LA TRISTE MATEMATICA DI ANGELA MERKEL

Ciò che non si piega al criterio del calcolo e dell’utilità è, agli occhi dell’illuminismo, sospetto (M. Horkheimer, T. W. Adorno).

Per la Cancelliera tedesca Angela Merkel la pandemia è «una sfida secolare», «è qualcosa di simile ad una catastrofe naturale, con la quale la politica e la società devono imparare a relazionarsi». In tutti questi maledettissimi mesi pandemici ho sostenuto una tesi radicalmente diversa: “pandemia” è il nome che diamo alla crisi sociale mondiale che stiamo vivendo; la pandemia da Coronavirus è una catastrofe sociale dal principio alla fine, nella sua genesi, nel suo sviluppo e nelle sue molteplici conseguenze – sanitarie, economiche, politiche, geopolitiche, psicologiche, esistenziali, in una sola parola: sociali.

«Dobbiamo ridurre al minimo i contatti fin dove questo sia possibile. Chiunque conosca la funzione esponenziale – ha precisato la Merkel dall’alto della sua nota e apprezzata preparazione scientifica – sa che il tasso di riproduzione RT 1,3 o 1,4 non è accettabile. Siamo il continente dell’Illuminismo: la matematica è importante». Non c’è dubbio. Tuttavia, sulla scia di Adorno e Horkheimer mi permetto di puntualizzare che la razionalità della scienza e della tecnica di oggi non è altro che la razionalità del dominio. La fioca luce che promana dal pensiero borghese del XVIII secolo non è in grado di dissolvere le fitte ombre che celano la radice del male di questa nostra epoca storica. E infatti, i governi usano ad esempio la matematica per disciplinare il comportamento delle persone nel contesto di una realtà sociale che produce irrazionalità di ogni tipo, e questo fondamentalmente perché la nostra vita deve fare i conti con il disumano calcolo economico. «La società industriale porta alla razionalità per quanto riguarda i mezzi, ma alla più assoluta irrazionalità per quanto riguarda la vita umana» (M. Horkheimer, Eclisse della ragione).

Sempre secondo la Cancelliera, «La libertà non è qualcosa di illimitato: è la libertà di prendersi la responsabilità per il prossimo, ed è per questo che la svolta è nelle mani dei cittadini». Tutto dipende da noi: questa barzelletta l’avevo già sentita. A mio avviso è una cinica menzogna parlare di libertà e di «responsabilità per il prossimo» in una società che nega in radice ogni autentica libertà e umanità, semplicemente perché essa conosce la divisione classista degli individui e tutto ciò che presuppone e pone sempre di nuovo il rapporto sociale capitalistico di sfruttamento degli uomini e della natura, che oggi domina sull’intero pianeta. Ovviamente non intendo polemizzare con la simpatica statista tedesca, ma piuttosto rinviare al PDF (Il Virus e la nudità del Dominio) che raccoglie i miei post dedicati alla rognosissima (per non dire altro) “problematica virale”.

Con comprensibile soddisfazione Angela Merkel ha notato che «c’è un’accettazione sorprendentemente alta delle restrizioni»: la logica gregaria insomma ancora regge, in Germania come nel resto del Vecchio Continente, al netto di proteste che non hanno messo in crisi la tenuta dell’ordine pubblico – figuriamoci di quello sociale. «Per quale motivo le popolazioni delle democrazie liberali (Europa, Canada, Usa) hanno accettato senza particolari segni di ribellione una misura foriera di pesantissimi danni economici e psichici, come il lockdown?», si chiedeva qualche settima fa Andrea Macciò su LeoniBlog. Già, perché? Siamo davvero vittime del «virus del vittimismo» («La vittima è una figura totalmente passiva, che allo Stato non richiede diritti, ma protezione dalla morte fisica») come sostiene il democratico-liberale Macciò? E come possiamo difenderci da quel contagiosissimo virus? Aveva forse ragione Max Horkheimer a scrivere che «Le masse dominate si identificano facilmente con la forza che le domina»?

Penso che agire in qualche modo per contraddire la piacevole sorpresa della Cancelliera (e dei suoi colleghi europei) e per dare una risposta alle “scottanti” domande di cui sopra non sarebbe uno sforzo inutile né poco significativo sul piano politico. Tutt’altro!

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