MAKE AMERICA BREAKING BAD

«Io dubito che sarei qui se non fosse per i social media, sarò onesto» (D. Trump, 22 ottobre 2017).
«Il rischio di consentire al presidente di continuare a usare il nostro servizio in questo momento è semplicemente troppo grande. Per questo estendiamo il blocco che abbiamo deciso sui suoi account Facebook e Instagram a tempo indeterminato e per almeno le prossime due settimane, fino a quando una pacifica transizione di potere sarà completata» (Mark Zuckerberg). Lei non sa chi sono io! Io sono il Presidente degli Stati Uniti, nientedimeno! «Shut up!»
La Comunità che ci apparecchiano i capitalisti del Web è sempre più intransigente circa ciò che può essere definita comunicazione politicamente corretta. E allora un maligno sospetto mi viene, pensando ai miei post pubblicati su Facebook e rilanciati su Twitter…

Ho appena finito di leggere un articolo molto interessante che Raffaele Alberto Ventura scrisse nel 2016 per dar conto del “fenomeno-Trump” con un approccio inteso ad andare oltre le comode interpretazioni che su di esso allora circolavano nel cosiddetto mainstream politico e giornalistico, diviso in tifosi e avversari del “populismo”. I concetti chiave che informano l’artico sono sostanzialmente due, intimamente legati tra loro: declassamento sociale e povertà relativa. «La minaccia del declassamento ti spinge a fare cose davvero pericolose».

Che titolo possiamo dare al grottesco spettacolo andato in scena lo scorso 6 gennaio a Washington? Tentato colpo di Stato? Rivolta? Rivoluzione («Siamo rivoluzionari», ha proclamato un barbuto assalitore di Capitol Hill, noto “suprematista” bianco)? Populismo? Fascismo? Isteria e idiozia di massa? Teppismo? Volgare carnevalata? Colpo di coda finale? Trumpismo (magari a riassumere tutti gli altri)? Ognuno può scegliere il titolo che più gli aggrada, tanto più che oggigiorno parole e concetti si guardano in cagnesco evitando di frequentarsi – e più spesso di quanto si creda, anche alle nostre spalle, ai nostri danni. Certo è, che ripensando ai fatti americani
dell’Epifania a me vengono in testa due concetti: crisi del sistema sociale americano e miseria sociale/esistenziale; si tratta, come si vede, di due concetti che si danno la mano, che rinviano a una stessa cosa. Ma di questo scriverò, forse, un’altra volta.

Nel suo editoriale di oggi Stefano Feltri ha colto, a mio avviso, un aspetto fondamentale della vicenda americana di questi giorni, sebbene egli la osservi da una prospettiva che mi è completamente estranea e ostile. Scrive Feltri: «Zuckerberg ha dimostrato di poter imbavagliare un presidente degli Stati Uniti in carica, forse nella speranza di ottenere favori da quello entrante, forse per il bene della democrazia, o per un’esibizione muscolare di forza. Poco importa: anche il peggiore dei presidenti, quale è senza dubbio Trump, ha alle spalle milioni di elettori. Zuckerberg risponde soltanto a sé stesso, visto che è amministratore delegato di Facebook ma anche primo azionista. Mentre Zuckerberg cerca facili applausi contro Trump, cambia in modo unilaterale le regole della privacy di WhatsApp, mettendo i dati del servizio di messaggistica a disposizione di Facebook. Esattamente quello che aveva promesso di non fare quando, nel 2016, aveva chiesto l’autorizzazione alla fusione. Zuckerberg è un pericolo per la democrazia assai maggiore di Jack Angeli, lo sciamano con le corna che ha assaltato il Congresso, e anche del suo mandante, cioè Trump» (Domani). Ma a sua volta, cosa incarna (di cosa è «rappresentante personificato», avrebbe detto lo sciamano di Treviri) Zuckerberg? Del Capitale, si capisce! Del Capitale nelle sue diverse forme, a partire da quelle che afferiscono alla vasta costellazione tecnoscientifica che permette al democratico e progressista padrone di Facebook di intascare grassi e facili profitti.

Dinanzi alla potenza del Capitale, il Presidente degli Stati Uniti, probabilmente l’uomo più potente esistente oggi sulla faccia della Terra, o quantomeno ritenuto tale, ha fatto la miserrima figura di un utente internettiano qualunque. La valigetta con i codici dei missili nucleari evocata da Nancy Pelosi evidentemente non ha impaurito nessuno, e la Borsa di New York ha festeggiato da par suo l’uscita di scena della vecchia Amministrazione mentre la «feccia trumpiana» assaltava il Campidoglio, il tempio della democrazia (capitalistica/imperialista) venerato da tutti i sinceri democratici del pianeta. E di fatti, a Pechino, a Mosca, a Teheran e a Istanbul si sprecavano le «maligne battute» sulla fragile e caotica democrazia americana che non riesce a difendere nemmeno i suoi più prestigiosi santuari: «Si venga a lezione da noi, anziché pretendere di darci lezioni di efficienza istituzionale e di democrazia!» Hong Kong insegna, appunto.

