DIALOGO CON ILARIA CAPUA

Scrive Ilaria Capua (Corriere della Sera): «Ormai si sa che le cose da fare sono tre: igiene, distanza, protezione». Il mio trittico è leggermente diverso: Coscienza, coraggio e lotta. «Per sé e per gli altri». Lotta contro questa società che nega in radice, con assoluta e cieca necessità, una vita autenticamente umana e che ci espone a ogni sorta di sofferenza, di precarietà e di pericolo. «La pandemia ha trasformato l’impossibile nel necessario». Sta forse parlando della rivoluzione sociale anticapitalista? D’altra parte è la stessa scienziata che sostiene che «Qui si tratta di arrivare alla radice del problema». Il “giovane Marx” una volta scrisse che «Essere radicale vuol dire cogliere le cose alla radice. Ma la radice, per l’uomo, è l’uomo stesso». L’uomo colto nella sua dimensione storica e sociale, beninteso. E che ci dice quella dimensione? Ci dice, anzi ci grida, ci urla che gli attuali rapporti sociali ci inchiodano alla croce di una prassi sociale dominata dalle esigenze economiche, cosa che, tra l’altro, permette il dilagare dell’irrazionalità proprio quando la tecnoscienza promette con orgoglio di penetrare tutti i misteri della natura: dal macrocosmo al microcosmo, dalle galassie alle particelle subatomiche, dal cervello ai virus. Ma se forse dominiamo col pensiero le leggi della natura, certamente non dominiamo ciò che è essenziale per la nostra vita, a cominciare dalle attività che rendono possibile la nostra stessa nuda vita. Sì, alludo alla “sfera economica” – quella che, tra l’altro, ha attivamente operato per la genesi e la diffusione dell’attuale pandemia (*). Come possiamo dunque «ristabilire l’equilibrio con gli altri esseri viventi del pianeta da cui siamo completamente dipendenti», se non ci sbarazziamo di un’organizzazione sociale che crea continuamente contraddizioni, antagonismi, caos, disarmonie, disequilibri d’ogni tipo? È questo quel «qualcosa di più strutturale che dobbiamo cambiare» di cui parla Ilaria Capua.

«Non si tratta di mettere pezze di cartongesso o micropali nell’argilla»: è quello che dico anch’io! «Il bandolo della matassa ce l’abbiamo»: si tratta del bandolo che suggerisco io?

«I nostri figli dovranno rimettere un po’ a posto la gestione del pianeta, altrimenti con le risorse proprio non ci stiamo dentro e con l’impatto dell’uomo abbiamo fatto anche peggio. Insomma, dovranno trovare delle soluzioni per arginare i danni che abbiamo fatto noi e i nostri predecessori, per esempio agli oceani, alla qualità dell’aria e alla madre terra che ci nutre. Le informazioni ci sono». E infatti non si tratta di un problema di informazioni, ma piuttosto del loro uso politico basato su una peculiare lettura “strategica” della realtà. Ad esempio, ha senso parlare in astratto, senza alcun riferimento storico e sociale, di «risorse»? Non credo proprio. Né ha molto senso discorrere in astratto di Antropocene e «di un pianeta trasformato e depauperato delle risorse». Chiamo in causa il solito Capitalismo? Si capisce! Se non riempiamo di contenuti sociali i concetti che usiamo, anziché chiarirci le idee essi ce le offuscano, impedendoci di vedere il famoso bandolo della matassa.

«I nostri figli dovranno cercare soluzioni per la sostenibilità del pianeta. Loro avranno pure contezza che esistono tutti i libri virtuali con le informazioni che loro servono ma a oggi sono scaraventati in uno spazio non definito e inaccessibile. Noi potremmo farci carico di mettere a posto quei libri, permettendo alle nuove generazioni di leggere e comprendere quella storia di insostenibilità del pianeta che abbiamo costruito. È questo il regalo più grande che possiamo fare loro: ordinare e preparare il materiale di lavoro che sarà alla base delle soluzioni per una rinascita più rispettosa del sistema che ci ospita e dei suoi equilibri». Stiamo forse parlando del sistema capitalistico? Se è così, altro che «rinascita più rispettosa»: è facile prevedere nuove sciagure. Sono pessimista? No, sono radicale, in senso marxiano. Pessima è la Società-Mondo che ci ospita. D’altra parte, chi sono io per negare agli scienziati umanamente sensibili il desiderio di coltivare pie illusioni? Accomodatevi pure! In ogni caso, ho inteso offrire «ai nostri figli» il mio modestissimo regalo, secondo gli auspici della nostra celebre scienziata. Ognuno secondo le sue capacità!

(*) Un solo esempio: «In tutto il sudest asiatico il guano di pipistrello costituisce un’importante risorsa economica per le popolazioni locali. Per esempio, in Cambogia, ove il guano di pipistrello è considerato “oro nero”, esso viene raccolto sia direttamente nelle grotte, da appositi minatori, i quali a mani nude e senza nessuna protezione riempiono sacchi della preziosa merce, sia stendendo delle reticelle al di sotto delle rotte frequentate dai pipistrelli, per raccogliere il guano da essi rilasciato in volo (e quindi fresco), come spiegato in un’intervista apparsa sul South-East. Il guano di pipistrello è così apprezzato, che anche l’agricoltura biologica dei ricchi paesi occidentali vi ha accesso, ed è possibile comprarlo direttamente sia su Amazon sia dalla sua controparte cinese, il sito di vendite online AliBaba. Esso, quindi, non solo sostiene l’agricoltura locale – specialmente di riso – ma alimenta una economia che rimpingua le magre casse dei locali, i quali, giustamente, lo valorizzano come una risorsa pregiata per sbarcare il lunario» (E. Bucci, Il Foglio, 3/8/2020). Quando si dice economia di merda!

Un pensiero su “DIALOGO CON ILARIA CAPUA

  1. Un commento da Facebook:
    P. D. G.: “Igiene, protezione, distanza” Ovvero soli, atomizzati, infelici….Se lo mangiassero loro il guano e prima accadrà meglio sarà per noi.

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