CINA. IL “RITORNO” DELL’ECONOMIA DI STRADA

Gli Stati Uniti sono entrati nell’era economica
del mercato spaziale privato, mentre noi abbiamo
rilanciato l’economia dei venditori ambulanti”.

 

La natura monolitica del Partito Capitalista Cinese (cosiddetto “comunista”) è una delle tante leggende coltivate in Occidente sulla Cina fin dai tempi di Mao Tse-tung, e non sempre senza un’attiva collaborazione degli stessi leader cinesi. In realtà già prima della proclamazione della Repubblica Popolare, nell’ottobre del 1949, il PCC era strutturato in diverse fazioni politico-ideologiche, non riconosciute ufficialmente ma molto attive su tutti gli aspetti decisivi della vita del Paese: dalla politica estera alla politica economica, dalla forma politico-istituzionale più adeguata alla storia e agli interessi della Cina, al suo sviluppo culturale, e così via. D’altra parte tutti questi aspetti sono tra loro così fortemente connessi, che toccando un tasto si agisce, anche senza volerlo, su un altro tasto che non sembra avere nulla a che fare con il primo, e questo permette alla lotta fra le fazioni partitiche di non esaurire mai il carburante che l’ha alimentata lungo tutti questi decenni, sebbene solo episodicamente, e cioè durante le crisi sociali più acute attraversate dal Paese, essa si è palesata con i crismi dell’ufficialità. D’altra parte, e com’è noto, il Partito-Regime ha sempre esibito una cura maniacale nel mostrare alla popolazione cinese e al mondo intero un solo volto, una “compatta e invincibile” unità di intenti e d’azione, e questo mentre al suo interno si sono appunto consumate aspre lotte (anche sanguinose), vendette (non di rado consumate “a freddo”, cioè dilazionate nel tempo), duri regolamenti di conti (molti dei quali rubricati come “lotta alla corruzione”), e così via.

Un interessante articolo di Guido Alberto Casanova, ricercatore ed editorialista dell’ISPI, ci segnala adesso una significativa manifestazione «della competizione tra le varie anime del partito comunista cinese, le cosiddette fazioni». Questa manifestazione ha come principale – ma non esclusivo – oggetto la cosiddetta economia di strada, una fetta importante di quell’”economia informale” che è ancora molto presente in Cina, soprattutto nelle sue regioni capitalisticamente meno sviluppate. Le concessioni decise il maggio scorso dalle autorità di Shanghai, Gansu, Zhejiang, Jiangxi, Hebei e di altre città all’«economia dei venditori ambulanti» hanno suscitato un vivace dibattito anche nell’opinione pubblica del Paese, come riporta l’articolo di Ling Yun che pure cito. Riporto alcuni passi di questi due articoli soprattutto perché essi ci offrono un’immagine della società cinese molto diversa da come essa appare attraverso la cortina fumogena creata dalla propaganda di regime, la quale si sforza in tutti i modi di accreditare l’idea che la Cina abbia vinto, o stia per vincere, la Guerra della Pandemia.