Lucio Caracciolo suggerisce cautela ai nemici, più o meno dichiarati, dell’Impero Americano: «Non si può escludere che per ricompattare la nazione e rinsaldare il primato nel mondo alcuni poteri americani siano pronti a scatenare una guerra, possibilmente breve e vittoriosa, che punisca almeno uno fra i tre supernemici [Cina, Russia, Iran]. Di sicuro l’imprevedibilità degli Stati Uniti destabilizza il sistema delle cosiddette relazioni internazionali, già in entropia. […] Fra qualche anno, forse, scopriremo negli attuali soci [Germania e Francia, in primis] in via di emancipazione dal controllo americano una lancinante nostalgia per i tempi in cui dovevano tacere, ubbidire e godersi la vita sotto l’ombrello a stelle e strisce» (La Stampa). Federico Rampini esprime concetti simili: «Nella nuova guerra fredda Usa-Cina, gli europei sono convinti di potersi ritagliare una posizione intermedia, scegliendo di volta in volta da che parte stare, in base ai propri interessi geo-economici e strategici. Non accettano che la riscoperta solidarietà occidentale sia un pretesto per subordinarli alle priorità di Washington, neanche sotto un nuovo presidente atlantista e multilateralista. Pensano perfino di poter insegnare a Biden la giusta via per estrarre concessioni da Xi. A loro volta, gli europei non dovranno scandalizzarsi se l’agenda Biden sarà segnata dal nazionalismo economico. Meno rozza nei modi, rispetto all’agenda Trump, ma non del tutto diversa» (La Repubblica).

Insomma, anche con la nuova Amministrazione i tempi non cessano di essere “interessanti”, e lo stesso Sleepy Joe sembra già un po’ più arzillo. Diciamo.

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Un pensiero su “MAKE AMERICA BREAKING BAD

  1. A PROPOSITO DI DECLASSAMENTO DEI CETI MEDI E DI POVERTÀ RELATIVA/ASSOLUTA

    «Nel saggio Il Sistema (in uscita il 21 gennaio da Fazi), Robert Reich – professore di economia a Berkeley e già ministro del Lavoro dell’ amministrazione Clinton – fotografa molto bene il precipizio sul quale si trova una delle più vecchie democrazie del mondo. Dal 1980, la retribuzione media di un Ceo è cresciuta del 940 per cento, mentre quella del lavoratore medio americano del 12 per cento. Oggi il 20 per cento della ricchezza totale americana è in mano allo 0,1 per cento più ricco – un gruppetto di miliardari che corrisponde a circa 160 mila famiglie americane. […] Il rimanente 9,9 per cento, fatto da persone con una ricchezza netta superiore al milione di dollari, rappresenta invece i “guardiani del potere”, un esercito di professionisti, avvocati e manager che ha studiato nelle migliori università e lavora per tutelare gli interessi degli oligarchi. La classe media americana non esiste praticamente più. Mentre la disuguaglianza cresceva, le famiglie medie americane hanno cercato di difendersi in tre modi. Primo, le donne e le madri sono entrate in modo massiccio nel mercato del lavoro. Secondo, tutti hanno lavorato più ore a settimana. Terzo, si è ricorso in modo eccessivo al debito individuale e famigliare, alimentando la bolla immobiliare e le speculazioni di inizio secolo. Ciò nonostante, la quota di reddito destinata al lavoro nel reddito nazionale è continuamente diminuita, mentre i costi per l’istruzione universitaria privata sono diventati insostenibili per la maggioranza dei lavoratori dipendenti. I fenomeni sottolineati da Reich sono tutti veri, anche se l’analisi è troppo sbrigativa nel liquidare due fenomeni che hanno aumentato le disuguaglianze e l’indebolimento della classe media: l’ingresso della Cina nel commercio internazionale e un progresso tecnico digitale che ha sfavorito i lavoratori meno qualificati. […] Come si inserisce in questi fenomeni il populismo e l’elezione di Trump nel 2016? Secondo Reich quell’elezione fu una rivolta della classe media contro l’establishment americano dei Clinton e dei Bush che aveva governato senza interruzione dalla fine degli anni Ottanta. Il motore del successo di Trump non furono razzismo e xenofobia, ma una reazione di furia e rabbia contro l’establishment. Paradossalmente, Trump fu il meglio che poteva capitare alla nuova oligarchia. Il suo stile di governo e la sua tendenza ad alimentare divisioni e tribalismi hanno evitato che l’America si accorgesse dell’ ulteriore crescita della disuguaglianza» (P. Garibaldi, La Stampa).

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