gli Stati Uniti stanno espandendo il proprio ruolo di nazione indo-pacifica che promuove la libera impresa e il governo democratico. A novembre 2019, gli Stati Uniti, il Giappone e l’Australia hanno lanciato la Blue Dot Network per promuovere la costruzione di infrastrutture di alta qualità in tutto il mondo finanziata in modo trasparente e guidata dal settore privato, che aumenterà di quasi 1 trilione di dollari gli investimenti diretti degli Stati Uniti solo nella regione indo-pacifica. Allo stesso tempo, il Dipartimento di Stato ha pubblicato una relazione dettagliata sullo stato di avanzamento dell’attuazione della nostra strategia per la regione indo-pacifica: Un indo-pacifico libero e aperto; promuovere una visione condivisa». Il Blue Dot Network come risposta Americana alla Belt and Road Initiative? «Il Blue Dot Network è stata formalmente annunciato il 4 novembre 2019 all’Indo-Pacific Business Forum di Bangkok, in Thailandia, a margine del 35° vertice dell’ASEAN. È guidato dalla U.S. International Development Finance Corporation, dalla Japan Bank for International Cooperation e dal Dipartimento per gli affari esteri e il commercio dell’Australia. Si prevede che il Blue Dot Network fungerà da sistema globale di valutazione e certificazione per strade, porti e ponti con particolare attenzione alla regione indo-pacifica. È stato percepito come un contrappeso alla Belt and Road Initiative» (Wikipedia). Di certo è così che l’hanno “percepito” i leader cinesi. Vedremo gli sviluppi dell’ambiziosa iniziativa americana.

Giungiamo finalmente alla conclusione! «L’approccio dell’Amministrazione alla RPC riflette una rivalutazione fondamentale di come gli Stati Uniti comprendono e rispondono ai leader del paese più popoloso del mondo e alla seconda economia nazionale più grande al mondo. Gli Stati Uniti riconoscono la competizione strategica a lungo termine tra i nostri due sistemi». In realtà si tratta di un solo sistema: quello capitalista/imperialista. «Attraverso un approccio governativo completo e guidato da un ritorno al principio realista, il governo degli Stati Uniti continuerà a proteggere gli interessi americani e a far avanzare l’influenza americana. Allo stesso tempo, restiamo aperti a un impegno costruttivo orientato ai risultati e alla cooperazione con la Cina dove i nostri interessi si allineano con quelli cinesi. Continuiamo a impegnarci con i leader della RPC in modo rispettoso ma con occhi limpidi, sfidando Pechino a mantenere i suoi impegni». L’evocazione del realismo geopolitico è un vecchio mantra dei politici repubblicani che ha il solo scopo di polemizzare con la visione geopolitica dei democratici, accusata di “idealismo”. L’esponente forse più famoso e prestigioso della scuola “realista” americana è Henry Kissinger, il fautore della politica di riavvicinamento tra Stati Uniti e Cina negli anni Settanta, ai tempi dell’Amministrazione Nixon. Come si evince dal sul libro del 2011 dedicato alla Cina (On China), Kissinger apprezza molto la realpolitik praticata  a suo tempo da Mao Tse-tung in materia di politica estera: «Più che sull’ideologia marxista, l’approccio cauto e realista di Mao è basato sugli interessi nazionali della Cina ed è volto  a restituire credibilità al suo Paese, umiliato dalle potenze occidentali, dalla Russia e dal Giappone nel corso del XIX secolo». E fu appunto di natura nazionale-borghese la Rivoluzione che culminò nel 1949 con la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese. Ma questa è la mia opinione, non quella del “realista” Kissinger! Sebbene ultimamente l’ottimismo dell’ex Segretario di Stato circa la pacifica cooperazione tra Cina e Stati Uniti si sia alquanto raffreddato, egli continua a rifiutare l’idea di un’inevitabile resa dei conti finale tra i due Paesi: la prospettiva dell’apocalisse nucleare obbligherebbe Washington e Pechino a rendere possibile una qualche forma di “coesistenza pacifica” cino-americana.

C’è da dire, per concludere davvero, che il cosiddetto “idealismo” del Partito Democratico in materia di politica estera è stato sempre (da Wilson a Kennedy) non più che un vezzo ideologico e fraseologico del tutto ininfluente sulla reale linea politica praticata da quel Partito in sostanziale continuità con quella elaborata (senza troppo concedere all’ipocrita retorica “pacifista” e “umanitaria”) e praticata dal Partito avversario. E questo Pechino lo sa benissimo.

2 pensieri su “L’APPROCCIO STRATEGICO DEGLI STATI UNITI ALLA CINA

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