Scrive Casanova: «Il mese scorso si è tenuta in Cina la sessione annuale del Congresso Nazionale del Popolo (NPC), l’equivalente cerimoniale del parlamento cinese. L’evento è solitamente coreografato e le molte misure adottate sono spesso già state negoziate dalla dirigenza. Questa volta però, il tono ritualistico dell’evento si è dissolto durante l’intervento di chiusura del primo ministro Li Keqiang, facendo riemergere una tensione politica rimasta a lungo sopita durante l’era del presidente Xi Jinping. […] Il fattore scatenante del riaccendersi dello scontro politico sembra essere lo sconvolgimento socio-economico prodotto dalla pandemia. Durante la quarantena molte imprese sono state costrette a licenziare parte del proprio personale e l’attività economica stenta a tornare ai livelli pre-crisi. Nonostante il dato ufficiale sulla disoccupazione si sia mosso di pochissimi punti percentuali in questi mesi, alcuni studi indicano che il numero di disoccupati avrebbe raggiunto un picco di 80-90 milioni, mentre altri 250 milioni di lavoratori soffriranno di una riduzione dello stipendio compresa tra il 10 e il 50%. I più colpiti però sono i quasi 300 milioni di lavoratori-migranti che nei decenni dell’apertura economica si sono riversati dalle campagne nelle città. Sprovvisti di gran parte dei servizi sociali di base (compresa l’assistenza sociale in caso di disoccupazione) e solo in rari casi impiegati con un regolare contratto di lavoro che ne certifichi i diritti, per gran parte dei lavoratori-migranti la mancanza di lavoro significa nessun reddito. E anche per quella minoranza di lavoratori che rientra nei criteri per il versamento dei contributi per la disoccupazione, la situazione non è molto migliore: nel primo trimestre del 2020 solo 2,3 milioni di persone hanno ricevuto un sussidio pubblico per la disoccupazione, peraltro troppo basso per sostenerne il reddito. Il settore dei servizi poi, quello in cui viene impiegata la maggioranza dei lavoratori-migranti, è anche quello in cui si è registrata la contrazione più accentuata. […] Inoltre, durante la conferenza stampa conclusiva del NPC Li ha rimarcato che circa 600 milioni di cittadini cinesi vivono con uno stipendio mensile di non oltre 140 dollari [una somma che, osserva il premier cinese,  “è appena sufficiente per coprire l’affitto mensile in una città cinese di medie dimensioni”], e sono dunque a forte rischio povertà. In Cina, la pubblicazione di questi dati ha attirato molta attenzione, anche perché nel paese i media propongono normalmente una narrazione incentrata sulla forza dell’economia cinese. Soprattutto però, l’annuncio ha gettato un’ombra sull’obiettivo personale del presidente Xi di dichiarare entro il 2021 (il centenario della fondazione del partito) [*] il raggiungimento dello status di “società moderatamente prospera” in cui la povertà è stata completamente eliminata. Un obiettivo che Xi ha continuato a propagandare e che in marzo aveva descritto come ormai prossimo alla realizzazione. Il malcontento politico nel partito dovuto all’insofferenza per l’accentramento del potere si è così saldato col malcontento sociale del paese alle prese con le conseguenze del Covid-19. Grazie alla propria estrazione rurale-popolare e per l’attenzione dimostrata verso il tema delle disuguaglianze socio-economiche, la fazione dei tuanpai [che si riconosce nelle posizioni del Primo Ministro] è il gruppo meglio posizionato per beneficiare politicamente dalla crisi, facendo così di Li Keqiang il naturale portavoce del malcontento. Durante la conferenza stampa di chiusura del NPC, Li ha infatti espresso un giudizio positivo sulla possibilità di tamponare la crisi occupazionale sviluppando nuovamente un’economia di strada fatta di bancarelle e venditori ambulanti, simile a quella emersa negli anni ‘80. Da molti, in Cina, l’annuncio è stato accolto con ottimismo e diverse decine di città hanno iniziato a progettare alcuni modi di implementare questa economia di strada. Il via libera, però, sarebbe un’inversione di rotta radicale rispetto alla politica adottata negli ultimi anni, in cui i venditori di strada erano stati cacciati dalle amministrazioni cittadine in nome di una visione più igienica e meno caotica della vita urbana».

Anche i media cinesi appaiono divisi sul modo in cui presentare all’opinione pubblica interna e internazionale l’«economia dei venditori ambulanti»: i più importanti quotidiani del Paese, controllati direttamente dal regime, hanno riportato i pareri contrari all’ipotesi di Li Keqiang espressi dai dirigenti nazionali e locali del Partito; la linea ufficiale sostenuta dalla propaganda che criminalizza «l’economia di strada» è sintetizzabile nello slogan: «Indietro non si torna!»; come scrive Ling Yun, altri media statali hanno invece «promosso positivamente “le bancarelle ai bordi delle strade per guadagnarsi da vivere” definendole come “energia di fumo e fuoco”, piuttosto che etichettarle come “sporche, disordinate, povere” come facevano in passato. Oggi, dopo quindici anni di repressione, i venditori ambulanti stanno nuovamente allestendo bancarelle per gestire la loro “grande, luminosa e giusta” attività. In questo contesto, il dibattito online sul fenomeno è diventato virale. Alcuni cittadini hanno detto: “Ora stiamo incoraggiando le bancarelle ai bordi della strada. È ovvio, considerato che il mercato interno è già abbastanza povero”. Un altro utente ha commentato: “Incoraggiare i venditori ambulanti è in primo luogo un modo per rivitalizzare l’economia del popolo; d’altra parte non indica però che il vero inverno sta arrivando? La semplice manomissione dei dati non risolverà il problema questa volta”. Altri ancora hanno scritto: “L’espediente è misura del panico da disoccupazione”. “Quando non consentiti, vengono definiti ‘sporchi e disordinati che danneggiano l’ambiente e causano smog’. Mentre quando sono richiesti, vengono definiti ‘energia di fumo e fuoco’”. “Ora che l’economia va male, la gente ha il permesso di gestire le proprie bancarelle. La stampa le acclama e incoraggia ogni giorno. Ma perché non avete detto nulla quando le violente forze dell’ordine cittadine requisivano il triciclo del venditore?” […] Alcuni utenti cinesi hanno schernito il discorso del premier [Li Keqiang], scrivendo: “Gli Stati Uniti sono entrati nell’era economica del mercato spaziale privato, mentre noi abbiamo rilanciato l’economia dei venditori ambulanti”. […] Hu Jia, un attivista per i diritti umani di Pechino, ha dichiarato a Radio Free Asia che la decisione del regime comunista di concedere alla gente una certa flessibilità è dovuta ovviamente a considerazioni di stabilità sociale, sicurezza politica e finanziaria. “Se non lo lascio andare in strada a mantenere la sua famiglia, cosa potrebbe succedere quando è in ansia? E se si vendicasse contro la società? O andasse in strada a protestare? Quando la gente ha un reddito, allevia la pressione finanziaria che grava sul governo. Senza questa preoccupazione di recessione economica e di disordini sociali, il regime non avrebbe fatto questa concessione”» (The epoch Time). Non c’è dubbio.

Concludo ritornando a Casanova: «L’attenzione dedicata alle fasce sociali in difficoltà ha conferito una certa popolarità al primo ministro [2], e ciò potrebbe essere stato interpretato dal presidente come una minaccia al proprio potere in un momento particolarmente delicato. […] Se dunque le diatribe di questi giorni sono davvero lo specchio di un braccio di ferro tra le fazioni di Xi e di Li, la lotta sull’economia di strada (il cui hashtag sui social cinesi è pure stato censurato) potrebbe essere una cartina di tornasole per testare la fiducia del partito e del paese verso il sistema di potere delineato da Xi». Staremo a vedere.

[*] Qui è appena il caso di ricordare, per mera pignoleria, che l’attuale Partito Capitalista Cinese (cosiddetto “Comunista”) non solo non ha nulla a che fare con il promettente Partito Comunista Cinese fondato a Shangai nel 1921 e poi distrutto, in quanto soggetto politico proletario-rivoluzionario, dallo stalinismo nella seconda metà degli anni Venti (il maoismo altro non fu, sul piano politico-ideologico, che uno stalinismo con caratteristiche cinesi), ma ne è l’esatto opposto. Per approfondire questa “problematica” rinvio ai miei diversi scritti sulla Rivoluzione Cinese, nonché all’ultimo post dedicato alla Cina: Sulla campagna cinese.

Un pensiero su “CINA. IL “RITORNO” DELL’ECONOMIA DI STRADA

  1. A chi volesse, magari per puro masochismo, o perché desideroso di rinfrescare la propria autostima o per qualche altra inconfessabile ragione, farsi un’idea abbastanza precisa circa i sostenitori del capitalismo/imperialismo “con caratteristiche cinesi” consiglio di dare una scorsa all’articolo qui linkato.
    https://sinistrainrete.info/sinistra-radicale/18127-comunisti-e-sinistra-di-classe-che-fine-hanno-fatto-in-tempi-di-pandemia.html
    Cito qualche passo per invogliare alla lettura: «Pur in un dramma per molti versi imprevedibile, l’emergenza pandemica dovrebbe aver dato a molti la possibilità di vedere che il re è nudo. Da una parte, un Paese come la Cina che addirittura offre materialmente aiuto al più potente Paese capitalistico; dall’altra parte, milioni di disoccupati privi di assistenza sanitaria e una società impegnata a tagliare o privatizzare servizi pubblici essenziali, quindi sciaguratamente inadeguata per rispondere a impellenti esigenze di sicurezza collettiva. Non pensate che ciò offra importanti spunti per una battaglia ideologica, essendo l’occasione per far riflettere sulle caratteristiche e le storture di una determinata organizzazione sociale?» Non c’è dubbio, il capitalismo/imperialismo mondiale è più nudo che mai, così come nudi sono i suoi pennivendoli (a cominciare dagli italici tifosi del Partito-Stato cinese, o Partito Capitalista Cinese che dir si voglia); il problema è che le classi subalterne tardano a maturare la coscienza di farla finita con questa escrementizia società e di costruire una Comunità autenticamente umana.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...